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Archeologia editoriale. Beppe Costa: Romanzo siciliano (Pellicanolibri, 1984) 7
14 Marzo 2010
   

PARTE TERZA (seguito)

  

2

 

La privacy era dimenticata da un pezzo, ormai doveva fare l’amore mentre rispondeva al telefono, quando parlava con gli amici si voltava da un lato, spostando l’oggetto del suo desiderio, continuava a parlare.

Si scordava a volte di avere l’orgasmo tanto era il daffare con tutte quelle pratiche da eva­dere. Marco procedeva bene, erano finiti i tempi della protesta a tutti i costi, come diceva Venditti, ormai carico di denaro, fra i cantanti pentiti Quali proteste? Erano ragazzi ingenui che credevano di cambiare il sistema. Utopie. Adesso il sistema gli li ha comprati senza poi pagarli troppo.

Marco invece da tempo riusciva a vivere den­tro quel sistema. Si era pentito subito, come i comunisti, dopo vennero i terroristi, si pentirono anche i mafiosi, i delinquenti comuni, i ladri e gli assassini, si pentì infine anche la Chiesa che per due millenni aveva predicato il pentimen­to. L’Italia straripava di pentiti.

Si poteva fare di tutto; importante pentirsene dopo. Si lanciarono bombe, si imbracciarono mitra, caddero governi senza farsi troppo male, si rifacevano subito vivi con altri governi sempre uguali. Come quello Fanfani (23) veniva riciclato in media ogni 4 o 5 anni. Si spararono missili, si buttarono giù dalle finestre mogli e amanti, ex femministe, bambini handicappati, vecchi. Istituirono così, in loro memoria, il giorno della donna, la settimana dell’handicappato, il mese dell’anziano e l’anno della pace. Ogni cosa riprendeva il proprio posto. Nasceva una nuova categoria: il Pentito. Come professione. Si fecero leggi, si stabilirono preben­de, si costituirono associazioni e in ultimo un sin­dacato: SIP. Riprese nuovo splendore e motivo d’essere la chiesa, il papa che fu sparato diede un secolo di carcere al colpevole che dopo il processo si pentì subito pure lui e a fianco della magistratura collaborò alla cattura di millecinquecento terroristi turchi, ungheresi e romeni. Scrisse un libro di poesie dedicato al papa e un altro alla polizia.

Tutti insomma nel periodo di poco precedente alla ‘Marcotragedia’ si passarono la mano sulla co­scienza la cui presenza era stata finalmente accertata.

 

Così, dopo i travagli del ‘68, citato sempre da Marco come il periodo di riflessione più profondo della sua vita e che lo aveva spinto a quella che sarebbe diventata la sua fissazione: lo scrivere, non riesce più a riprendersi totalmente. C’era qual­cosa di indefinibile che non riusciva a chiarire: la ricerca della morte, di una morte felice.

Cercava il modo meno banale, più intelligente, che potesse dare qualche giustificazione per i giorni vissuti o, come si dice. per il vissuto quotidiano.

E di quei giorni di Marco appena ventenne che fare? Non era ancora tempo di femminismo, ma pur sempre tempo di mode, di blue jeans che cominciavano ad apparire insieme al rock, l’auto sportiva. Tali e quali come adesso con la scusa dei 'revivals' se li trovava attorno, come adesso, nel giorno dello sparo.

Non c’erano le bierre. Ma c’erano sempre sfruttati e sfruttatori, ricchi e poveri, assassini e assassinati, politici e mafiosi, padri e figli, Diccì e Piccì. Coppie come adesso. Altro che la coppia è finita!

Eppure oggi ti dicono di ieri. Ti ‘revivalgono’, ‘che tempi sereni!’ Si esclama. Forse la “giovinezza”? il rimpianto? Ma questi citrulli ieri, riferendosi ai tempi di ieri altro dicevano le stesse cose!

Il tempo per te per gli altri non è mutato solo se ne risente negli acciacchi, nelle pance, nelle rughe, nei capelli bianchi, nei desideri repressi. Il corpo si fa più pesante e non è bello rimanere svegli con gli occhi fissi al tetto, da solo, ogni notte di tutte le notti.

