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Vittorio Giorgini: Il Crocifisso
04 Dicembre 2008
 

Ospitiamo questo intervento dell’architetto Vittorio Giorgini che sicuramente sarà accolto come interessante dai molti non credenti e laici che seguono TELLUS e TELLUSfolio, perché la discussione sul simbolo del cristianesimo e del cattolicesimo è sempre più viva e non solo da noi in Italia. Però TELLUSfolio è anche letto e seguito da molti cattolici e cristiani e credenti (TELLUS stesso, con grande anticipazione su quanto oggi viene discusso ha proposto un annuario, il n. 28, nel 2007, sul “Cattolicesimo” dove viene delineata un'inedita lettura della religione in Poesia e nell’arte), pertanto io auspico che ci siano altri interventi su questo argomento. Io stesso ritengo che il Crocifisso e la storia del Cristo, nel suo messaggio di amore e nonviolenza, al di là dell’uso (violento) che ne hanno fatto le gerarchie religiose (cattoliche, protestanti, ortodosse) nei secoli, sia un simbolo altissimo e assolutamente valido per ogni rapporto dell’essere con il tempo e la storia dell’umano sulla terra. Claudio Di Scalzo discalzo@alice.it

 

Vittorio Giorgini: Il Crocifisso

 

Già da tempo esiste una discussione sulla presenza del simbolo cristiano, che è il crocifisso, nei luoghi pubblici.

   

La struttura del religioso, essendo virtuale questa idea, è basata su racconti, descrizioni, simboli e icone; queste espressioni, simboli ecc. diventano le fondamenta, le basi assolutamente necessarie, per sostenere concetti astratti che non hanno riferimenti concreti, checché se ne dica. Le società e le loro culture sono per lo più basate su governi egemoni i quali per mantenere il proprio potere hanno cercato di appropriarsi dei significati e del potere di un credo religioso. Con lo svilupparsi dei concetti post-illuministici del laico e della separazione fra religione e stato ecco che sempre maggiore è il numero di coloro che si oppongono ai simboli religiosi esposti in sedi pubbliche. Dato che siamo in uno stato laico per costituzione e che il crocifisso è un simbolo religioso, si odono voci dire che tale simbolo non dovrebbe essere usato da questo Stato in questi luoghi. Altre voci si levano dicendo che il crocifisso non va preso solo come simbolo religioso, ma anche con i significati etici che nel tempo ha assunto, di amore, fratellanza e solidarietà; questa è diventata una consuetudine, questione anche questa assai discutibile, visto che rappresenta il sacrificio fatto dal figlio di Dio per salvare l’umanità. E ciò ci sembra un volere aggiustare con qualche toppa una discussione a proprio vantaggio, per potere continuare a mantenere un simbolo che nella religione cristiana è forte quanto orribile.

 

Vorremmo sottolineare che le religioni si sono trasformate in seguito agli sviluppi delle società. I concetti di amore e di giustizia, sostenuti dal Cristianesimo, sono conseguenza del pensiero socratico, platonico e non soltanto. Ma queste trasformazioni filosofiche – diciamo moderne – sono state utilizzate dai nuovi monoteismi che ne hanno falsato le origini e i significati. Non era certo negli intenti presocratici e platonici un’idea di simbolo come quello della croce e un’idea di salvezza-punizione come quella del filiicidio.

 

Per quanto riguarda il crocifisso basiamo le nostre considerazioni su tre fattori.

Il primo, assai semplice, sta nel fatto che, se accettiamo il principio che in uno stato possano coesistere più religioni, non si vede perché quest’ultimo debba assumere i simboli, e quindi il patrocinio, di una piuttosto che di un’altra. A parte le principali religioni di derivazione ebraica (tre, se si comprende quest’ultima), ne esistono moltissime altre che con gli scambi di società sempre più pluralistiche e mobili moltiplicherebbero le lotte e la competizione per ottenere i massimi benefici. Ecco che tale osservazione sarebbe sufficiente a capire perché i simboli religiosi debbano rientrare nel privato e gli stati dovrebbero superare i tempi dei governi teocratici, quei tempi arcaici.

Il secondo aspetto – dato per scontato il primo – è quello del significato dei simboli. Il Cristianesimo deriva da una profezia biblica e deriva anche da quella rivoluzione culturale che avvenne tra la Magna Grecia, la Grecia e l’Impero romano, crogiuoli di convergenze culturali, che si sviluppò in quel movimento di pensiero che conosciamo come pre-socratismo e post-socratismo.

