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L. Canova. Diario albanese – 3. Ballata, YinYang, armadiRom... 'Thka problema!'
09 Agosto 2007
 

lunedì, 30 luglio 2007

LA BALLATA DEL MIGRANTE PAZZO


Spinse l’ardore un migrante pazzo

A prendere il largo, salpando a Durazzo:

su un salvagente di margherite

dolci dalle onde appena lambite

 

volle raggiungere la fidanzata,

colf a progetto sottopagata;

le margherite, ha inizio la danza,

gli seminarono la Finanza

e, per non fargli giammai un torto,

anche la capitanerìa di porto.

 

Quando di già si vedeva Bari

(certo che i sogni costano cari...)

ad una ad una le margherite

si separarono, come contrite.

 

Di petalo in petalo, m’ama non m’ama,

il migrante pazzo il suo amore chiama.

E i fiori gonfi di lacrime in mare:

per il tapino nulla da fare.

 

Nell’affondare pensò a quegli occhi

Àncora estrema di estremi rintocchi:

infine scomparve con l’illusione

 

perché l’amore non ha traduzione.

 

 

 

Yin e Yang

Ovvero, l'altra faccia della medaglia, il Sole e la notte, la seconda meta' del cielo

 

In questi giorni, penso che molti di noi si siano divertiti a giocare sul sito della nuova 500 (illustrazione d'apertura, ndr) a creare l'auto dei propri sogni: la 500 incarna davvero un pezzo di storia d'Italia, non solo delle persone famose che popolano lo spot di questi giorni, ma anche e soprattutto di quella quotidianità un po' spiccia e genuina che ha riempito le nostre infanzie (ricordo che, alle medie, la professoressa d'arte, collega di mia madre, ci dava spesso un passaggio sulla sua cinquecentina rossa... E si avvertiva forte quel senso di precarietà, premonizione delle nostre vite future, mentre a bordo si parlava di lingua bollita e fegato con le cipolline).

 

Ho ritenuto opportuno, dunque, creare anche la versione albanese (illustrazione in calce, ndr) di questo tuffo nel futuro, vedendo che, a Tirana, si prepara il lancio di una gloriosa automobile, che ha fatto breccia nel cuore degli Albanesi, e probabilmente anche nel muro di fronte a casa mia.

 

 

mercoledì, 01 agosto 2007

Gli armadi dei Rom

 

Questo pomeriggio niente ironia: la realtà, a volte, è più che sufficiente.

Vengo ora da una giornata trascorsa insieme ad un dottore in un villaggio rom delle aree rurali: mi sono subito venute in mente le parole di Filippo Penati, qualche mese fa, che sosteneva la necessità, per la sinistra, di tenere conto una volta per tutte della questione sicurezza e di adeguarsi all'esclusione come modalità di risposta.

La cosa mi aveva preoccupato e mi preoccupa ancor di più ora.

Non voglio fare retorica e descrivere quanto sono belli e profondi gli occhi dei bambini, in questi villaggi: gli occhi di tutti sono semplicemente nudi.

Questo è l'aggettivo che, più di altri, mi aiuta a descrivere la giornata: tante persone fragili, vulnerabili, senza difesa, che vivono a poche centinaia di chilometri da noi (o a poche centinaia di metri) in condizioni di assoluta miseria.

E nelle capanne dei rom mi colpiva l'essenza, la nudità, ancora, delle stanze con le pareti bianche: qualche letto appoggiato ai muri spogli e niente più.

Nessun armadio, mi sono sorpreso a pensare: un pensiero forse tipicamente da consumista. Quando hai una proprietà da difendere, pensi subito a dove poterla custodire: le famiglie che ho incontrato oggi spargono i pochi vestiti sul letto o sulle sedie. Non hanno altro.

I miei occhi, invece, che definirei imbarazzati, cercavano un qualche appiglio per riposarsi da tanta assenza: e allora, se un armadio è un luogo, fisico o no, dove metti a riposare gli oggetti, anche i rom hanno i loro armadi.

Il televisore, che non manca in nessuna casa; il santino della Beata Vergine, consumato come nei miei ricordi d'infanzia della casa in Sicilia; e il flacone di Xanax, perché a chi non ha assistenza sanitaria si fa molto in fretta a prescrivere gli antidepressivi.

Ognuno di questi oggetti rappresenta un armadio: l'armadio della disperazione, della frustrazione da persona non inserita, della voglia di vivere che rimandi a domani.

Oggi non riuscivo a comunicare con le vecchine, con i bimbi: solo quella bottiglietta della fottutissima Bayer ci era d'aiuto per trovare un significato comune.

