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Andrea Ermano. Se le politiche di austerità continueranno
Un recente quaderno di
Un recente quaderno di 'Alan Ford' dedicato alle avventure di Superciuk 
28 Aprile 2016
 

Trionfante (ma non ancora eletto), il neo-heideriano Hofer, con il suo 35,05% dei voti ha portato aria di gran festa nella casa austriaca della “destra di destra”. La “destra di sinistra” (o di centro-sinistra, o di centro: insomma i socialisti e i democristiani al governo di quel paese) ha subito, invece, una cocente sconfitta. Si conferma la regola per cui le forze democratiche vengono battute ogni qual volta s'illudano di poter contrastare il populismo imitandone toni e temi. Così, la blindatura del Brennero portata avanti dal governo di Vienna non ha salvato per nulla la “destra di sinistra”, e anzi ha agevolato una sorta d'ipnosi propagandistica ai danni dell'opinione pubblica austriaca, ora in piena trance xenofoba (l'Austria, dati alla mano, “esporta” in Italia più immigrati di quanti non ne “importi”).

Ciò premesso, è lecito chiedersi se una sinistra che avesse il coraggio di dire e fare cose di sinistra potrebbe vincere là dove la “sinistra di destra” invece perde. Non è detto. Sperare di risalire la china è possibile, per le forze “sinceramente democratiche”, solo se queste, finché stanno al governo, attuano politiche sociali volte a risollevare i ceti medi demoralizzati dall'attuale miseria, dopo un Ventennio durante il quale l'idrovora anarco-capitalista ha sistematicamente derubato i poveri per dare ai ricchi, un po' come nelle grottesche e ridanciane avventure di Superciuk, eroe negativo partorito dal genio di Max Bunker nei primi anni Settanta.

Se le politiche di austerità continueranno, allora continuerà a salire complessivamente anche la disoccupazione, e in particolare quella giovanile. Stiamo perdendo un'intera generazione, come diceva anche Draghi. E questo è il problema dei problemi di fronte al quale la middle class non può che perdere la trebisonda iniettando nel corpo sociale paura e instabilità. Di fronte a ciò i populisti della “destra di destra” giocano (ovviamente) al rialzo della paura buttando la croce addosso agli immigrati. I moderati della “destra di sinistra”, come detto, si barcamenano e perdono.

Non resta che da chiedersi: che cosa propongono i populisti di sinistra? Molti di loro, seguiti e affiancati in Italia dal M5s, reputano che l'unica via d'uscita da questa situazione comporti l'introduzione del Reddito di Cittadinanza.

Proprio su questo tema, su un'iniziativa popolare federale “Per un reddito di base incondizionato”, si voterà in Svizzera il prossimo 5 giugno. L'iniziativa referendaria prevede un emendamento costituzionale che affiderebbe allo Stato l'obbligo di versare “a tutti i residenti sul territorio elvetico” un certo importo in denaro (il “reddito di base”, appunto), svincolato da qualunque pre-condizione attinente al reddito e al patrimonio, cioè tale da consentire a chiunque un’esistenza dignitosa anche senza l'esercizio di attività lucrative. I promotori non precisano né l’importo del “reddito di base incondizionato” né le modalità di finanziamento che l'eventuale modifica costituzionale richiederebbe, sicché questi aspetti dovrebbero essere disciplinati o dal Parlamento elvetico o, eventualmente, nell’ambito di una successiva consultazione referendaria qualora, caso assai improbabile, l'iniziativa passasse l'esame delle urne.

Secondo i calcoli del Consiglio Federare elvetico, il governo di Berna, un'eventuale fissazione del reddito al minimo esistenziale genererebbe costi annui per la Confederazione di poco inferiori ai 200 miliardi di euro, parte cospicua dei quali potrebbe anche essere coperta da prelievi su redditi da attività lucrativa e da trasferimenti di prestazioni sociali. Ma per il fabbisogno residuo, calcolato in Svizzera intorno ai 25 miliardi di euro (che in Italia si moltiplicherebbero per cinque o per otto), bisognerebbe ricorrere a cospicui tagli di bilancio combinati con un sensibile aumento della pressione fiscale.