Si dice ciò per stabilire un momento particolare della storia che dà origine a una nuova religione. Questa religione prese come simbolo principale la croce in quanto si racconta che il suo messia fu crocifisso – anche se, poi, le croci di allora erano ben diverse da quella che conosciamo oggi: anzitutto il condannato non veniva inchiodato, ma legato (e certamente, se ciò talvolta avvenne, i chiodi erano conficcati all’altezza del polso, poiché la mano non avrebbe sostenuto il peso del corpo), poi queste avevano la forma della croce di sant’Andera o a “T” e la forma attuale si sviluppò solo nell’Alto Medioevo –.

Allora parliamo un momento di peccati, punizioni e sacrifici, che certo non sono l’invenzione di quel Dio Padre che decide di sacrificare il figlio sulla croce per salvare l’umanità intera, in quanto erano già stati inventati da dei precedenti e applicati su scala mondiale.

Il sacrificio si applica a due categorie: la punizione e la richiesta; si punisce per insegnare ad altri che quella determinata cosa per cui si punisce non va fatta. La richiesta invece deriva dall’idea antica del baratto, cioè la prima idea di scambio, del do ut des. Gli dei si sono tanto abituati a questi scambi di favori che lo stesso dio di Abramo decide di sacrificare il proprio figlio per un ultimo tentativo di salvataggio, dopo aver punito in tutti i modi possibili questa umanità peccatrice, cominciando da Adamo ed Eva, le piaghe inviate agli Egiziani, molti dei vari personaggi di quel fantastico libro che è l’Antico Testamento, da Isacco a Caino e Abele fino al Diluvio che distrugge piante, animali e genti, salvando le famiglie degli scelti. Ecco che provvede allora a far procreare a una povera verginella un suo figlio destinato a essere torturato e ucciso per salvare un’umanità che nei successivi duemila anni non solo non si è affatto salvata, ma è andata di male in peggio, riuscendo anche ad avvelenare il pianeta sul quale vive. Sacrificio improbabile, assurdo e sciocco, prodotto di credenze popolari e tradizioni primitive. In queste tradizioni di una cultura punitiva si legga anche il significato del parricidio e del filiicidio, costume che bene ci viene tramandato dagli antichi autori in quanto il re uccideva il figlio per paura di essere da questi detronizzato, oppure il figlio uccideva il padre per evitare di essere da esso ucciso e per prenderne il posto, tradizione già presente nelle storie di Urano, dei Titani e di Crono, padre di Giove. Ecco che la mescolanza di questi concetti primitivi, quali il parri e filiicidio, il sacrificio, il capro espiatorio, la punizione, sono tutti concetti barbari e arcaici, ma che ancora sono vivi e presenti nella nostra cultura e solida fondazione delle nostre religioni.

Il terzo aspetto riguarda il significato della croce, intimamente connesso con quello della tortura. Ho sempre pensato che basare un impegno morale come quello che la religione pretende di assumersi, impegno di moralismo, e volerlo rappresentare con uno strumento di tortura sia cosa sadica, non certo elemento di educazione per i giovani che si preparano alla vita. Allora, meglio la stella di David o la falce di luna islamica. Il motivo per cui nei tribunali non vorremmo simboli religiosi è che nessuno vorrebbe essere processato o condannato da un giudice che applichi la sharia nel mondo cristiano, come nel mondo islamico non si vorrebbe un giudice che applica la legge cristiana: quindi tenere il simbolo religioso in un tribunale sarebbe come dire che i cittadini vengono giudicati in base alla ideologia di quella religione.

Questa cosa di avere scelto un simbolo che altro non è se non la rappresentazione di un’orribile tortura usata dai Romani in tempi barbari per i loro condannati pare in assoluta dissonanza con il significato di salvezza e amore che si vuole dare a questo simbolo arcaico.

