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UN COACH SEMPRE IN... GAMBA
30 Gennaio 2006
 

È sempre un piacere rivedere e riudire Coach Sandro Gamba, perché i suoi racconti aprono scenari di memoria e scatenano le più belle fantasie sull’universo dello sport. Gamba sa sempre esporre il suo sapere in una maniera brillantissima ed estremamente coinvolgente, come quella volta che...

«Ho cominciato a giocare nel 1945» immaginatevi campi in terra battuta, terra rossa... «La prima partita in serie A l’ho giocata a Ravenna: le linee del campo erano segnate con il gesso» anno 1950-51, era la Robur Ravenna, retrocessa (con Lega Nazionale Trieste, ASSI Viareggio e Stamura Ancona) dopo 7 vinte, 18 perse e 1 pari (era contemplata la possibilità del pareggio) «L’area era fatta a lampadina, non era ancora trapezoidale» la disegna su un foglio. «I tabelloni erano di legno, i sostegni non avevano protezioni, le retine erano di tutti i tipi» sembra che a Livorno ce ne fossero di tanto lunghe da impedire al pallone di scendere velocemente, consentendo, in tal modo, ai labronici il più comodo dei rientri difensivi. «Sul lato debole succedeva di tutto. L’illuminazione? A Gallarate c’era una lampada in mezzo al campo. Mi è capitato anche di cambiarmi in una serra. A Pavia il riscaldamento era fornito dalle stufe. C’era un solo arbitro e non si fischiava mai il fallo di sfondamento. Si usciva per quattro falli, non c’erano neppure i 3'' e il time out si faceva in lunetta (solo il coach e i cinque giocatori in campo)» – ormai è una cascata, un flusso ininterrotto di ricordi quello di Coach Gamba, settant’anni portati da dio . «Una palla contesa si poteva fare in qualunque punto del campo» questa sarebbe carina da ripristinare... «Si poteva usare il doppio passo di partenza: praticamente da centrocampo si poteva andare subito a canestro. Il tiro in sospensione non esisteva e non si usavano blocchi né veli. Fu la Francia a far vedere i primi blocchi (con una mezza ruota). Si tirava anche a due mani dal petto o a due mani sopra la testa, mentre per il tiro libero si usava il sottomano a due mani. I palloni (con le stringhe) erano tutti disuguali» – bbbrrrrrrrr... un panorama tecnicamente e logisticamente apocalittico. «Ricordo quando la squadra della V Armata americana (erano ben vestiti) giocò contro la Borletti (eravamo tutti sbrindellati)».

Comincia, qui, a penetrare un discorso approfondito sui fondamentali: Elliott Van Zandt, un nero statunitense, ne sottolineò la... fondamentalità: «Questi sono i fondamentali e così s’insegnano», il messaggio lanciato. Van Zandt fece, poi, anche il preparatore atletico di una formazione del Milan che si laureò campione d’Italia nel campionato di calcio. E arrivò Jim Mc Gregor, che disse... «Facciamo in attacco anche dai e cambia, dai e blocca lontano; in difesa pressione sulla palla e giocare fra palla e avversario». Perché la citazione di questi coaches stranieri? Perché, per difendere il prodotto coaches italiani, è opportuno sottolineare la presenza di quegli allenatori d’oltreconfine, che, veramente, sono stati un valore aggiunto per la crescita del nostro sport, oltre l’invasione d’ignoti od estranei conducatores o mercenari.

Sandro Gamba ha giocato vent’anni nella stessa formazione, la Pallacanestro Olimpia Milano, che fosse targata Borletti o Simmenthal... «A Milano la squadra era sempre un po’ più avanti delle altre. Siamo stati i primi a fare tre, poi quattro, poi cinque allenamenti settimanali, a volte anche due al giorno. Una volta Rubini, essendosi arrabbiato, ce ne fece fare tre. Anzi, una volta non ci ha fatto mangiare la pizza!» Ride, e fa ridere, in smagliante forma il coach, ma le sue parole fanno riflettere sul serio.

Cesare Rubini era un duro, un uomo decisamente tosto, triestino di mille avventure sportive, capace di vincere un’Olimpiade anche nella pallanuoto. Continua il milanese d’antico stampo, con la consecutio temporum della memoria che mischia tempi passati e presenti in un felice magma... «Una volta l’allenatore ci diceva Fai questo!, senza spiegare, e tu lo facevi. All’inizio degli anni Cinquanta inizia la costruzione di campi, col parquet, al coperto: la Fiera di Milano, l’Idroscalo di Trieste e altri. Nel 1951-52 vidi il primo preparatore atletico: era un apolide jugoslavo. Nel 1951 fu la prima degli Harlem Globe Trotters in Europa: 75.000 persone a Berlino, con la presenza di Jesse Owens».