Già, le emozioni che ti sbattono in petto, ma­lattia attuale, che ti piega le gambe e le paure mai sopite che non hanno lasciato un qualsiasi momen­to di quiete.

Eppure queste cose, Marco, sono di scarso va­lore. Anzi ti dicono che sono finiti i tempi di qualsiasi valore, che si sono ‘perduti’ ed è inutile che ti sforzi di capire quali siano. La patria, i soldati che marciano ad esempio sono valori? Solo la guerra mancava in questa terra di uomini ex valorosi! Con il mondo per tre quarti in lotta ci mancava pure quello!

Marco ricordava sempre la bomba che era ca­duta sul fianco del palazzo dove abitava, della sua famiglia era morto solo il gatto e... non osiamo scrivere per fortuna!

Quante patrie in quegli anni venivano difese da eserciti di liberazione (?) ed eserciti regolari (?).

Come si fa a capire quale parte difendere? In ogni caso e per fortuna c’erano due squadre: gli USA e gli URSS, così la gente, i partiti e i disumani si potevano regolare. Marco vedeva ormai solo sangue che copriva i televisori dalla mattina alla sera. Quando non erano veri (poteva capitare che un giorno non venisse commessa nessuna strage) allora trasmettevano un bel telefilm dove USA e URSS si combattevano coi loro bravi 007.

E allora che fare? Costruire, disporre, organiz­zare una vita così impregnata di morte? Un gran casino! Che lavori, giochi, amori?

 

Ti misuri con le intelligenze. E cosa hanno portato tutte quelle inutili chiacchiere su come noi, soltanto, l’oggetto parlante, non guardiamo alla fisicità delle cose, non l’esteriore ma il loro contenuto. E invece tutti come cani in cerca del ­più polposo, più affascinante e grosso.

La finzione, la maschera non ti lascia in stupo­re. E quante volte accade di pensarci ogni volta si contraddice e cade rialzandosi quasi subito, vergognoso.

­Così aveva smesso con le raccomandazioni. Si vide attorno centinaia di persone che lo tormentavano convinti che lui potesse aiutarli. E i politici, che fessi non sono, lo smascherarono. Si sparse la voce su questo ignobile (però infaticabile) qualun­quista (per compagno e per fascista). E Marco con tutti quei foglietti, lettere, biglietti da visita, meditava vendetta. Voleva scri­vere tutto e mandare ogni minima prova a un quotidiano serio. E passò sei mesi per scoprire quale quotidiano fosse serio, nel senso utile per lui, e non legato ai finanziamenti di nessun politico.

Ce n’era uno solo ma vendeva 122 copie e si stampava e diffondeva a Ragusa. Non valeva la pena. Però aspettava. Come gli diceva la nonna, i tempi cambieranno.

Non ti fucilano più infatti, ti missilano­.

Marco era così diventato, forse senza volerlo il peggiore imbroglione che conoscesse. Era insom­ma il prodotto tipico di tutto ciò che contestava.

Con la scusa che tutti devono mangiare...

 

Aveva cambiato talmente tanti lavori che non rammentava più quale gli fosse piaciuto. E la prima domanda dell’amico incontrato per strada era sempre: «Il tuo lavoro?». Il suo lavoro cosa? La realizzazione di sogni antichi? Aveva quell’amico qualche mese libero per starlo ad ascoltare? Perché Marco per rispondere a questa domanda avrebbe avuto bisogno veramente di sei mesi di tempo. Così pure quando gli chiedevano: «Come stai?» non sa­peva che fare, perlopiù, dopo un momento di im­barazzo era lui a chiedere: «Sei libero stasera?». La domanda seguiva già una domanda e a sua volta era seguita da: «Perché?». A tre, domande senza risposte, Marco lasciava perdere, con un: «Scusa. stavo scherzando», lasciava di sasso il malcapitato. Aveva persino pensato di scrivere un opuscolo da regalare a chi chiedeva «Come stai?». Ma si era già fatto troppi nemici.