Probabilmente le genti primitive erano come i bambini o anche gli animali, crudeli senza neanche rendersene conto, senza saperlo, ma, con lo sviluppo del pensiero e dell’esperienza, lentamente, in tempi successivi è cresciuto il rapporto tra le genti e le loro paure relative a catastrofi naturali e a tutti quegli avvenimenti che terrorizzano. Con lo sviluppo dell’esperienza, si è cominciato a dare risposte, sia pur primitive, a molte domande e contemporaneamente si sono affermati costumi e usanze per meglio affrontare i problemi dell’esistenza. In questo contesto, succedeva che catastrofi e tutto ciò che feriva, uccideva e rendeva difficile la vita, veniva interpretato come punizione prodotta da rappresentazioni astratte, mostruose, quali quelle di rettili, si pensi al Levitano di tradizione ebraica, animali, figure orrende e composte, si pensi alla Medusa, ma anche ai geni e ai tanti demoni. Ciò in tempi ancora pre-teistici, cioè prima dell’invenzione degli dei. In seguito, con tale invenzione, il rapporto malanno-punizione si andrà precisando e ancor più definendo.

Le potenze, gli dei, avevano richieste così come le avevano gli umani: si era sviluppato il concetto del baratto, do ut des, e se ti do e non mi dai, la mia vendetta sarà terribile. Il guaio è che la potenza stava solo dalla parte di chi prendeva e a dare, cioè a fare offerte e a essere puniti, erano sempre gli stessi poveretti. In realtà coloro che prendevano erano le autorità religiose che stavano imparando a procurarsi potere e ricchezza. Le offerte consistevano in tutti i cibi disponibili, nelle prede della caccia e della pesca fino agli esseri umani, dai nemici agli amici, ai figli, ai fratelli, ma meglio ancora se giovani vergini, per cui si costruivano altari sacrificali. Con la scoperta del fuoco, salendo la fiamma e il fumo verso l’alto, dove si pensava fosse il domicilio degli dei, si imparò anche a cuocere le carni, così che i sacerdoti, ambasciatori dei sacrifici, si trovarono anche il pranzo servito. Il mago, lo stregone, il re-dio, i sacerdoti erano divenuti il tramite fra le divinità, i misteri e il popolo ignorante per il quale questa casta decideva i tipi di peccato, i doveri, le regole, le punizioni, i premi. Ecco così che mentre tutti gli altri esseri viventi uccidevano solo per mangiare o per difendere il territorio e la famiglia, gli ominidi si inventavano la tortura, sconosciuta agli animali, e l’uccisione per il potere delle idee, le quali, a loro volta, davano potere, il potere di uccidere e torturare, e quindi di imperare.

Gli umani affinarono i modi del torturare e dell’uccidere inventando tecniche, le più diverse, da applicare, specialmente a quei “maestri” che si muovevano per i territori portando idee straniere, strane, forestiere, selvagge (le selve, le foreste erano oscure, piene di pericoli nascosti). Il Cristo altro non era che un guru, o maestro, che, se pure è esistito, comunque rappresenta questi predicatori girovaghi, verrebbe voglia di dire maghi, perché tutti portavano le proprie vaghe verità come anche molti filosofi pre e post-socratici. Ciò avviene ancora in tempi più recenti dove teosofi, filosofi e sacerdoti vogliono ancora parlare in nome degli dei e dare definizioni di anima, spirito più o meno immortale e così via. Basti pensare a come papi e vescovi e non solo parlino ancora oggi in continuazione di ciò che vuole, che dice, che chiede un Dio con il quale sembra mantengano una comunicazione giornaliera. Ecco quindi che questo povero Cristo fu flagellato, gli fu imposta una corona di spine e poi fu crocifisso sul Golgota, almeno così si dice. Questo si viene ad aggiungere alla storia di uccisioni di persone scomode come quella di Socrate, Spartaco e della fila di croci dei suoi seguaci fuori porta a Roma, come a tante migliaia di altre uccisioni fino a Savonarola e a Giordano Bruno.

Vogliamo ora proporre una probabilità che potrebbe sembrare blasfema, ma che, convinti del fatto che le religioni sono un prodotto dell’umana fantasia, pensiamo non lo sia. Diciamo che, se ai tempi in cui questo predicatore orientale (come tanti altri filosofi), nomade per le lande dell’Asia Minore, avesse trovato una cultura che usava, come strumento per tortura e per giustiziare i punibili, il palo o la forca, oggi noi avremmo attaccato al collo dei nostri giovani degli impalati o degli impiccati, che anche verrebbero appesi ai muri delle aule delle nostre scuole e dei nostri tribunali. A questi strumenti potremmo aggiungere tanto la scimitarra oppure una scure, o, se la cosa fosse avvenuta ai tempi del Dr. J. I. Guillotin, una ghigliottina. Per non parlare addirittura della cicuta di Socrate, che non ne ha fatto un messia in quanto sarebbe difficile rappresentare il simbolo di questa sostanza…

 

Viene fatto di pensare che basare il miglioramento della società sul filiicidio per mezzo di un orrendo strumento di tortura, quale è l’inchiodatura sulla croce, è cosa sadica e barbaramente primitiva. Per la stessa ragione il crocifisso non è adatto alle aule di tribunale, dove tra l’altro funge da simbolo di eventuale punizione e non di salvezza.

