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L. Canova. Diario albanese – 2. Democrazia (compiuta), relatività (assoluta). Nomi. Mirempershe
08 Agosto 2007
 

mercoledì, 25 luglio 2007

Democrazia...

 

Pochi giorni fa, in Albania, ci sono state le elezioni per il presidente della Repubblica. Con un colpo di mano (5 deputati socialisti, all'opposizione, hanno votato il candidato della maggioranza), ha vinto un uomo della destra liberale, fido scudiero di Berisha (il premier).

Ilir, il mio capo, scuoteva il capo preoccupato: troppa concentrazione di poteri per il presidente del consiglio, che ora ha anche la possibilità, tramite il presidente della Repubblica, di rimuovere i magistrati a lui invisi. Un presidente del consiglio che si è fatto da solo e che, ormai, dopo il crollo del regime, non è più socialista come un tempo.

Un presidente del consiglio forte di una maggioranza piegata al suo volere, ispiratore di un personalismo quasi idolatra.

Un presidente del consiglio che, ora, a quanto dice Ilir, sempre più preoccupato, punta al controllo dei media:

Vuole comperare le televisioni – mi ha detto con un tono nervoso.

Be' – gli ho risposto io. – Niente paura! È l'ultimo passo e poi anche voi sarete una democrazia compiuta.

 

 

giovedì, 26 luglio 2007

Relatività assoluta

 

Sto leggendo un libro a tratti difficile, ma incredibilmente stimolante: si intitola L'universo elegante (edito da Einaudi) e, in sostanza, spiega la teoria delle superstringhe (una sorta di TOE, Theory of everything) come ultima miracolosa sintesi prodotta dalla fisica moderna per riconciliare relatività generale e meccanica quantistica.

Sarà che di fisica non ho mai capito nulla al liceo ma che nutrivo una simpatia viscerale per la figura di Einstein; sarà che l'autore (Brian Greene) è davvero abile nel presentare teorie complicatissime con la forza immediata di un'immagine, senza bisogno di equazioni.

Fatto sta che ho avuto l'illuminazione e ho finalmente capito, almeno intuitivamente, la relatività einsteniana.

Detto questo, la curvatura dello spazio e del tempo mi affascinano per tanti motivi: trovo profondamente letterario che quella che definiamo realtà sia, in realtà (e mi si scusi per il pleonasmo), uno sfaccettato prisma a più dimensioni che modifica il suo comportamento esattamente come facciamo noi.

Se lo spazio non è immutabile come lo percepiamo, questo mi dà speranza che i punti di vista possano sempre ampliarsi e aprirsi a nuovi orizzonti. Mi dà speranza che l'evoluzione e il cambiamento siano insiti nella natura umana.

Trovo incredibile che una sola persona sia riuscita a pensare alla luce e alla sua velocità come variabile discriminante nel deformare, accorciandoli o dilatandoli, chilometri e secondi.

Noi, appunto, non riusciamo a percepire il fatto che lo spazio e il tempo sono relativi al moto di ciascuno perché ci muoviamo a velocità infinitesime e non a 300.000 km al secondo. Detto questo, e vengo al punto di questo noioso post, lo stupore con cui guardo alla fisica moderna mi serve per pensare al resto della mia vita con maggiore delicatezza.

Qui a Tirana mi accorgo di una relatività generale applicabile alle vite umane: dall'altra parte dell'Adriatico, la velocità con cui nervosamente andiamo al lavoro, nervosamente suoniamo il clacson, nervosamente ci affolliamo nel metro, nervosamente riceviamo e facciamo mille telefonate al giorno, nervosamente ci arrabbiamo con il prossimo, ha ormai raggiunto soglie invidiabili di patologia e ci impedisce di accorgerci, appunto, di quanto il tempo possa rilassarsi, dilatarsi come un gomitolo sbrogliato.

L'Albania non è neppure un Paese poverissimo: immagino cosa senta la mia amica Camilla in India, in questo momento, Lia in Zambia o Ines nella Cina rurale. Mi sento vicino a loro, adesso, meravigliosamente.

Silenzio, dimensione umana della vita, piacevole consapevolezza del proprio corpo.

Servirebbe a tutti, davvero, una 'gita' in un Paese cosiddetto 'disagiato', un incontro con luoghi dove il rapporto tra uomo e ambiente è ancora autentico e vero.

Non ho conferme sperimentali alla mia teoria, certo, ma mi sento felice e, se qualcuno dovesse farmi delle osservazioni o ricordarmi che i dati empirici sembrano mostrare il contrario di quello che affermo, risponderei come fece Einstein quando gli chiesero che cosa avrebbe pensato se l'evidenza empirica avesse sancito il fallimento della relatività:

In quel caso disse – mi sarebbe dispiaciuto molto per il buon Dio, perché la mia teoria è giusta.

 

 

venerdì, 27 luglio 2007

Nomina sunt consequentia re-rum (probabilmente Bacardi)

 

Parecchie persone, negli anni, hanno manifestato una certa insofferenza nei confronti del mio nome, considerato troppo lungo da pronunciare. Non ho mai esattamente compreso a fondo la natura del problema: a me pare che 3 sillabe non siano poi la fine del mondo.

Lu-cia-no.

Sarebbe stato decisamente peggio con Aristogitone, Fiordiligio, Sofonisbo.