Cominciò appunto a restarsene in casa e scri­veva, scriveva ascoltando musica. Non riusciva a scrivere la propria storia, a pensarla gli sembrava originale, bella, inverosimile, poi mettendola giù sui fogli la riconosceva falsa, mascherata con tante storie, con un linguaggio un po’ troppo letterario e un po' troppo banale. I soliti due po’ che rendevano la storia impresentabile e illeggibile.

Eppure si era illuso anche di vincere un bel premio, un premio che conta, con tanti soldi, di diventare famoso. E però, come molti siciliani intelligenti, non scriveva neppure agli editori, non mandava nulla ai premi, neppure a quelli che non contano. Insomma si accontentava dell’affetto di qualche amico e di qualche amore. Ma lui non aveva né amici né amori. Allora smette di scrivere straccia e fuma. Di carta e di sigarette era un accanito consumatore. È poiché anche le sigarette si fanno con la carta, come già detto, si deve probabilmente a lui la crisi in questo settore.

Lunghezza massima di un amore di Marco? Tre mesi.

Lunghezza massima di un lavoro di Marco? Tre anni.

Il lavoro evidentemente era più importante o meglio il lavoro può farlo da solo, l’amore no, salvo in alcuni casi.

Troppo veloci le sue parole e i suoi discorsi. Dopo tre giorni aveva già conclusa la descrizione di ogni teoria. Questo accadeva sia con la donna che nei fogli quando scriveva. Dal quarto giorno o al quarto foglio già si annoiava e non gli andava più bene. Eppure rendeva incredibile ogni cosa. Ogni cosa lo riguardasse poi non era mai ‘poca cosa’.

Adesso ha infine deciso una buona volta per un suicidio. Di quelli fatti bene. Ma ci vuole l’idea geniale come quella di Marco Ferreri per La grande abbuffata.

 

 

3

 

Quanti hanno immaginato di morire ogni gior­no, in tanti modi diversi, solo chi non ne ha mai parlato, si nasconde in un angolo suicidandosi in fretta, senza lasciare spazi possibili a interventi. Molti amici di Marco sono morti così, in silenzio. Senza neppure ipotesi da immaginare. Né messag­gi. Spesso, sospettiamo, per amore, ma non certo per ‘un’ amore, o almeno, c’è da sperarlo.

Marco pensava non appena sveglio al proprio bisogno d’amore cui migliaia di volte aveva detto basta, ci sono cose più importanti. Si chiedeva perché non era desiderabile almeno fisicamente. Si sentiva un sacco vuoto. Vuoto e pressato insomma. A perdere.

Infine voleva completarsi, mettere alcune cose in regola e farla finita. Non continuare nell’agonia come la città in cui viveva e la ragione e il Paese tutto. L’estenuante agonia in cui viveva la città era la stessa di Marco. L’essere amato non poteva più essere assistito e quindi agonizzava in solitudine o peggio veniva contestato. Così Catania e la Sicilia, così i parenti, gli amici, i conoscenti. Tanto si finisce in ogni caso e quasi mai per scelta persona­le. Non aveva più le paure di vent’anni prima: è destino! ci si era abituato. Glielo dissero seccamente: «Hai un’aorta così ingrossata che solo a ottant’anni si può avere». Dopo un anno di angosce, forse però il migliore di tutti quelli già vissuti, aveva scoperto con analisi, ricoveri e tanti medici che il suo ingrossamento aortico era congenito. Si era assuefatto al proprio difetto. Marco se ne di­spiacque quasi, aveva finalmente sentito qualche interesse sincero attorno a sé. Poi fu costretto nuovamente a lavorare.

Come poteva accadere allora proprio adesso ormai vecchio e senza più forze, di incontrare fi­nalmente una giovane donna che dice di amarlo? Una persona così pronta a comprenderlo, accontentarlo, che scherza con la sua vecchiezza e lo tratta come un diciottenne?

Un anno incredibile. Si sentì, come si suol dire, rinascere. Aveva di nuovo qualcuno cui raccontare tutto di sé: le speranze, i desideri irrisolti, i pensieri più peccaminosi, i compromessi coi politici e la propria voglia di distruzione. Lei gli rimaneva accanto come sperduta in quel mondo di fiaba nell’era dei computer, che per Marco era sempre stato il mondo reale. Si chiese se era ancora possibile una generazione così ingenua.

