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Matteo Bianchi. Incontri d’autore alla Galleria del Carbone di Ferrara: Sergio Zanni e i suoi esuli pensieri
14 Marzo 2012
 

L’avanguardia si può definire come lo scioglimento dei significati dal significato: essa è perfettamente adatta al mondo ormai privo di significato del tardo industrialismo, è anzi il corrispettivo inevitabile di un mondo ridotto a pura quotidianità.


Elémire Zolla

 

 

Martedì 6 marzo, alle ore 18, presso la Galleria del Carbone di Ferrara, si è inaugurata la mostra …come esuli pensieri… dello scultore Sergio Zanni, conclusasi il pomeriggio di domenica 11 con la presenza dello stesso. Terzo incontro d’autore curato da Lucia Boni, dopo i precedenti con Maurizio Bonora e Gianni Guidi.

A legare i tre artisti presentati nel ciclo di incontri, oltre alla partecipazione all'ultima Biennale di Arti Visive di Venezia, è il mezzo espressivo utilizzato: la terra cotta.

Materia che Zanni ha confessato di non amare particolarmente nel momento in cui esce dalla fase di cottura, poiché il colore gli ricorda quello dei biscotti; per questo la rende più scura, dipingendola di una tonalità che l’avvicini a quelle del metallo ossidato, del bronzo, non a caso. In questo processo lavorativo che pare richiamare la graffite o il carboncino, con i loro chiaroscuri, è possibile anche riconoscere il tentativo di simulare una precoce ed inevitabile usura delle cose, e soprattutto delle persone.

È infatti l’individuo il centro della produzione dell’artista, un individuo che rinuncia al corpo, che perde – letteralmente – la testa, o l’equilibrio, che non ci vede, o non si sa orientare, spesso in balia di se stesso, e preferisce allora indossare una maschera, iconograficamente quella del personaggio del Dottore, appartenente alla Commedia dell’Arte settecentesca. In ciò si riconosce il riflesso del pessimismo che permea le sue creazioni, per cui l’uomo non è – soprattutto in questo momento storico – in grado di curarsi, di porre rimedio al suo dramma esistenziale, ed ha finito per sostituire, come possiamo evincere dalle parole dello stesso Zanni, il fine con il mezzo: «A tutto ciò sta subentrando, anzi è già subentrata, l’organizzazione tecnologica dell’esistenza che nella razionalizzazione scientifica trova il suo sviluppo, ma, per l’infinita potenza che esprime, da mezzo tecnico è diventata scopo».

Sergio Zanni dimostra di essere figlio del suo tempo e discendente della Modernità. La riflessione dell’artista è del tutto attuale, ma non rinuncia ad un continuo confronto con il passato, indice di una forte coscienza critica. Il rapporto con sé dà vita a creazioni che non sono soltanto riflessioni tangibili, ma anche espressione di una sensibilità e sensorialità del corpo, a cui sembra non volere rinunciare, attraverso i cinque sensi, in particolare vista e tatto, i primi ad essere coinvolti. Ciò che sentiamo abitualmente non è concreto, reale, ma per noi è vero; il fulcro della concezione dello scultore sta pertanto nella verità della percezione.

L’opera che dà il titolo alla mostra rappresenta una figura precaria, avvolta nel suo lungo pastrano, che viene sopraffatta dai suoi pensieri in libertà: – come esuli pensieri, stormi di uccelli neri – precisa Zanni, facendo riferimento alla scena che gli diede l’ispirazione. Una persona che subisce il contenuto delle sue meningi, segnata da un complessivo tono plumbeo che non si può smettere, e tenta di difendersi con l’ombrello già vinto dal vento, preda di una forza mentale che diventa nociva se non controllata. Tecnicamente non comune, poiché si tratta di una scultura scomposta, quasi l’artista abbia voluto farne uscire delle parti dall’intero, staccarle, in cui gli uccelli sono appesi per mezzo di lacci metallici intorno alla figura centrale. La quale richiama al contempo sia la scultura arcaica, dato il panneggio marcato dell’impermeabile e la struttura monolitica del corpo, sia i tratti più morbidi e azzardati degli attuali cartoon.

Il pessimismo di un artista che raffigura un uomo che non c’è – non un uomo senza qualità – ma assente a se stesso, è bilanciato dalla speranza che ripone nell’espressione artistica; difatti ha concluso dicendo che «la poesia è l’anima dell’arte e senza di essa non ci sarebbe alcunché. I poeti sono gli ultimi puri, siccome non sono compromessi dal denaro», e non si è capito se Zanni creda che questo sia tale per loro scelta, o se Calliope abbia scelto per loro.

 

 

Sergio Zanni nasce il 22 maggio 1942 a Ferrara, dove insegna all'Istituto d'Arte “Dosso Dossi” e svolge il “mestiere” di scultore nel suo studio, nel vecchio centro storico.

Una struggente, forse inspiegabile nostalgia, lo porta negli anni 50, quelli del secondo dopoguerra, a cercare, quasi maniacalmente tra le sabbie di Porto Garibaldi, tra i bunker invasi e ripiegati dal mare, i segni di una tragica storia appena trascorsa. Zanni cercava tracce o messaggi lasciati da eroi di chissà quale impero decaduto cercava testimonianze consumate da un tempo storicamente vicino, ma psicologicamente così lontano da apparirgli mitico. Furono momenti emotivi che ancora oggi conservano una particolare intensità e, alla luce dell'attuali esperienze e nel contesto della sua ricerca, forse sono utili per indicare segnali delle sue scelte successive. Piccoli segni di un grande, drammatico evento storico appena compiuto, che contribuirono a fargli maturare la volontà di comprendere le radici del tempo, nella natura, dell'uomo. Sedicenne, passava il suo tempo a dipingere in una vecchia stanza del centro storico ferrarese, verso i ventitré anni, dopo aver dipinto anche quadri di un certo valore artistico, decise di smettere; si accorse di usare il colore come supporto, come materia per rifinire le forme. Era giunto il momento di passare alla scultura. Cominciò usando un materiale che odiava, la scagliola, questa la cospargeva, liquida, su strutture di fili di zinco e reti metalliche. Ne risultava, tecnicamente, un rapporto precario e maledetto tra dimensione e fragilità delle forme “animali e figure umanizzate” che volle definire “mostri meccanici”.

La fusione in bronzo restava il suo sogno. Con l'inizio dell'insegnamento passò alla terra creta, disponibile nei laboratori, pur considerandola ancora elemento materiale per la costruzione del prototipo, da realizzare poi in cemento, o in bronzo. Soltanto il tempo lo convinse della bontà espressiva della terra e, agli inizi degli anni 80, comprese di aver trovato il materiale che gli suggeriva e permetteva un linguaggio personale e completo. La terra creta poteva benissimo svolgere le funzioni di tutti gli altri materiali, ma non poteva essere imitata nelle sue illimitate preziosità naturali.

L'avventura sulla “terra” continua tutt'oggi. La lavorazione della superficie a terra liquida offre altresì la possibilità di recuperare l'esperienza pittorica e di coniugare forme e contenuti dell'opera in perfetta sintonia con la sua formazione artistica e culturale. Zanni ha capito l'animo che guida l'esploratore. Il suo “mestiere” gli permette viaggi continui alla scoperta di “terre sconosciute”.

www.sergiozanni.com

 

Matteo Bianchi


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