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Mario Ciancarella. Errori di prospettiva (Terza e ultima parte)
23 Aprile 2008
 

Quando a Lucca qualcuno si permetteva di segnalare il decadimento progressivo delle condizioni di sicurezza, a causa dello sfruttamento – in nero e senza sicurezza – di tanti extracomunitari che ripetutamente perdevano la vita sul lavoro nella assoluta disattenzione dei più e nel disinteresse di troppi, e annunciava che questa condizione si sarebbe un giorno ed in eguale misura riverberata anche contro e sui lavoratori autoctoni, con le medesime conseguenze letali, veniva invitato a tacere, e sopportato con malcelato fastidio se insisteva, anche nei luoghi della “sinistra” deputati alla tutela del lavoro. I funzionari sindacali ed associativi sono apparsi infatti troppo tremebondi ed impauriti del salasso verso derive di destra da parte dei propri iscritti (iscritti da “non infastidire” ulteriormente dunque con ulteriori inviti ad una necessaria solidarietà di classe e di umanità) che non preoccupati di interrogarsi sulle modalità con cui arrestare quella mutazione, ancor prima ed ancor più che il salasso, per ricondurre i lavoratori ad una più consapevole lettura della realtà.

Quando poi è accaduto che un lavoratore autoctono sia stato risucchiato e stritolato da una ventola non in sicurezza, ebbene anche lì si è dovuto registrare addirittura il dramma di una cultura di “sinistra” progressivamente erosa di senso civile e di tensione democratica. Lo sciopero fu di mezza ora soltanto e tutti guardavano all’orologio con l’ansia di vedere quel tempo di sciopero trascorrere più in fretta possibile piuttosto che impiegarlo per dibattere, capire, indicare percorsi, pensare a strumenti nuovi di “lotta”. Il dramma del morto ricadde solo su se stesso e sui suoi familiari, con l’assoluzione finale dei responsabili in sede del successivo processo, con il silenzio (che non andava oltre le vuote dichiarazioni di “indignazione”) della sinistra dei “nuovi mondi possibili”.

Ma questo non esime il “profeta inascoltato” dal doversi a sua volta interrogare sul perché egli non abbia saputo essere convincente nella sua drammatica denuncia. Non basta infatti alla nostra salvezza sentirci personalmente diversi, e perciò stesso estranei al destino drammatico della società italiana. Se non riusciamo a parlare in modo convincente tra noi ed ai nostri, come potremo sperare di essere credibili con i “lontani” da noi? La condanna della nostra inettitudine al compito che ci saremmo dati è la sentenza di complicità con gli effetti dei mali che denunciamo.

 

E l’incidente sul lavoro alla fine ci ha colpiti tutti insieme ed in una sola volta. È quello che è accaduto a tutti noi – italiani, e non solo uomini con il “cuore a sinistra” – risvegliandoci improvvisamente senza più rappresentanza istituzionale della sinistra antagonista, privi di un arto fondamentale della civile convivenza come può e deve esserlo la sinistra, senza più capacità di capire come e perché ciò sia potuto accadere. Abbiamo troppo scherzato col fuoco per non rischiare di rimanerne aggrediti.

L’Italia oggi è una realtà monca, deprivata del suo arto di sinistra, e sembra non essere interessata alla sua pur faticosa ricostruzione quanto alla sola adulazione dei suoi storici rappresentanti (come è suonata falsa e stonata ogni parola di elogio a Bertinotti nella trasmissione di Vespa con cui si considerava congedata per sempre dalla politica italiana ogni ipotesi e prospettiva di presenza comunista e ne si adulava “l’ultimo esponente” ricordandone le indubbie qualità democratiche!!).

 

Nessuno sembra interessato, e tanto meno i nostri amici rossi e verdi (come Diliberto e Pecoraro Scanio) alla necessità di una chirurgia estrema (come è sempre necessario infatti un intervento altamente specializzato per salvare ciò che abbiamo prima maciullato) che restituisca al soggetto Italia un suo fondamentale strumento di equilibrio e di espressione armonici.

Il problema non è più ormai “perché” è stato possibile che la sinistra sparisse, ma se siamo intenzionati realmente a ricomporre le ferite, ricollegare tendini e nervi e suturare vene ed arterie. Capire se sapremo trovare le ragioni per la ricostruzione necessaria (anche inventando “protesi nuove e non ancora sperimentate”) o se ci accontenteremo delle turpi cicatrici dei “moncherini” e della loro ridotta funzionalità. Solo dopo aver chiara in ciascuno di noi la necessità di questa profonda operazione di ristrutturazione potremo tornare ad analizzare le ragioni profonde dell’incidente perché ci guidino nel futuro, che è tutto da inventare e sperimentare.

