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Lidia Menapace. Sciopero di tutti i campanelli campanellini tasti tastini e simili, per un giorno
01 Aprile 2015
   

Ieri 31 marzo, prendendo spunto dal mese pazzerello proprio in extremis, ho all'improvviso realizzato che le mie giornate sono impegnate da continui campanelli più o meno forti, e dal pigiare tasti di varia dimensione ed effetto: ricevo tra 80 e 100 mail al giorno, le telefonate non le conto nemmeno più, alla sera sono scema.

E non è che non abbia preso qualche misura difensiva: al fisso di casa non rispondo se non a precisi accordi sul numero e sequenza degli squilli. Ho dovuto fare così perché ero oggetto di molte telefonate minatorie e/o ingiuriose, e non parliamo del fastidio che danno quelli/e che vogliono venderti qualcosa. Il telefonino naturalmente lo hanno solo quelli/e a cui l'ho dato: o -per dir meglio- dovrebbero. Infatti, come tutti, raccomando sempre di non divulgarlo: ma si sa che ciascuno/a ha qualche amico/a fidato a cui lo può dare con la stessa raccomandazione, seguita da pari comportamento, sicché alla fine coorti di persone hanno il mio cellulare, amen!

Devo dirvi che un giorno senza campanelli è bello, il Paese dei campanelli non è un modello piacevole, fuori dalla nota operetta. Tuttavia sono stata raggiunta da espressioni di preoccupazione e rammarico e addirittura da reprimende (da parte dei parenti più prossimi) e del resto mi sono resa conto che io stessa non avrei potuto durare a lungo.

Ma gli scioperi si fanno per qualcosa: spiego lo scopo del mio e le proposte dalle quali vorrei ripartire nell'uso di telefono e mail.

Lo scopo è molto politico, anzi è un pezzo importante della costruzione dell'alternativa rivoluzionaria alla crisi strutturale globale e -a mio parere- finale del capitalismo. Prima avvertenza fuori sacco: bisogna sempre ricordarsi che la crisi ha un nome preciso e precise caratteristiche e che, se si tien conto delle razionali raccomandazioni di Samir Amin bisogna ricordarsi che chi è anticapitalista non deve voler uscire dalla crisi capitalistica, bensì dal capitalismo in crisi. Il quale capitalismo in crisi, se lasciato alla sua spontaneità non vuole né può fare riforme, è irriformabile e perciò impone controriforme, che chiama jobs act, buona scuola, riforma elettorale ecc. ecc. In genere si tratta di provvedimenti volti a tornare indietro, a partire dalla nota “riforma” prodotta dal ministro ex-socialista di Berlusconi, quando disse, cancellando la storia dal 1882 in qua, che era necessario che il sindacato diventasse una corporazione, cioè uno strumento che non contratta ma viene diretto da chi lo presiede e ha il compito di emettere “arbitrati” non discutibili. Questa “modernità” -come è noto- si chiama Feudalesimo ed è un impossibile tentativo di tornare a prima della Rivoluzione francese.

 

Lidia Menapace


 
 
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