E mentre tutti gli armadi rom erano occupati dallo sguardo nudo di quelle famiglie povere, i miei occhi vagavano senza potersi spogliare dello scheletro ingombrante della responsabilità.

Filippo!!!

La risposta dev'essere integrazione, inclusione, modello di sviluppo sostenibile: e per oggi, scusatemi, ma vaffanculo al riformismo.

 

 

giovedì, 02 agosto 2007

Alim che muove il Sole e le altre stelle...

 

Alim (con rigoroso accento sulla i) è l'autista del centro ricerche dove lavoro.

Non parla una parola di inglese o di italiano: sa l'albanese e il greco (ha vissuto a Salonicco per diversi anni). Dal primo giorno, è un po' il mio uomo ombra e mi ci sono affezionato: Alim, infatti, è un omone gigantesco che trasmette grande sicurezza e simpatia. Ha il sorriso sornione di un gatto ed è molto bello trovare un modo di comunicare con lui: per il momento, ciò che facciamo è soltanto modulare in mille modi diversi i nostri nomi. Un po' come nella Via dei canti, cerchiamo di costruire musicandoci il nostro mondo comune.

'Lucianoooo!' fa lui rimpicciolendosi nel mio nome tentando in tutti i modi di assumere le fattezze di uomo piccolo e magro.

'Aliiiiim!' urlo io di rimando, espandendomi il più possibile per aumentare di 30 cm e 40 chili in un solo secondo.

Questo è quanto, eppure ci intendiamo a meraviglia: con le poche parole di inglese che spiccica, mi ha illustrato la sua Weltanschauung.

Fondamentalmente, per Alim, gli uomini si dividono in 3 categorie: good mafia, bad mafia e altro.

L'ideale è finire nel primo girone, mentre è una vera sciagura appartenere alla terza schiera, perché significherebbe ricevere il suo più totale disprezzo e cadere in un oscuro dimenticatoio.

Io ho avuto la fortuna, credo più per le mie origini siciliane che per particolari meriti, di finire catalogato come good mafia.

E questo mi dà diritto a tutta una serie di privilegi: Alim, infatti, controlla il divenire del mondo.

Col suo Thka problema (nessun problema), come un novello Merlino ha sempre una soluzione pronta per far quadrare il cerchio (la tavola rotonda, appunto).

'Alim, non ho fatto colazione' dice Ilir la mattina presto. Thka problema: in pochi secondi la tavola è imbandita con yoghurt e burek (una sorta di focaccia).

'Alim, s'è fulminata la lampadina dello studio'. Thka problema: dal bagagliaio dell'auto, come fosse la Mary Poppins di 4ruote, ecco pronte mille lampadine da 40, 60 e 80W.

L'altro giorno mi sono tagliato con un foglio di carta: stavo succhiandomi il sangue quando... Toc toc. Ecco Alim: thka problema, cerotto multiuso. Chissà poi come se ne era accorto.

E via dicendo per ogni necessità: se devo comperare latte, frutta o qualsiasi cosa, Alim è una specie di Standa, la casa allegra degli Albanesi.

Quando guida per le strade di Tirana e in autostrada, poi, è un vero pazzo: per andare al Ministero del Lavoro, ha imboccato una specie di strettoia ed è stato fermato subito dalla polizia. Lui ha cominciato a confabulare qualcosa di cui, ovviamente, non capivo una parola con Ilir, accanto, che sedeva serio: il tutto prima di vedere i poliziotti mettersi sull'attenti, mentre una motocicletta ci conduceva a destinazione.

Solo a sera Ilir mi ha spiegato che, per l'occasione, ero diventato il Sottosegretario al Ministero del Welfare in visita, accompagnato da un ambasciatore (Ilir) che ogni giorno appare sulle tv albanesi.

Ancora: di ritorno dal villaggio rom, nei pressi di Durazzo una coda immensa ci ha costretto allo stop:

'Che traffico!' fa il dottore.

Thka problema: sulla sua Mercedes 1800 (anno di immatricolazione) Alim mette una sirena e, nell'imbarazzo generale, scaliamo vertiginosamente posizione su posizione.

Alim ha negli occhi un sogno: 'Lucianooo!' mi fa lui 'Milanoo... very good!'.

Pioviggina per le strade di Tirana e il dottore fa: 'La pioggia è un guaio'.

'Thka problema' sussurra Alim e il cielo si squarcia, che ci crediate o no, aprendosi come il suo sorriso. Mentre ci salutiamo, scruto il tramonto e rimango ammirato.

Vorrei che Alim venisse in Italia, prima o poi, a realizzare il suo sogno.

Thka problema: speriamo funzioni anche con me.

 

Luciano Canova


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