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Il richiamo del sud in una poesia natalizia di Conrad Ferdinand Meyer 
di Gabriella Rovagnati
18 Dicembre 2011
 

A Kilchberg, un sobborgo di Zurigo, si può visitare l’ultima casa del poeta Conrad Ferdinand Meyer (1825-1898), oggi trasformata in museo, che si trova nella stessa strada in cui, di rientro dall’esilio americano, era andato a vivere anche Thomas Mann. Kilchberg si affaccia su quel lago di Zurigo, dai cui abissi Meyer – data la sua precoce tendenza alla depressione – fu fin da giovanissimo pericolosamente attratto. Vittima di una madre vedova severissima che nel figlio maschio aveva riposto tutte le sue speranze, Meyer, che non si sentiva mai all’altezza delle sue aspettative, reagiva spesso alle pressioni diurne portandosi di notte in barca al largo per poi fare lunghe e pericolose nuotate al buio. Affetto da una grave forma di ipocondria, che lo costrinsero a soggiorni in case di cura per malati di nervi, Meyer trovò poi nella poesia e nella letteratura la propria strada.

Il suicidio della madre, che si tolse la vita proprio annegandosi nel lago nel 1856, significò per Meyer – oltre che, ovviamente, un momento di angosciosi sensi di colpa – non solo la fine di un incubo, ma anche, grazie alla cospicua eredità, il raggiungimento della stabilità economica e la possibilità di studiare e viaggiare in libertà insieme all’amatissima sorella Elisabeth (Betsy).

Fondamentale fu il tanto agognato viaggio in Italia che i due intrapresero nel 1858 e che rivelò tra l’altro allo scrittore la splendida linearità dell’architettura del Rinascimento e la maestosità di Michelangelo, soprattutto scultore. L’Italia, che divenne in seguito per lui fonte inesauribile d’ispirazione – di molte poesie1 e di numerosi racconti – fu per Meyer anche il paese della liberazione da un protestantesimo eccessivamente rigoroso e opprimente, con la scoperta degli aspetti più edonistici ed epicurei dell’arte cattolica, dove, accanto ai valori di un’etica intransigente, trapela un’oggettività vitale e sanguigna.

Grazie a questo viaggio Meyer cominciò finalmente davvero a scrivere, rifiutando i canoni del realismo e coltivando invece una poetica aristocratica, fondata sugli esempi della classicità e lontanissima dai toni da strapaese allora di moda. Alle descrizioni del mondo contadino, Meyer preferì i ritratti di grandi personalità e gli affreschi di cruciali eventi della storia dell’umanità; a un linguaggio dallo spiccato colorito locale, predilesse uno stile oltremodo accurato sia in prosa sia in poesia, cercando persino di smussare le durezze fonetiche del consonantismo tedesco con una scelta lessicale il più possibile vicina alla morbidezza vocalica delle lingue romanze. Per questo i suoi contemporanei lo giudicarono un autore ostico e cerebrale, troppo ricco di citazioni ed allusioni colte. Solo i posteri riuscirono ad apprezzare la lotta per la perfezione di questo lirico e narratore, sempre attratto dal baratro, sempre pervaso di una profonda malinconia, ma anche sempre alla ricerca di uno spiraglio di salvezza, soprattutto nell’arte, vista come momento di eterizzazione di quanto è di fatto fuggevole ed effimero. Per questo molto lo apprezzò Hugo von Hofmannsthal, che, come lui, cercò nella cristallizzazione estetica il superamento della caducità.

Meyer, artista contro corrente, conobbe un momento di riabilitazione sociale quando, a cinquant’anni, sposò Louise Ziegler, figlia di una famiglia zurighese molto in vista e molto abbiente, e sembrò voler uscire dal suo caparbio isolamento per assumere il ruolo borghese del marito e del padre di famiglia. Anche il viaggio di nozze, che si protrasse per mesi, lo spinse con la moglie verso il sud, visto come il luogo della luce e del calore (intesi sia in senso concreto sia traslato), in contrasto con il rigore brumoso del nord. Si trovò così a trascorrere un tiepido Natale ad Ajaccio e cantò quel momento di diversità climatica e geografica – ma il paesaggio, si sa, è anche sempre uno stato d’animo – in una poesia in distici a rima baciata (che ho tentato di mantenere nella traduzione), che è una delle tante esternazioni di quell’anelito verso il meridione che accomuna tanti poeti di lingua tedesca:

 

Natale ad Ajaccio

 

Mature arance vedemmo oggi cadere e il mirto in fiore,

La lucertola scivolare lungo il muro, il sole in pieno ardore.

 

Sopra la testa presso un putrido pergolato una farfalla –

Qui non separa gioventù e vecchiezza una netta falla.

 

La vizza foglia ancor non s’è staccata e già una gemma nuova è nata –

Un’amabile confusione, aleggia delle Ore la sfilata.

 

Dimmi, ma che sogna il tuo sguardo? D’un bianco inverno sei ansiosa?

Donna mia cara, ma sei più ricca di una primavera luminosa!

 

Eppur ami i lunghi soli e dei colori la forza e l’ardore!

E ti manca il tuo paese, dov’essi da tempo hanno perso vigore?

 

Ascolta! Fra brezze tepide di paradiso s’ode di Natale lo scampanio!

Dimmi, ma che sogna il tuo sguardo? Di bianchi fiocchi il turbinio?2

 

 

Dopo il matrimonio, Meyer conobbe il suo momento più fecondo di scrittore e compose in quel periodo alcune della sue più belle e mature novelle. Ma la serenità coniugale non era destinata a durare a lungo. L’unica figlia del poeta, Camilla, morì suicida come la nonna, e la gelosia fra la sorella Betsy e la cognata amareggiò la vecchiaia al poeta, di nuovo afflitto, in tarda età, da crisi psichiche. Meyer si spense nella sua casa di Kilchberg nel 1898, all’età di settantacinque anni.

 

 

1 Cfr. la breve antologia di testi lirici uscita nella mia traduzione: La melanconia corrosiva di Conrad Ferdinand Meyer. In: “Poesia” 151 (giugno 2001), p. 38-46.

2 Weihnacht in Ajaccio // Reife Goldorangen fallen sahn wir heute, Myrte blühte, / Eidechs litt entlang der Mauer, die von Sonne glühte. // Uns zu Häupten neben einem morschen Laube flog ein Falter – / Keine herbe Grenze scheidet Jugend hier und Alter. // Eh das welke Blatt verweht ist, wird die Knospe neu geboren – / Eine liebliche Verwirrung, schwebt der Zug der Horen. // Sprich, was träumen deine Blicke? Fehlt ein Winter dir, ein bleicher? / Teures Weib, du bist um einen lichten Frühling reicher! // Liebst du doch die langen Sonnen und die Kraft und Glut der Farben! / Und du sehnst dich nach der Heimat, wo sie längst erstarben? // Horch! durch paradieseswarme Lüfte tönen Weihnachtsglocken! / Sprich, was träumen deine Blicke? Von den weissen Flocken?


Foto allegate

La casa di Conrad Ferdinand Meyer a Kilchberg
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