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Mariano Giustino. Le radici profonde delle rivolte in Turchia
10 Giugno 2013
 
   L’ondata di manifestazioni spontanee e popolari che in questi giorni e in queste ore sta attraversando tutte le maggiori città della Turchia rinvia all’esplosione di libertà che caratterizzò l'insieme dei movimenti di rivolta verificatisi in Francia nel maggio-giugno del 1968. Cercheremo di spiegare perché, come per il maggio francese, questo evento segna nella storia repubblicana della Turchia una cesura profonda rispetto al passato.
   La ribellione è stata innescata giovedì 28 maggio dalla repressione brutale esercitata dalle forze dell’ordine quando ha avuto luogo una pacifica manifestazione di protesta nella piazza Taksim, il cuore della Istanbul europea, un luogo caro ai laici e ai movimenti di estrema sinistra. In questa piazza, quel giorno, si stava tenendo un sit-in di qualche centinaio di ambientalisti del movimento Occupy Taksim, i quali protestavano contro il progetto di demolizione del parco Gezi (in turco, “Escursione”) situato proprio a ridosso della piazza. Il movimento, in particolare nei fine settimana, presidiava giorno e notte questo parco per impedire la rimozione degli alberi.
   A Gezi Parkı infatti le autorità locali, nell’ambito di un progetto di trasformazione urbana della piazza, che prevedeva la pedonalizzazione dell’intera area con la costruzione di un sottopassaggio, il restauro di una antica caserma ottomana, per trasformarla in un grosso centro commerciale, e la costruzione di una moschea, avevano disposto il trasloco di 600 alberi di alto fusto. Circa questo progetto e tanti altri interventi urbanistici di dubbia estetica e opportunità, già realizzati o in via di realizzazione nella megalopoli turca, le autorità locali non hanno mai né informato né consultato la popolazione e nemmeno i vari comitati spontanei di ecologisti che sorgevano.
   In quella mattina sono arrivate le ruspe per l’abbattimento di un filare di 12 alberi e i manifestanti si sono opposti a ciò. Era accorso in loro sostegno anche il parlamentare Süreyya Önder del BDP, il Partito della Pace e della Democrazia, filocurdo. E quando l’escavatore ha incominciato ad operare, Önder vi si è posto davanti. È cosi che la polizia è intervenuta in maniera massiccia e violenta con idranti, pistole ad acqua, gas lacrimogeni fortemente urticanti (al peperoncino…) e proiettili di gomma. La polizia turca non è nuova all’uso spropositato della forza, per decenni esercitato in maniera brutale nelle province curde del Sud-Est anatolico, pratiche, queste, che venivano denunciate soltanto da organizzazioni per i diritti umani. Tra l’altro le armi in dotazione alla polizia turca sono bandite in molte democrazie europee. Le regole di ingaggio permettono questo tipo di interventi così violenti. Le forze dell’ordine non sono addestrate al controllo e alla gestione pacifica della piazza ma alla repressione. Inoltre in Turchia vige una legge che considera le manifestazioni, anche le più piccole e pacifiche, non autorizzate, penalmente perseguibili.
   Il tam tam della rete, tramite facebook e twitter, e tramite i mezzi radiotelevisivi laici, come Ulusal Kanal e Halk TV ha fatto accorrere nella piazza di Istanbul migliaia di giovani e, come una gigantesca onda, la protesta si è propagata in tutta la Turchia, trasformandosi in una contestazione contro il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, al governo del Paese dal 2002, e alla sua politica considerata troppo autoritaria.
   Serpeggiava da anni all’interno di ampi strati sociali, laici e non, tra intellettuali, giornalisti e studenti una profonda insofferenza per il mancato completamento delle riforme tese ad ammodernare la Costituzione, il codice civile e penale turco, allineandoli agli standard internazionali sui diritti umani.
   Infatti, anche se la condizione dei diritti umani in Turchia è migliorata rispetto ai decenni passati, grazie proprio alla politica dell’AKP, che ha operato dal 2002 al 2008 una ampia gamma di riforme, si registrano ancora notevoli violazioni di essi. Centinaia sono i casi di arresti di giornalisti per reati di opinione e forti sono ancora le limitazioni alla libertà di stampa e di espressione.
   La nuova generazione turca, meno politicizzata e non legata ai vecchi partiti, espressione di una società civile che ha le sue radici nelle organizzazioni e nei movimenti per i diritti umani sorti a partire dagli anni Ottanta, è impegnata nella difesa dell’ambiente e nella affermazione dei diritti individuali. I giovani chiedono di essere coinvolti nelle scelte che li riguardano direttamente. Ciò non è avvenuto, per esempio, recentemente, con il provvedimento legislativo che pone ulteriori restrizioni al divieto di pubblicità e di vendita di bevande alcoliche nel raggio di 100 metri da scuole e moschee, dalle ore 22 alle 6 del mattino. Provvedimento, questo, imposto senza nessun dibattito nel paese e per di più varato dal partito al governo di ispirazione islamica, che anche in questo caso ha finito col prestare il fianco a coloro che accusano l’AKP di avere nella sua agenda l’imposizione di una cultura islamica nel paese.