Anyway, il suddetto disagio ha prodotto una serie notevole di varianti che mi hanno accompagnato nel corso tempo:

- Luci (tra i 6 e i 12 anni): durante gli spensierati anni delle elementari, mi piaceva molto questo nomignolo, che mi sembrava sottolineare la parte luminosa e non quella deretanica contenuta nel suffisso. Solo a distanza di tempo, e precisamente alle medie, mi accorsi dell’oscura nube che esso era in grado di sollevare sulla natura della mia sessualità: da lì, forse, la confusione che freudianamente mi ha spinto quest’anno allo studio del flauto dolce (ma lasciamo perdere l’interpretazione psicanalitica).

- Cano (12-15 anni): gli anni delle medie sono quelli che ricordo con meno affetto; ero l’unico sondriese in una classe di valligiani oriundi di Castione. Castione sembra un tranquillo villaggio ma, attraversandolo in macchina, tra frazioni e frazioncine, lo si scopre avere un’estensione pari all’India con, per converso, una densità abitativa degna delle isole Far Oer. Il dramma, insomma, di ogni postino. Il mio compagno di banco si chiamava Sabrino (e stendiamo un velo pietoso…) e si rivolgeva a me sempre con il gradevole mottetto: – Cano, vü ciapài?

- Lucky (15-19 anni): al liceo c’era un mio compagno con il vizio dell’inglesizzazione dei nomi: Frank per Francesco, Devis per De Vivo, Paul per Paolo (questo era il più tristo). Contro la mia volontà e, soprattutto, con la derisione di buona parte della popolazione sondriese, divenni malinconicamente Lucky, dubbioso per l’intera durata del liceo se leggerlo più come il nome di un cagnetto con lingua penzolante o come quello di un improbabile camorrista, reciclatosi dopo un felice trascorso tra le gangs di New York.

L’università, fortunatamente, mi ha risparmiato, salvo lo sciagurato tentativo di una ragazza padovana che, in preda ad un delirio letterario, si mise a chiamarmi Ciano, fortunatamente isolata da tutti come neanche la Svizzera nei trattati internazionali.

Arriviamo così ai giorni nostri: in Inghilterra la mia amicissima Federica ha coniato il nomignolo Lu, quello che tutt’ora preferisco perché è molto pratico e perché va su tutto: che ti chiami la madre o la fidanzata, che ti si rivolga qualcuno con affetto o con rabbia violenta, che tu vesta casual o elegante, Lu è una sillaba che soddisfa pienamente.

Unica pecca il fatto, scoperto tardi, proprio in terra nemica, che lo slang inglese definisce lou quelli che, goticamente, alla stazione di Piona sono denominati cessi.

 

Insomma, il mio nome sembra non avere pace: ieri Klisti, figlio di due anni di Ilir, girandomi intorno come una trottola ha cominciato a chiamarmi Cià.

Cià può andarmi bene in Albania: comodo per salutarmi e chiamarmi con un’unica espressione, dialettalmente ha una certa funzionalità anche per frasi come ‘Cià che andiamo’.

Ho preso in braccio Klisti e lui mi ha tirato dell’acqua addosso: nel dargli un bacino, ho completato la cerimonia dell’ennesimo battesimo artigianale.

Così ieri sera ho pensato a questo post, mentre sul balcone guardavo la luce del Sole affievolirsi come un accendino un po’ scarico: molti di voi già sanno che ho un secondo nome curioso, complice il cattolicesimo sincero di mia madre che, essendo io nato in maggio, ha o-maggiato la Madonna accompagnando il primo nome Luciano con quello protettivo di Maria.

Prima di rientrare in casa, sorridevo con uno sguardo vagamente ribelle, pensando che potrei sovvertire usi e costumi inducendo amici e parenti a chiamarmi Maria.

Anzi, Mary.

Il fuoco della rivoluzione è però durato un attimo: mentre anche il vento soffiava sull’ultimo fiammifero di tramonto, ho deciso di piegarmi democraticamente al volere della maggioranza.

Non sarò Mary. Non sarò Mary per sempre.

 

 

sabato, 28 luglio 2007

Mirempershe

 

Buon fine settimana di quasi agosto.

L'estate decolla e io passeggio per le strade di Tirana: c'è davvero tanta dignità negli occhi anche delle persone più povere, assiepate ai bordi della strada dove improvvisi mercatini si costruiscono con la relazione all'ombra consunta di una Mercedes impolverata.

I cassettoni dell'immondizia rovesciati poco lontano, buche nell'asfalto che l'incuria dell'amministrazione rende pericolose, soprattutto quando di sera va via l'elettricità o quando, come il sottoscritto, si è distratti.

I continui black out, la gente di cui mi meraviglia la compostezza, in un momento davvero critico per il Paese; i ragazzini che urlano mille destinazioni incomprensibili davanti a bus imbarazzanti che sputano nuvole di gas nero nell'aria immobile, mentre un autista sdentato espande la sua risata parlando con non so chi al telefono e non mi capisce quando gli chiedo dove si prendono i bus per Durres.

Le mosche volano vicino alle bancarelle degli hot dog; io ho solo 50 leks in tasca e me ne servono altri 20 per comparmi una bottiglietta d'acqua: un donnone con gonna colorata mi dice che può bastare così, quasi timidamente.

I bambini giocano a basket dietro la cancellata di un edificio dismesso, Ilir in ufficio passeggia nervoso perché deve finire un report entro lunedì; nel bar isolato dal condizionatore immagino le chiacchiere di due belle ragazze raggianti, che incrocio di sfuggita con lo sguardo.

Mentre attraverso la strada, sulle strisce quasi dimenticate, traffico pazzo: clacson odore di crema Nivea il ronzio di un generatore.

La città perennemente a corto di energia mi dà la carica.

È quanto basta.

Dov'è che sarebbero, poi, questi Albanesi?

 

Luciano (Maria) Canova


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