Noi abbiamo vissuto il narcisismo di chi abbia visto le albe meravigliose dalle vette, ma non ha capacità di “raccontarle” agli altri perché siano indotti a seguirlo sulle strade dure ed impervie che a quelle vette conducono. Non siamo stati capaci di rendere un senso al cammino ed alla fatica necessari, per andare dalla valle al monte. Non abbiamo saputo parlare dei “prezzi” di umanità da pagare al nuovo che annunciavamo forse perché in realtà anche noi raccontavamo di albe che ci erano state solo raccontate e non abbiamo realmente sperimentato. E forse non eravamo convinti fino in fondo che quei prezzi meritava e merita che siano pagati. E dunque, in conclusione, noi non siamo stati “cannibalizzati” da altri (quelli del PD). Essi hanno solo approfittato della circostanza che il mondo che proponevamo non riuscivamo a rappresentarlo non solo come una cosa bella, ma soprattutto come una cosa possibile a tutti, e necessaria a tutti. Perché abbiamo dimenticato, se non reciso, le nostre radici: quella costituzione nata dalla Resistenza ed in nome di un antifascismo che è la negazione assoluta del “menefrego mussoliniano” e che non può essere rivendicato con il solo appropriarsi pappagallescamente di quel motto di Don Milani, “I care”, che ha senso solo se esprime scelte coerenti e vissute - nella pelle, nei nervi e nel sangue - di antagonismo e di solidarietà.

Ed ora, davanti a noi, c’èil grande pericolo della infiltrazione esterna ed eterodiretta dei movimenti rimasti privi di rappresentanza istituzionale. Una infiltrazione che potrebbe eliminarci definitivamente come una “razza insopportabile” attraverso scelte sciagurate. Un pericolo dunque drammatico: quello di indurre i più delusi e depressi di noi nella tentazione che, non avendo più rappresentanza istituzionale, la nostra frustrazione possa trovare sbocchi di violenza organizzata. Bisognerebbe essere consapevoli e dunque estremamente vigilanti per evitare che nella fase immediatamente “post-operatoria”, se avremo avuto comunque il coraggio e la determinazione di affrontarla questa fase ri-costituente, qualcuno possa essere astutamente interessato ad infettare le nostre ferite, avvelenandole con la attesa di rivincite istantanee e sanguinarie, quanto improbabili.

State certi che qualcuno sta già studiando simili percorsi di definitiva distruzione di una sinistra insopportabile e geneticamente antagonista. Costoro vivono il terrore di una capacità reale ed efficace di riaggregazione della sinistra sui valori e sul senso del suo essere e del suo cercare e promuovere consenso. Hanno la consapevolezza che, come diceva Lenin, «una forza materiale può essere battuta solo da una forza materiale, ma i valori etici e morali possono diventare una grande forza materiale se le masse se ne appropriano». La loro etica è quella della illegalità praticata e dunque potrà divenire realtà tumorale invasiva, ma mai aggregazione di forza morale. E dunque cercheranno di approfittare di questo nostro drammatico incidente sul lavoro per disarticolarci definitivamente e rompere ogni possibile rapporto con le masse.

 

Noi a nostra volta dovremo chiederci quale via vogliamo e siamo in grado veramente di indicare, con quali strumenti ed in quali modi, seguendo quali percorsi. Assumendo lucidamente i criteri ed i metodi “militari” che rendono un unicum inscindibile la strategia e la tattica, l’organica e la logistica, l’addestramento e l’esercizio.

Potremo scoprire, senza vergognarci e senza colpevolizzarci, ma senza neppure arroccarsi, che abbiamo perso grandi occasioni storiche quando abbiamo rivestito ruoli e avuto funzioni istituzionali (penso al buon Ferrando ed al buon Turigliatto), rinunciando anche alla sola ipotesi di esercitare una qualsiasi prerogativa ad essi collegata ed abbiamo preferito praticare invece il narcisismo della diversità formale e di facciata, piuttosto che quella diversità sostanziale che avrebbe potuto aprire gli occhi a tanti su una possibilità diversa di uso dei mezzi e degli strumenti istituzionali a disposizione di un Parlamentare.