   Tra le richieste avanzate da Occupy Taksim vi è quella della salvaguardia del parco Gezi, del rispetto della sua integrità; la punizione degli esponenti della polizia che hanno fatto un uso sproporzionato e irresponsabile della forza; la liberazione di tutti i manifestanti arrestati; l’abolizione del divieto di manifestare a Taksim o altrove.
   Il governo ha ammorbidito i toni e il vice primo ministro Bülent Arınc ha incontrato una delegazione di ottanta associazioni diverse, aderenti al progetto “solidarietà per Taksim”.
   Da queste nuove generazioni, dagli intellettuali che a Istanbul sono al fianco degli ambientalisti e da larghi strati della società turca, non solo laica, emerge una grande domanda di libertà, di libertà di espressione, di libertà religiosa, di libertà sessuale; emerge l’esigenza di un pieno rispetto dei diritti di tutte le minoranze, e della difesa dell’ambiente. İ giovani con le loro istanze di cambiamento sono stati troppo a lungo emarginati e repressi e ingabbiati per decenni in una contrapposizione ideologica e fittizia tra “laici” e “religiosi”. E ora questi schemi angusti e riduttivi stanno saltando.
   Quello che si è andato di ora in ora diffondendo in tutto il Paese è, come abbiamo potuto constatare ascoltando direttamente la voce dei manifestanti, un movimento spontaneo e trasversale che bypassa tutti i partiti. Per la Turchia si tratta di un evento epocale sotto l'aspetto sociale, culturale e politico. La vecchia e esasperante contrapposizione tra kemalisti e islamici, non appartiene alla dialettica politica della nuova generazione turca. Non solo contestano la politica dell'AKP, ma anche quella di tutti gli altri partiti Si rifiutano di essere etichettati come simpatizzanti di fazioni politiche o addirittura come appartenenti ad esse. Non esibiscono alcuna bandiera se non quella della Turchia.
   Vi sono anche altre componenti della società che si sono unite alle proteste riguardanti il parco Gezi e il rispetto dei diritti civili. Si è unita quella dei laici-kemalisti, anche se il Partito Repubblicano del Popolo, il maggior partito di opposizione, a cui essi fanno riferimento, non ha ufficialmente preso parte alle manifestazioni. Questi vedono nella politica del Partito della Giustizia e dello Sviluppo del premier Erdoğan un attentato ai princìpi e ai valori laici fondanti della Repubblica, e un pericolo per l’integrità della nazione. Una impostazione, questa, fortemente ideologica, che ha caratterizzato duramente la dialettica politica interna da quando dal 1947 e stato introdotto il multipartitismo.
   Nel movimento di protesta abbiamo scorto anche militanti del partito ultranzionalista MHP, i cosiddetti ‘Lupi Grigi’, e numerosi gruppi della sinistra extraparlamentare, marxista-leninista.
   Si notano tra i manifestanti donne con il velo e aderenti al movimento islamico di estrema sinistra: Devrimci Müslümanlar.
   Nei diversi quartieri di Istanbul, di Ankara, di İzmir e in altre 80 città, la sera, dopo cena, si aprono le finestre e i balconi, e famiglie intere si affacciano facendo risuonare pentole, casseruole, scodelle e recipienti di ogni genere, sventolando la bandiera nazionale e gridando slogan quali: “TAYYİP İSTİFA!” (Erdoğan dimissioni!); “HER YER TAKSİM, HER YER DİRENİŞ!” (Ovunque Taksim, ovunque resistenza). Vi sono agli angoli delle strade venditori di fischietti, trombette e stendardi con l’effigi di Atatürk. Uomini, donne, anziani e bambini ballano e cantano l'İstiklal Marşı, l'inno nazionale turco. Dolmuş, taxi e perfino gli autobus si fermano e gli autisti si mettono a suonare ritmicamente il clacson. Molti brandiscono una bottiglia di birra, a simboleggiare la loro opposizione al recente provvedimento legislativo sull’alcol.
   La battitura delle pentole viene intervallata dall’accensione e dallo spegnimento delle luci negli appartamenti.
   Auto, taxi e camioncini carichi di manifestanti, scorrono imbandierati e strombazzanti.
   Erdoğan e il suo governo sono ora di fronte ad una nuova generazione di turchi, che dovrà essere ascoltata e alla quale bisognerà dare delle risposte. Si guarda al futuro, si guarda all’Europa, si guarda al mondo.
 
Mariano Giustino
(da Notizie Radicali, 10 giugno 2013)

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