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Gianfranco Cordì: Severino giudice della storia
Emanuele Severino
Emanuele Severino 
04 Settembre 2008
 

I. In Essenza del nichilismo Emanuele Severino si pone come il giudice della colpa parmenidea, il giustiziere della verità negata e infangata, il restauratore della legge dopo il compimento dell’annuncio del filosofo presocratico. La colpa primigenia di Parmenide è anche la radice, l’essenza appunto, del nichilismo. Il nichilismo nasce così con la filosofia di Parmenide. E la tecnica moderna non è che la più rigorosa conseguenza e applicazione di questo nichilismo, la più radicale realizzazione del nichilismo causato, egli, solamente da quella colpa primordiale. Colpa che sorge tutta all’interno della prima filosofia greca e che l’Occidente fa sua e porta con se attraverso il cristianesimo, il marxismo, l’idealismo, l’empirismo e tutte le altre manifestazioni della sua millenaria cultura. Severino è un giudice inflessibile e attento. Vede nel Tornare a Parmenide l’unica via d’uscita per un umanità che ha intrapreso il Sentiero della Notte piuttosto che quello del Giorno. Il giudice affila il proprio bagaglio teorico. Il giudice non sbaglia e non vuole ne intende  sbagliare. Davanti a se Severino ha l’intera storia dell’Occidente in tutte le sue propaggini e derivazioni. Davanti a se il nostro autore ha una dimenticanza, un tradimento, una elusione. Questa è la colpa. Di fronte a questa dimenticanza Severino non pone un pensiero rammemorante come quello di Heidegger; tuttaltro. Severino torna direttamente alla radice della colpa, alle scaturigini della dimenticanza. In Essenza del nichilismo, dal punto di vista di Severino, la giustizia verrà restaurata e la sentenza conterrà anche la condanna di tutta la successiva civiltà Occidentale.

 

II. Alla base sta quanto segue: «L’essere è: sì, ma quando è; il non-essere non è: sì, ma quando non è: non facciamo confusione tra la necessità che l’essere sia, quando è, e la necessità simpliciter che l’essere sia, quando non è, e la necessità simpliciter che il non-essere (le cose che non sono) non sia! Parmenide non sapeva distinguere» (p. 21). Dunque «Parmenide è insieme il primo responsabile del tramonto dell’essere» (p. 23). In effetti quello che è successo dopo Parmenide è qualcosa di molto diverso dall’affermazione riportata precedentemente. «L’idea dell’essere» afferma Severino, «che dopo Parmenide viene a formarsi, vede l’essere appunto come ciò che è, quando è, e che non è, quando non è… Un'idea dunque che lascia libero l’essere di essere o di non essere; un’idea dunque che proietta su tutto l’essere quanto si constata a proposito delle differenze che hanno fatto irruzione nell’essere; le quali, appunto, ora sono, ma prima non erano, e poi, daccapo non sono» (p. 25). L’essere in realtà è eterno, immutabile, divino, necessario. Per lo stesso Parmenide «L’essere, tutto l’essere, è; e quindi è immutabile» (p. 29). Ovvero «L’essere, tutto l’essere, visto come ciò che è e non può non essere, è Dio» (p. 58).

Severino si rivolge alla totalità dell’essere e non alle sue determinazioni (le cose, gli enti).

Egli infatti afferma ancora che «L’essere in quanto essere, e quindi l’intero dell’essere, è; e quindi è immutabile» (p. 59).

In effetti, «Tutto l’essere è immutabile. Non esce dal nulla e non ritorna nel nulla. È eterno» (p. 63). Ora, una cosa è l’essere, una cosa sono gli enti, le sue determinazioni.

Un’altra cosa ancora è il nulla.

Lo stesso «Platone si è lasciato sfuggire la grande occasione di pensare la verità dell’essere, perché anche lui (e dopo di lui tutto il pensiero occidentale) lascia al fondo del pensiero dell’ente l’astratta separazione dell’essere e della determinazione: proprio lui che si presenta come il pacificatore della scissione, ossia come l’unificatore dell’essere e della determinazione» (p. 71).

L’intero dell’essere non esce e non ritorna nel nulla. Non è il nulla.

Avere separato gli enti dall’essere vuol dire avere fatto si che l’essere diventi (possa diventare) un nulla. In realtà, anche per la riflessione di Platone vale che «Il pensiero che pensa il non essere nulla della determinazione (il pensiero cioè che si portava più in alto di Parmenide) è lo stesso pensiero che consente che la determinazione (quando non è ) sia un nulla» (p.73).

Questo pensiero è il pensiero che afferma che l’ente sia niente.

Affermare questo è affermare che l’essere è, si ma quando è e che il non-essere non è, si ma quando non è. Parmenide ha commesso un vero e proprio «Peccato originale» (p. 76).

Parmenide ha dichiarato che le determinazioni (gli enti) sono un nulla.

Nelle parole di Severino: per Parmenide «“Essere” non significa “uomo”, “casa”, “rosso”, queste è tutte le determinazioni sono un nulla» (p. 76).