Si ritrovò attorno tutte le amiche di lei, non come donne curiose del ‘fenomeno Marco’, ma come scolare che ascoltano un maestro senza alcu­na sottomissione o differenza di ruolo. Un maestro vecchio che sa di un mondo sconosciuto e andato per sempre. Marco si sen­tì ritornare indietro di tanti anni. Il suo linguaggio malgrado meravigliasse le ascoltatrici era compre­so e ogni dialogo fra loro era un dialogo fra coeta­nei della stessa cultura ma con conoscenze diverse. E così Marco apprese di avere sbagliato tutto, o almeno di avere ascoltato tante teorie sulla libertà, sul bisogno, sull’amore senza mai avere seguito il proprio istinto e il proprio desiderio. Ora non pote­va più realizzare niente: non era infatti ormai un terreno praticabile.

Fu amato in maniera così totale che ne uscì distrutto fisicamente e avvilito. Non aveva l’età per il piacere. Né si sarebbe accontentato serenamente soltanto del piacere spirituale.

Giovanna era molto paziente, assecondava i suoi momenti e le sue posizioni: si rendeva conto di quanto si stancava, gli mancava il fiato o non ce l’avrebbe fatta. Ma era sempre lì pronta, fedele e innamorata al momento giusto, o ritenuto tale. Gli diceva:

– L’amore fa bene al cuore, allunga la vita. – E rideva, rideva tanto, rattristandosi solo quando Marco ripeteva fino alla noia che si sentiva troppo vecchio, che avrebbero fatto meglio a smetterla, che doveva trovarsi qualcuno della sua età, insom­ma tutte quelle parole che è inutile ripetere perché le abbiamo ascoltate fin dall’infanzia. Ma questo accadeva a Marco solo un anno prima di morire. E lo aveva sognato sin dall’infanzia. Troppo tardi!

Adesso con la gola troppo aperta cominciava a prendere infezioni. Non riusciva a parlare. Tutti i germi si depositavano nel suo buco in bocca. Ave­va tentato, visto che nessuno veniva, di percorrere un ultima volta la sua città, la via Etnea col caldo e tutte quelle auto assordanti: unico pedone ormai correva il rischio di essere travolto dalle auto assas­sine che facevano a gara a mettere sotto quei pochi temerari che ancora andavano in strada. Per quale motivo poi uscire oggi quando da casa si fa tutto coi robot? Marco non poteva più guidare, e quel piacere, l'unico ammesso divertimento nelle stra­de. di uccidere i pedoni, non poteva gustarlo.

Si ricordò quando venivano ancora i turisti, prima del boom dei video che ti portano il mondo in casa, era uno spettacolo stupendo, da non perde­re. Anche lui aveva presentato il suo progetto al comune, al ministero dei beni ambientali, a quello del turismo, alle forze armate. Un progetto che, ne era certo, avrebbe accontentato tutti e lo avrebbe finalmente reso famoso: la base missilistica di Co­miso, di cui a quell’epoca si parlava, e la nostra bella montagna trovavano una soluzione comune.

Anziché mettere candelotti esplosivi per tentare la deviazione della colata lavica puntare i missili Cruise attorno all’Etna in maniera che esplodendo avrebbero creato delle profonde buche nel ‘cuore della montagna’, la lava fuoriuscendo dai crateri si sarebbe riversata nelle buche, venendo nuova­mente allo scoperto e risparmiando così un notevo­le tonnellaggio di materia che non si sarebbe esau­rita mai. Insomma come accade per le fontane moderne che devono fare i conti con la penuria d’acqua. Nel riciclo soltanto c’è la possibilità di vita! I vantaggi sarebbero stati notevoli per il turi­smo, per l’economia e per il ministro della prote­zione civile che avrebbe offerto al collega dei beni ambientali un grazioso presente e la sicurezza che il magma non avrebbe fatto più danni. Anche i pacifisti sarebbero rimasti contenti dell’uso dei missili americani. Ecco, quando Marco pensava qualcosa cercava sempre di rendere felici più per­sone possibili.

