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La valutazione del tempo di Andreas Gryphius 
di Gabriella Rovagnati
31 Dicembre 2011
 

Spirito cupo e tormentato, lo slesiano Andreas Gryphius (forma latinizzata del nome Greif, 1616-1664), il maggior rappresentante della lirica barocca di lingua tedesca, visse nella piena consapevolezza della caducità di ogni cosa terrena. «Ovunque il guardo volgi, non vedi che vanità», recita il primo alessandrino di una delle sue liriche più note. Ma alla provvisorietà della vita e del reale egli non reagì con un edonismo sfrenato, ma con un’innovativa interpretazione dell’oraziano carpe diem in chiave di fiducia religiosa.

Nato a Glogau (oggli Głogów) nella Slesia meridionale (oggi in Polonia), ossia in una terra a maggioranza protestante passata nel corso della Guerra dei Trent’anni sotto il dominio degli Asburgo che vi avevano promosso una campagna di cattolicizzazione, il luterano Gryphius, fu segnato duramente dalla situazione storica in cui si trovò coinvolto. La sua vita fu costellata da una serie di lutti: a cinque anni perse il padre, pastore protestante; aveva dodici anni quando mancò sua madre, e nel corso della giovinezza vide morire un carissimo amico, nonché una sorella e un fratello ai quali era particolarmente legato; per di più fu afflitto fin dalla giovinezza da una serie di malattie che gli procuravano dolori fisici acuti. Anche per questo nella sua produzione artistica il confronto con il dolore e il memento mori sono costanti e quasi ossessivi.

Fin dal ginnasio Gryphius si distinse per la sua abilità oratoria e prosodica e cominciò presto a scrivere poesie sia in latino sia in tedesco. In età matura venne in contatto con grandi personalità del mondo della cultura e sviluppò interessi molteplici, che spaziavano dalla retorica alla matematica, dalla chiromanzia all’anatomia. Curioso e inquieto, Gryphius compì diversi viaggi, ebbe incarichi nelle più prestigiose università d’Europa e, conclusa la Guerra dei Trent’anni tornò a Glogau, dove svolse attività di giurista fino alla morte, che lo colse a soli 48 anni.

Convinto che la poesia fosse ancella della teologia, Grypius, fu cantore pessimistico della dimensione effimera e fugace della vita: il tema della precarietà del mondo, e quindi della futilità dell’umano arrabattarsi, è al centro della sua produzione artistica. Luterano devoto e severissimo, Gryphius scrisse versi in cui non c’è spazio per toni leggiadri e galanti, mentre è onnipresente la sofferenza per la frivolezza, la leggerezza e la peccaminosità dell’uomo.

Autore di Sonetti, forma lirica molto amata fin dall’Umanesimo per la sua eleganza e il suo rigore formale, di Odi, in veste di semplice canzone o di complessa ode pindarica, e di Epigrammi, dove, pur trattando soprattutto temi religiosi, dimostra di possedere anche un notevole, amaro umorismo, Gryphius scrisse nell’ultima fase della sua vita anche una serie di drammi, sostenuti, come le poesie, da un profondo impegno e da un’erudizione vastissima che trova espressione anche nella sua attività di traduttore da lingue diverse. Cultore degli ideali della classicità, Gryphius, grande ammiratore e insieme avversario dei Gesuiti, fu fautore di un’arte misurata, scevra da caustica e gratuita polemica.

La virtù prediletta da Gryphius fu la constantia, da lui predicata in poesia come antidoto alla disperazione e all’ineluttabile piccolezza del mondo. Su questa terra, come dice l'Epigramma seguente (Libro I, 76), che può essere letto anche come un augurio per il Capodanno, ci si può sentire a proprio agio soltanto se si procede a una radicale revisione della categoria del tempo. Alla sua finitezza il credente reagisce con l’aggancio del proprio transitorio hic et nunc a un’eternità che partecipa dell’assoluto di un Dio da cui tutto dipende e che bisogna lasciar agire senza opporgli resistenza:

 

Betrachtung der Zeit

 

Mein sind die Jahre nicht, die mir die Zeit genommen;
Mein sind die Jahre nicht, die etwa möchten kommen;
Der Augenblick ist mein, und nehm ich den in acht
So ist der mein, der Jahr und Ewigkeit gemacht.

 

 

Riflessione sul tempo

 

Miei gli anni non sono che il tempo tolto m’ha già;
Miei gli anni non sono che forse ancor mi donerà;
L’attimo è mio, e se quello io so valutare
Mio è quanto anni ed eternità ha formato e va a formare.


 
 
 
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