Sul piano delle dinamiche sociali è facile prevedere che aumenterebbe il lavoro nero e, per intere categorie di lavoratori a basso reddito, risulterebbe assai poco interessante esercitare un’attività lucrativa. La rarefazione dell'offerta sul mercato del lavoro favorirebbe i processi di delocalizzazione produttiva, comunque in atto, e le conseguenze di tutto ciò sul Welfare sarebbero tendenzialmente devastanti perché una serie di prestazioni sociali (quelle medico-sanitarie in testa) subirebbero un'ulteriore impennata e potrebbero risultare non più sostenibili a causa del progressivo indebolimento economico del Paese.

Fin qui le valutazioni sul reddito di cittadinanza nell'opulenta Confederazione Elvetica. In qual modo iniziative analoghe potrebbero ipotizzarsi nel nostro Paese è un enigma grillino avvolto in un mistero a cinque stelle, sempreché si voglia tenere fermo al principio astratto di un reddito di base incondizionato e cioè di un sistema di diritti totalmente dissociato da qualsiasi nozione di dovere.

Il discorso cambierebbe radicalmente se ipotizzassimo, invece, un reddito di base non “a pioggia” e non incondizionato, ma al contrario collegato a certe prestazioni obbligatorie che ogni cittadino/a sarebbe tenuto/a a fornire nella misura del possibile e del ragionevole. Discorsi di questo genere hanno come loro archetipo l'“Esercito del Lavoro” di cui ragionava Ernesto Rossi nel suo celebre saggio Abolire la miseria, scritto nelle carceri fasciste intorno all'anno 1942 e dato poi alle stampe nel 1946.

Ma è ovvio che, per scelte di questa portata, occorrerebbe compiere quanto meno sul piano delle idee un passettino oltre il pensiero unico dominante, occorrerebbe cioè riconcepire il ruolo dello Stato al di là della sua dimensione nazionale e al di là dei dogmi liberisti che pretendono di affidare la gestione dell'economia, dell'ecologia, della società e della vita umana al cosiddetto “mercato”, ridotto a sua volta a una logica angustamente unidimensionale: la logica del massimo profitto nel minimo tempo.

Oggi nessuno si occupa di drenare i fiumi, imbrigliare i torrenti, curare i boschi, ripopolare la fauna ittica… Sarebbe lunghissima la lista delle cose che il “mercato” non fa perché non producono massimizzazione a breve. E al “mercato” non importa nulla se, poi, i danni conseguenti all'incuria comporteranno gravi oneri per la società. Lo stesso valga per i costi socio-previdenziali in continuo aumento strutturale a causa della denatalità e dell'invecchiamento della popolazione. Ma argomenti analoghi si potrebbero sviluppare sul tema della legalità, su quello della conservazione dei beni artistici e sui mille altri ambiti dello “sgoverno” anarco-capitalista contemporaneo.

Va da sé che di fronte a fatti eclatanti tutti poi reclamino a gran voce l'intervento dello Stato: piove governo ladro! E allora si pretende che lo Stato risolva una sequela di emergenze rispetto alle quali per interdetto ideologico liberista gli è però vietato adottare gli strumenti idonei a farlo sia sul piano locale, sia nazionale, sia transnazionale.

E così rischiamo di vederci lentamente ma inevitabilmente sommersi tutti quanti da uno “sgoverno” sempre più caotico e quindi sempre più foriero di ondate populiste e quindi sempre più esposto all'autodistruzione dell'unica realtà istituzionale, l'Unione Europea, che sola potrebbe ancora in ipotesi offrirci una sponda di governabilità.

Ecco, è proprio questo, la governabilità, il punto cruciale di tutta la sfida politica che il futuro ci lancia. Perché, mentre il lavoro produttivo si assottiglia a causa di mille processi di automazione e informatizzazione, noi abbiamo grande difficoltà a vedere l'evidente, dum patet latet, e cioè: che dobbiamo governarci, riorganizzarci e svolgere un grandissimo lavoro sociale e politico su noi stessi, se vogliamo riacquisire una minima capacità di gestione delle dinamiche che noi stessi abbiamo messo in moto.

 

Andrea Ermano

(da L'avvenire dei lavoratori, 28 aprile 2016)


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