Si torna col discorso a Big Jim Mc Gregor, più di ottant’anni portati, tuttora, a spasso per le zone più belle degli States... «Jim Mc Gregor metteva in campo i dinamini, vale a dire me, Riminucci, Pieri, quindi, se il ritmo si alzava, ci cambiava con cinque lunghi. Lui pretendeva una condizione fisica eccezionale. Faceva il contropiede con un rimorchio e ha introdotto il pick and roll. Intanto dalla Russia arrivavano le notizie dei primi allenamenti con i pesi. Contemporaneamente Paul Arizin, in USA, perfezionava il tiro in sospensione, che prima ciascuno eseguiva alla sua maniera».

È il momento di Nello Paratore, che aveva vinto con la Nazionale di basket egiziana un bronzo e un oro europei, allenatore, poi, per un lungo periodo della Nazionale azzurra... «Paratore scelse d’usare una rosa di dieci-quindici atleti che giocavano sempre insieme, come in una squadra di club. Alle Olimpiadi di Roma arrivammo quarti. Contro il Brasile un errore del segnapunti (italiano) non ci assegnò un canestro. Dovemmo andare ai supplementari e perdemmo». Lì ci fu il primo vero Dream Team: Oscar Robertson, Jerry West... undici di quei ragazzi americani approdarono nello scintillante cosmo NBA. Quell’Olimpiade cestistica fu ammirata sugli schermi televisivi da molta gente, contribuendo a lanciare in Italia l’ardita, verticale e vertiginosa disciplina della palla a spicchi. Alle Olimpiadi precedenti l’Italia non era, peraltro, andata. Per scelta d’alcuni! Detta oggi, sarebbe una bestemmia.

Un episodio fra il curioso e il grottesco... «Nel 1957 dopo il primo tempo di Italia-Austria eravamo 8-9! Nel secondo tempo pressammo e vincemmo, ma ciò indusse la Federazione Internazionale ad optare per la regola dei 30'' (la NBA già aveva i 24'', dal 1954)». Compare sulla scena come allenatore Vittorio Tracuzzi (era stato anche un ottimo giocatore); nei primi anni Sessanta nasce la rivalità Milano-Varese, lasciandosi pian piano definitivamente alle spalle i due blocchi di giocatori su cui si costruiva la Nazionale: da una parte i virtussini Lombardi, Calebotta, Canna, Alesini, dall’altra i milanesi Pieri, Riminucci, Vittori, Sardagna e Gamba. Dietro l’astro nascente varesino stavano la passione di Giovanni Borghi e la forza dell’Ignis degli anni del boom e del miracolo economico italiano. Borghi fu convinto al ruolo da Adolfo Bogoncelli, presidente della Pallacanestro Olimpia Milano: due che hanno fatto veramente le fortune del nostro basket. Bogoncelli favorì anche il sorgere della Pallacanestro Milano (targata All’Onestà, Mobilquattro, Xerox et cetera), per avere il derby meneghino anche nel basket, non solo nel calcio. Si genera anche l’abbozzo di una lega delle società.

Ma torniamo alla sacra miniera da cui Coach Gamba estrae ricordi... «Nel 1959 un massaggiatore americano ci fece scoprire il ghiaccio al posto dell’acqua calda e come si usavano i cerotti. Nel 1965 un altro giro di boa: Lou Carnesecca, invitato da Milano, giunge in Italia e tiene un clinic a Roma. Insegna la programmazione degli allenamenti e quella delle partite, la difesa uomo contro uomo con aiuti e l’attacco Bonnie. Sempre in quell’anno si ripristina il giocatore straniero. L’anno dopo arriva Bill Bradley». Bradley, il futuro membro del Senato USA e futuro campione NBA coi New York Knickerbockers, era uno che «sapeva allenarsi da solo, cosa che i giocatori italiani non sanno fare. Faceva esercizi molto strani – lo stretching – che si vedevano per la prima volta. Pino Brumatti imparò da lui. Per due anni insegnai palleggio-arresto-tiro a Pino. Mi costò anche un Rolex, perché una volta mi fece arrabbiare, gli tirai dietro l’orologio, lui lo schivò e il Rolex si ruppe. Poi Brumatti con quel movimento ha giocato fino a quarant’anni».

La gran rivalità Ignis-Simmenthal... «L’Ignis era quadrata, organizzata, poco contropiede, buona difesa; il Simmenthal aveva una difesa aggressiva e faceva contropiede».

Un personaggio? «Art Kenney, cattivo come una vipera sul campo, ma fine di cervello. Ora è un altissimo dirigente di un’importantissima società americana». Erano gli anni anche di Coach Nikolic, quelli dell’estrema professionalizzazione dei giocatori e dell’ambiente.

E poi? «A cavallo degli anni Sessanta e Settanta apparve il primo videotape». Quindi l’era segnata, fra gli altri, da Dan Peterson... Ma siamo ormai nei giorni quasi dell’attualità. Magnifico accorgersi come il fiume carsico dei ricordi può ritrovare la luce.


Alberto Figliolia


 
 
 
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