Abbiamo preferito la tattica dissennata della carica dei seicento a Balaclava, piuttosto che la astuzia del logoramento dell’avversario insegnataci dal Generale Giap e dal Popolo Vietnamita.

Abbiamo “non voluto credere” che noi tutti come Popolo e Nazione siamo stati condizionati da una sovranità popolare italiana eterodiretta (e lo ha detto pubblicamente Bertinotti a Firenze, di “non crederci”, forse per buonismo suggerito da un malinteso senso di “nonviolenza”, forse per opportunità politica, suggerita da un innocente quanto ingenuo convincimento che fosse possibile abbassare la guardia, forse per “stanchezza” derivante dall’erroneo convincimento della fine delle rivoluzioni indotto da processi politici che sembravano aver esaurito la loro spinta innovativa) e quindi non abbiamo più creduto alla necessità assoluta di fare luce, verità e giustizia sulle stragi impunite di questo Paese, sulla natura ed i percorsi della infiltrazione criminale nei processi finanziari e nella dinamica politica, sulla corruzione da una parte e sulla induzione alla violenza sociale dall’altra come strumenti prediletti dal dominus per controllare e condizionare la nostra storia ed il nostro percorso civile e sociale. Non abbiamo imposto che la cultura della “legalità” si affermasse solo se e quando fosse coniugata con l’aggettivo democratica, poiché senza tale aggettivazione ogni legalità, anche quella del despota e del signore medioevale, ha piena dignità.

Insomma non siamo stati in grado di essere “luce per il mondo” né “sale per la terra”, direbbe il Vangelo. E se il sale perde la sua capacità di dare sapore non è più buono per altro, viene sempre detto dal Vangelo, che essere gettato via e calpestato dagli uomini.

Essere sale e luce non è semplice, perché implica spogliarsi della retorica della propria identità: la luce serve per illuminare le cose attorno a noi e nessuno parlerà bene del sale assaggiando una pietanza condita correttamente o della luce fissando lo sguardo nella sua sorgente. Ma dirà “che buono questo cibo” oppure sarà grato alla luce perché consente di saper vedere la strada e gli ostacoli al proprio percorso.

Ma se siamo sale e luce, per quanto possano aver cercato di gettarci via o di offuscarci, abbiamo una grande fortuna ed una grande speranza: la consapevolezza di essere necessari, che crescerà proprio in questa società rimasta senza luce quando comincerà ad inciampare, e in questa società deprivata dal sale quando avvertirà che le pietanze saranno scipite e avvertirà l’assenza del sale. Sarà allora e solo allora che dovremo essere pronti, farci trovare pronti, a rientrare in gioco, se avremo impedito che nel frattempo i “monatti” della storia abbiano potuto esercitare impunemente il loro ruolo di infettarci ulteriormente e di aggredire invasivamente la nostra natura.

 

Sarà una ricostruzione dura e faticosa, da sperimentare nel silenzio e nell’indifferenza dei più, ma colma di speranza. Quando le analisi sulla storia e sul destino delle classi subalterne venivano elaborate agli inizi del secolo scorso da un gruppo ristretto di intellettuali rivoluzionari non esistevano, lo abbiamo detto, internet e google, eppure i contadini della sterminata Russia zarista ne avevano conoscenza e potevano dibatterle e farle proprie, fino al punto da anticipare i tempi della rivolta. Ciò è stato possibile per la passione politica di tanti sconosciuti alla storiografia ufficiale, perché anche le rivoluzioni, gli “altri mondi possibili” sono “infezioni” che possono esplodere nelle Società Civili quando singoli soggetti siano disponibili a seminarne, molto semplicemente, i virus. Senza alcuna pretesa di poter guidare le masse alla determinazione del proprio destino, senza alcuna aspettativa di entare trionfanti nella casa d’inverno ma paghi di aver svolto il proprio compito storico solo facendo riscoprire ai singoli la miseria e la rapina di dignità di una vita pilotata e depredata di senso, contrapposta alla grandezza di una piena soggettività nella costruzione della propria storia e del proprio destino.

Buon lavoro a tutti coloro che, ciascuno nel suo spazio e nel modo che sentirà proprio, vorrà davvero spendersi per ridare senso ad una speranza e ad un progetto tutto da ri-costruire.

 

Mario Ciancarella

 

fine

 

 

Mario Ciancarella, ex ufficiale, è impegnato nelle istanze democratiche dei militari.

m.ciancarella@virgilio.it


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