Ripensando a questo progetto finalmente ebbe l’idea del proprio suicidio. Ed ora non riusciva neppure a farsi notare in questa maledetta città.

Desiderava che almeno cominciasse a piovere. Quel dolore lancinante al petto che non era mai cessato. Disturbato soltanto e non ascoltato dai suoni, dalle immagini e dalle speranze d’amore. Tutta quella umanità sprecata, quel pensare che una vita val bene d’essere vissuta anche se solo per aiutare qualcuno. Quell’educazione cristiana così falsa, quella calma apparente che tutti gli invidiavano era saltata col ‘bum’ definitivo. Perché ancora non sentiva dolore o almeno perché non rivolgeva l’anima a dio, pentendosi, come si usa fare? Era forse a salve quella pistola, una prova generale? Il tuo suicidio allora è solo una minaccia di senso di colpa. Proprio come facevano i tuoi compagni di scuola a 10 o 12 anni.

Gli si annebbiava la vista. Ricordò Bologna, la Torre degli Asinelli. Wolfang quel giorno si sentiva libero e stranamente felice come gli amici non lo vedevano da tempo. Wolfang quel giorno parlava di volo. LSD. Wolfang quel giorno si sentiva uccel­lo. E salì sulla Torre, arrivò velocemente in cima. Volò. Scese sulla terra. Un uccello colpito.

Il giorno appresso fece molta rabbia a Marco leggere sul giornale che il suo amico ‘disadattato’ e ‘drogato’ si era suicidato. Poche righe, notizia natu­rale. Fine naturale. Normale per quegli anni successivi e precedenti per la bocca di Marco. Tutto si ripete. Come i revivals, il discorso del Presiden­te, la replica di Mosca, le distanze di Berlinguer, l’attesa dell’autobus.

Marco si incazzò, quella morte volando era la ‘fine del mondo’ come si diceva. La fine della prima vittima, poi non si contarono più. Wolfang aveva volato felice per la propria vita. Il ‘Resto del cretino’ lo scambiò per suicidio.

Marco è teso, vorrebbe volare anche lui come Wolfang, adesso. Ci pensa su. Pochi giorni dopo Silvio fa il bagno nell’Arno. Silvio muore. Silvio era pesce in quel giorno. Ancora una volta il giornale vuole un suicida. Silvio aveva mangiato bene, faceva caldo, come oggi qui, Silvio aveva voglia di bagnarsi, di nuotare, di essere pesce, non un pesce pescato.

Marco è stupito perché nessuno sembra capire, neppure Jonatan. Li trattano come pazzi, Marco invece sa, li aveva visti felici in quel periodo, e liberi, gli unici liberi incontrati. L’illusione di pote­re finalmente vivere, così soltanto con la propria libertà. Forse è troppo?

 

Il suo cervello continuava a elaborare immagi­ni sempre più remote e confuse. Giovanna scom­pariva lentamente. Non era giusto legarla a sé, alla fine.

Finalmente l’utero, l’abitazione congeniale pensata, desiderata, finalmente trovata. E non im­porta di chi. Qui si sta bene: nutrito, al caldo, c’è chi pensa per te. Adesso sì, va tutto bene, i giorni trascorrono tranquilli, l’uno sull’altro e tu ti fai sempre più piccino. Inutile ricordarsi pappe e pan­nolini, con tutte le loro differenze sociali, rivoluzio­ni andate a male. Questo è il paradiso! Siamo tutti eguali.

È amato. Niente più cielo, né brutte giornate, non più caldo, né freddo adesso. Può infine ripo­sarsi nell’altro corpo, ne scopre ogni angolo del proprio angolo. Cammina senza affaticarsi, si muo­ve dondolando insieme a lei, ogni tanto dei colpi: è affascinato. Marco vive.

Ancora qualche giorno.

Marco = Ovulo.

 

Beppe Costa

Romanzo siciliano, 1984

 

7 - fine


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