È bene ripetere che il passaggio dal politeismo al cristianesimo fu prodotto dal pensiero pre-socratico e socratico, con la sola differenza che questi non pensavano neppure lontanamente a sacrificare una persona per salvare l’umanità.

 

Vogliamo concludere dicendo che ognuno si metta in casa ciò che vuole finché la cosa non crea danno agli altri, ma, per piacere, nei luoghi pubblici lasciamo stare simboli di torture, di superstizioni antiche e di costumi barbari, mascherandoli con significati impossibili di amore, buonismi e altruismi. Questo concetto può sembrare offensivo e blasfemo ma occorre liberarsi dalle abitudini mentali e pensare che se la consuetudine fosse quella di un Cristo impiccato, diverrebbe blasfemo proporre un Cristo crocifisso. Tanto fa l’abitudine e la credenza, senza dubbi. Ma i simboli della forca, del palo, della ghigliottina ecc. sono meno adatti al significato che si dà alla croce, anche se sono tutti simboli di uccisioni barbariche che vorremo dimenticare. Infatti la croce si presta bene per le sue tante interpretazioni che vanno dagli incontri-incroci nei viaggi di iniziazione, all’intersezione tra verticale e orizzontale – est la nascita, ovest la morte, i demoni in basso, gli dei in alto – e tanti altri significati.

 

È cosa antica, ormai divenuta innata nelle società, la capacità di ottenere il potere esorcizzando paure arcaiche quali quella di morire, quella di punizioni prima e dopo la morte; ed è coltivando queste paure che il potere ha basato la sua autorità. Pare incredibile che ancora oggi l’alleanza fra potere civile e potere religioso con tutte le credenze (le fedi), l’obbligo alla fedeltà, le superstizioni, le cerimonie, gli abiti e quanto altro, mantengano significati superati o meglio che dovrebbero essere superati già dai tempi nei quali il filosofo Protagora diceva: «Crederò negli dei quando riuscirete a provarmene l’esistenza».

Ancora oggi usiamo termini di cose che, in barba ai cosiddetti profeti o rivelatori, sono concetti astratti, non provati e non provabili, si parla di angeli, così come di anima e di spirito, senza ricordare che sono invenzioni antiche come lo ius prima noctis. Pensiamo a Giove tramutato in denari, in toro, al ratto di Europa, a Leda col cigno, cose nelle quale non crediamo più, ma ci credevamo così come oggi crediamo nella colomba, nello Spirito Santo. Pensiamo anche alla Vergine, che rappresenta poi l’incesto, procreando con il Padre, che genererà quel figlio che poi dovrà essere sacrificato. Questa, con la sua immacolata verginità, la sua purezza, rende impure tutte le mamme del mondo, così come la povera Eva nel suo tempo.

Vorremmo ricordare che le testimonianze e gli studi che abbiamo di società primitive dicono come i primi capi fossero gli individui più forti. A questi poi si sono aggiunti quelli che abbiamo chiamato gli stregoni, i magi, gli sciamani e simili figure.

Sviluppandosi la società in villaggio, città e stato, i re sono diventati sacerdoti, o i sacerdoti sono divenuti re, oppure re e sacerdoti si sono alleati (ricordiamo i famosi re magi della cometa di Betlemme). Con lo sviluppo delle civiltà abbiamo avuto governi che sono stati chiamati monarchici, teocratici, aristocratici, fino al concetto greco di demo-crazia.

Già nella Repubblica di Platone, e non fu il primo, si comincia a parlare dei vari tipi di governo. Fra questi ricordiamo solo i principali: il governo di uno viene chiamato monarchia, quello dei più oligarchia. L’oligarchia è anche un governo di quelli che furono chiamati “aristocratici”, da aristos (migliore) e kratia (potere), cioè il potere dei migliori; ma migliore di tutti era certamente la divinità e spesso al governo monarchico si sovrapponeva quello teocratico. Poi teocrazia e monarchia si alleano rimanendo quindi comunque distinti. A seconda di come il potere veniva applicato, questi governi potevano essere più tirannici o più, come sono stati chiamati, democratici, essendo poi in effetti la democrazia il governo del popolo. Questa forma è stata fino a ora priva di veri successi, in quanto richiederebbe un livello di cultura e di civilizzazione non ancora raggiunti, ma per raggiungerli pensiamo si debba passare da questa strada.

