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Ivana Cenci. Albert Camus, Né vittime Né carnefici - 3. 
IL SOCIALISMO MISTIFICATO (Ni victimes Ni bourreaux, 1946)
(Léon Blum, 1872-1950)
(Léon Blum, 1872-1950) 
25 Gennaio 2011
 

Se si ammette che lo stato di terrore, riconosciuto o no, in cui viviamo da dieci anni, non è ancora cessato e che è oggi la causa principale del disagio in cui si trovano gli animi e le nazioni, diventa necessario andare a vedere che cosa è possibile opporre al terrore. Questo pone il problema del socialismo occidentale, poiché il terrore non si legittima se non ammettendo il principio: “Il fine giustifica i mezzi”.

E questo principio può essere ammesso soltanto se l’efficacia di un’azione è eretta a scopo assoluto, come avviene nelle ideologie nichiliste (tutto è permesso, quello che conta è riuscire), o nelle filosofie che fanno della storia un assoluto (Hegel, poi Marx: poiché il fine è la società senza classi, tutto quanto porta a questo è bene).

È questo il problema che si è posto ai socialisti francesi, per esempio. Gli sono venuti certi scrupoli. La violenza e l’oppressione di cui finora non avevano avuto che un’idea alquanto astratta, le hanno viste all’opera. E si sono chiesti se avrebbero accettato, come chiedeva la loro filosofia, di esercitare essi stessi la violenza, seppure provvisoriamente e per uno scopo comunque diverso.

Un recente autore di una prefazione di Saint-Just, parlando di uomini che avevano scrupoli simili, scriveva con tono di palese disprezzo: «Hanno fatto marcia indietro davanti all’orrore». Non c’è niente di più vero. E in questo modo essi si sono messi nella condizione di acquisire il disprezzo di coscienze abbastanza forti e superiori per adagiarsi nell’orrore senza protestare. Nello stesso tempo, però, essi hanno dato voce a quell’appello angosciato venuto dai mediocri come noi, che si contano a milioni, che costituiscono la materia stessa della storia, e di cui bisognerà un giorno tener conto, malgrado tutti i disprezzi.

Quello che ci sembra più serio, al contrario, è provare a comprendere la contraddizione e la confusione in cui si sono trovati i nostri socialisti. Da questo punto di vista, è evidente che non si è riflettuto abbastanza in merito alla crisi di coscienza del socialismo francese, così com’essa si è manifestata in un recente congresso. È più che evidente che i nostri socialisti, sotto l’influenza di Léon Blum, e più ancora sotto la minaccia degli eventi, hanno al primo posto delle loro preoccupazioni dei problemi morali (il fine non giustifica tutti i mezzi) che non avevano considerato fino a questo momento.

Il loro desiderio legittimo era di fare riferimento ad alcuni principi che fossero superiori all’omicidio. Risulta comunque evidente che quegli stessi socialisti vogliono conservare la dottrina marxista; gli uni perché pensano che non si possa essere rivoluzionari senza essere marxisti; gli altri, per una rispettabile fedeltà alla storia del partito che fa loro credere non si possa nemmeno essere socialista senza essere marxista. L’ultimo congresso del partito ha messo in evidenza queste due tendenze e il compito principale di questi congressi è stato di pervenire alla conciliazione.

Ma non si può conciliare ciò che è inconciliabile.

È chiaro, infatti, che se il marxismo è vero, e se c’è una logica della storia, il realismo politico è legittimo. È altrettanto chiaro che se i valori morali preconizzati dal partito socialista sono fondati sul diritto, allora il marxismo è falso assolutamente, poiché pretende di essere vero assolutamente. Da questo punto di vista, il famoso superamento del marxismo in un senso idealista e umanitario non è altro che una finzione e un sogno privo di conseguenza. Marx non può essere superato, poiché è andato fino al limite della conseguenza. I comunisti hanno ragionevolmente fondati motivi per utilizzare la menzogna e la violenza che i socialisti ripudiano, sostenuti in questo dai principi stessi e dalla dialettica inoppugnabile che i socialisti vogliono pur tuttavia conservare. Non c’era quindi da stupirsi nel veder il congresso socialista concludersi con una semplice giustapposizione di due posizioni contraddittorie, la cui sterilità è stata palesemente sancita dalle ultime elezioni.

Sotto questo punto di vista, la confusione continua. Bisognava scegliere e i socialisti non volevano o non potevano scegliere.

Non ho scelto questo esempio per attaccare il socialismo, ma per chiarire i paradossi in cui viviamo. Per attaccare i socialisti bisognerebbe essere superiore a loro. Non è ancora così. Al contrario, mi sembra che questa contraddizione sia comune a tutti gli uomini di cui ho parlato, che desiderano una società che possa essere nello stesso tempo felice e dignitosa, che vorrebbero che gli uomini fossero liberi in una condizione finalmente giusta, ma esitano fra una libertà in cui sanno bene che la giustizia è alla fin fine messa nel sacco e una giustizia nella quale vedono bene che la libertà è soppressa in partenza.

Di questa angoscia intollerabile si fanno generalmente beffe coloro che sanno che cosa bisogna credere o che cosa bisogna fare. Ma io sono del parere che, anziché deriderla, occorra ragionarci sopra e chiarirla, vedere che cosa significa, rendere leggibile la condanna quasi totale che essa produce su coloro che la provocano e mettere in luce la debole speranza che la sostiene.

E la speranza risiede per l'appunto in questa contraddizione, perché essa costringe o costringerà i socialisti alla scelta. O essi ammetteranno che il fine sta al di sopra dei mezzi, e quindi che l’omicidio possa essere legittimato, oppure rinunceranno al marxismo come filosofia assoluta, limitandosi a conservarne l’aspetto critico, spesso ancora valido. Se sceglieranno il primo termine dell’alternativa, la crisi di coscienza sarà finita e le posizioni saranno chiarite. Se ammetteranno il secondo, dimostreranno che questo tempo segna la fine delle ideologie, ovvero delle utopie assolute che si distruggono da sole, nel corso della storia, a causa del prezzo che finiscono per costare. Bisognerà allora scegliere un’altra utopia, più modesta e meno dispendiosa. È così, perlomeno, che il rifiuto di legittimare l’omicidio costringe a porre la domanda.

Sì, è la domanda che bisogna formulare e nessuno, credo, oserà rispondere ad essa con leggerezza.

 

Albert Camus, Ni victimes Ni bourreaux (in Combat, nov. 1946)

Traduzione di Ivana Cenci

(3 di 8 – La pubblicazione in Tf proseguirà, regolarmente e con continuità, ogni martedì)


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