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Lidia Menapace. Il rovinoso collasso del fascismo
'La Stampa', luglio 1943 
25 Luglio 2015
 

Nell'episodio della fine del regime fascista gli interventi furono pochi repentini e ambigui, ciò metteva le premesse di un intensissimo periodo di riscatto popolare diffuso, di presa di coscienza, di tentativi di informarsi (Radio Londra), di azioni di difesa e tenuta cui fu dato il nome di Resistenza e che connota l'Italia in modo molto forte rispetto alle nazioni che furono parte della seconda guerra mondiale e della sconfitta del crudele disumano tentativo nazifascista di stabilire una dittatura tra le più sanguinarie che la storia del nostro continente abbia vissuto.

Non intendo fare un commento storico-politico, ciò che viene detto e che diffondo per me va bene, desidero solo trasmettere le impressioni di quel momento e i lampi di disvelamento della realtà, gli angosciosi interrogativi cui dovetti rispondere di persona.

Era una calda estate di guerra, ero a Novara, mia città natale, dove venivo ogni mattina in bicicletta da Suno, il paese a una ventina di chilometri, dove mio padre ci aveva trovato una casa per sfollare e sottrarci ai bombardamenti per noi incombenti perché abitavamo vicino alla stazione ferroviaria, meta solita degli aerei. Mi ricordo le sirene che nelle notti di luna ci tiravano giù dal letto e ci cacciavano nei rifugi, spaventati/e e agitati/e. Avevo 19 anni, mia sorella 16 e il mio fratelino 9. Nell'estate del 1943 mio padre, benché non fosse poi molto giovane (era nato nel 1894 e aveva già fatto la prima guerra mondiale) era stato richiamato in servizio presso il 17° reggimento di artiglieria di stanza nella nostra città.

Sento grida e canti e mi affaccio verso strada, gente ogni dove, tutti che strillano con gioia L'è burlà giò (“È caduto”), l'è finì (“è finita”) con grande allegrezza, tutti e tutte pensano e dicono che “la guerra è finita” finalmente, andrà meglio. Scendo in strada, vado a casa di Annamaria Camaschella e di Paola Bertoldi, le due compagne di classe più politicizzate, una figlia di un avvocato cattolico antifascista e l'altra del farmacista socialista che conosciamo bene e che ha sempre atteso questo momento, fornendoci battute al vetriolo e barzellette a gogò. A pranzo chiacchieriamo e si spera che ben presto venga l'armistizio, nessuno pensa a Mussolini, se non come futuro imputato per tradimento. Ciò che si vede è un tentativo della dinastia sabauda di liberarsi alla fine del pericoloso alleato cui sono stati ossequienti finora e che adesso sbarcano attraverso una non chiara comgiura di palazzo. Mussolini è stato messo in minoranza dai suoi. Aspettiamo. Non passa molto tempo e ci si accorge che Badoglio non è affatto un democratico e che l'orizzonte resta sempre più fosco. Gli Alleati hanno occupato la Sicilia e avanzano, ma con lentezza e facendosi strada con sempre più rovinosi bombardamenti aerei. La gioia si rintana nei cuori, gli interrogativi diventano angosciosi. Durerà un'estate e poi, dopo l'8 settembre, l'Italia occupata dai nazi e la Resistenza. Così è andata, almeno dove ero io.

 

Lidia Menapace


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