Dovrebbe parere che la teocrazia, il governo del dio, abbia fatto il suo tempo, perché la storia ci insegna che di dei ce ne sono stati tanti e perciò i costumi culturali da questi imposti sono stati molti. Queste differenze dovrebbero averci anche insegnato che non erano gli dei a governare, ma gli uomini, che di questi si dicevano interpreti. I migliori – aristoi – quasi come gli dei – migliori in senso assoluto – e le caste sacerdotali hanno prodotto e governato società fallimentari, barbare ed egoiste. Dai tempi di Socrate, ma specialmente a quelli poi di Voltaire, si è cercato di porre rimedi a culture e comportamenti primitivi che però si sono dimostrati duri a scomparire.

Governi teocratici sono durati fino al 1945, anno in cui l’imperatore nipponico Hirohitho è stato sdivinizzato dal generale McArthur, ma ancora oggi Paesi assolutamente democratici sono alleati, per ragioni elettorali, alla teocrazia, e anche stati teocratici continuano a esistere e a produrre tirannie assassine. Ricordiamo che lo stato Città del Vaticano è una dittatura assolutamente teocratica. Dopo oltre trecento anni di ricerca di una società basata sui rispetti civili e della persona, ancora continuiamo a soffrire di queste eredità arcaiche. Le due principali e più numerose religioni derivate da quella ebraica, che ha ancora una sua consistenza, sono la cristiana e la islamica, ambedue forti di oltre un miliardo di persone e di Paesi potenti. Fra queste due religioni ancora esiste un’antica lotta, perché è troppo logico che se una religione è vera, l’altra è falsa, e quindi vale il principio di mors tua, vita mea.

Da un certo periodo di tempo la competizione religiosa ha ripreso forza anche se, in modi più o meno vivaci, è sempre esistita. La tradizione cristiana in Europa, già prima di allargarsi in quella espansione coloniale causa di genocidi e soprusi vergognosi, si è fin dall’inizio alleata al potere politico, ma in effetti vi si è sempre sovrapposta. È comunque un fatto che in Inghilterra, in Spagna, in Francia, in Germania, ma poi specialmente in Italia, il vero potere rimase in mani cristiane e, per mantenersi e rinforzarsi, fu causa di guerre secolari.

Il concetto illuminista dello Stato democratico deriva dall’idea di dare a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio, e ne conseguirebbe, specialmente oggi che tante religioni si incrociano, che il religioso deve relegarsi solo nella sfera del privato perché, se si intromette nel pubblico, il religioso diviene alleato del governo, e ci troviamo in una demo-teocrazia, o, il che è quasi lo stesso, in una teo-democrazia.

 

Vogliamo adesso richiamare l’attenzione sull’atto coraggioso del giudice Luigi Tosti il quale, per avere tolto il crocifisso dalla sua aula di tribunale, è stato punito dalla attuale inquisizione con la prigione, la sospensione dello stipendio e la defenestrazione, mentre se avesse messo il crocifisso in un’aula di tribunale islamica sarebbe stato decapitato! Svegliatevi, signore, sostenete Tosti e, come lui, togliete i crocifissi da quelle aule nelle quali i vostri figli dovrebbero imparare!

Forse, voi, signore che col vostro latte (anche se comprato al supermercato) insegnate i primi rudimenti di vita ai vostri bambini, i primi anni, potreste pensare che invece di novelle, quali l’orribile strage degli innocenti di Erode, motivata dall’avvento di Gesù bambino – che tanto ne determineranno il carattere futuro – sarebbe meglio fare altre scelte, più adatte a risolvere i problemi della vita. Invece di insegnare miti e leggende come fossero cose reali sarebbe meglio insegnare il piacere della ricerca, il rispetto e l’amore per le meraviglie dei fenomeni di natura come attività più sana, poeticamente più appagante e bella. Mi è piaciuto quel film dove da un aeroplano cade sulla testa di un boscimano una lattina di Coca Cola che questi comincia a venerare come un segnale inviato da qualche divinità. Quando ci liberemo dalle nostre lattine, dalle nostre superstizioni!

 

Vittorio Giorgini


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