Il pensiero che pone l’ente eguale al nulla è la vera e propria essenza del nichilismo.

La colpa originaria da noi ancora pagata e scontata.

La colpa che Severino intende redimere.

 

III. «L’essere, come tale, e nella sua totalità, è immutabile (non si può pensare che non sia), e il divenire dell’essere, che è contenuto dell’apparire, non appare come un uscire e un ritornare nel nulla da parte dell’essere, ma come un comparire e uno sparire dell’essere [corsivo mio], e dunque come un comparire e uno sparire di ciò che è, ossia dell’immutabile, che è eternamente anche quando non è ancora apparso e anche quando è scomparso» (p. 89).

La colpa parmenidea è tutta racchiusa in queste parole, in questo concetto.

Un comparire e uno sparire dell’essere non può, in virtù dell’immutabilità dell’essere, essere.

Il divenire non implica il non- essere bensì il non apparire dell’essere che è tutt’altra cosa.

Una cosa è «La verità del divenire, per la quale il divenire, che appare, non è divenire dell’essere… ma è un comparire e uno sparire dell’essere» (p. 95) un’altra cosa è «la verità dell’essere… proibisce che l’essere non sia» (p. 95).

Severino dice «Tutto è eterno, e il divenire è il comparire e lo sparire delle membra dell’eterno, è il loro entrare e uscire dalla luce dell’apparire» (p. 99).

Nulla di ciò che appare, appare così come è nel Tutto. Nell’intero dell’essere.

Tutto ciò che appare differisce dunque dall’essere.

Tutto ciò che appare e un apparire dell’essere.

Che è Dio, eterno, immutabile, infinito, necessario.

Solo l’essere è. Il divenire è un divenire dell’unico e solo essere che è.

Questa è la sentenza che Emanuele Severino stende per sanare la colpa che ha ravvisato nella prima filosofia greca. Adesso la giustizia deve essere restaurata.

 

IV. Dopo Parmenide «Ogni ricerca della verità è stata una ricerca formale, perché è andato perduto il senso dell’essere» (p. 136). «La storia dell’uomo occidentale è stata determinata appunto da questo peccato d’origine, contenuto nell’ammissione della possibilità che l’essere non sia» (p. 136). E appunto per questo «“Nichilismo” significa affermare che le cose sono niente, ossia che il non-niente è niente» (p. 137).

Sin da Platone la metafisica ha identificato le cose al niente. Questo è il senso autentico del parricidio platonico. Ma le cose (gli enti) non sono niente.

Gli enti, «Le determinazioni non sono un niente… e cioè “sono”» (p.148).

Gli enti fanno parte dell’unico essere che eternamente è. Il divenire è divenire dell’unico essere che eternamente è. Gli enti non sono un niente. La Giustizia sta per essere restaurata.

A questa essenza de nichilismo Severino contrappone la persuasione che solo l’intero dell’essere è. E che il niente non è. Ma Severino si spinge ancora oltre.

Egli afferma infatti che «L’ente che appare, appare incluso nella totalità dell’essere, ma la totalità appare solo formalmente: la concreta pienezza dell’essere rimane nascosta» (p. 215).

Ogni apparizione dell’ente è un apparizione soltanto formale, non sostanziale.

Solo l’eterno essere è. La colpa era stata quella di identificare ogni ente al niente.

La Giustizia dichiara che «Se le cose non appaiono come essere, come non-niente, non appare nulla» (p153). Gli enti appaiono, solo formalmente, come essere e questo è il divenire dell’essere.

Il nulla non è. Gli enti sono separati dal niente. Giustizia è dunque fatta secondo Emanuele Severino.

 

V. «Solo se si pensa che l’ente esca e ritorni nel nulla, si può allora progettare la costruzione e la distruzione totale dell’ente» (p. 263). La tecnica realizza in pieno l’essenza del nichilismo.

La colpa di Parmenide ha trovato il proprio futuro ed il proprio inveramento.

Tornare a Parmenide vuole dire tornare al significato autentico dell’essere.

Gli enti non sono niente; il nichilismo non può generare la fabbricazione degli enti compiuta dalla tecnica moderna. L’essere è eterno. Questa sedia, questo tavolo, questa lampada non sono niente. Sono l’apparire dell’eterno essere.

 

Gianfranco Cordì

 

Gianfranco Cordì è nato a Locri (RC) l’8 maggio del 1970. Laureato in filosofia è dottore di ricerca e giornalista pubblicista. Ha pubblicato i seguenti volumi: Globalizzazione e politica, Artemis, 2005; La differenza. 13 interviste, 2 articoli e 1 saggio, Città del Sole Edizioni, 2006; Tracciati, Artemis, 2007; Il pianeta espropriato, Città del Sole Edizioni, 2007 e  La ragione (Thomas Hobbes, Baruch Spinoza, Gottfried Wilhelm Leibniz), Artemis, 2007.

 


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