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Dario Argento. Inferno e le Tre Madri
01 Aprile 2007
 

Inferno (1980) è il secondo film soprannaturale di Dario Argento e rappresenta uno dei suoi tre capolavori indiscussi insieme a Profondo Rosso (1975) e Suspiria (1977). Il regista prosegue la tematica delle tre madri aperta con Suspiria, la rende più complessa e articolata, sino a un finale imprevedibile che apre le porte a una nuova pellicola che attendiamo da anni. Un film importante interpretato da un ottimo cast di attori come Leigh Mc Closkey, Eleonora Giorgi, Daria Nicolodi, Alida Valli, Leopoldo Mastelloni, Irene Miracle e Gabriele Lavia. Nella parte di Mater Tenebrarum, la più perfida e inquietante, troviamo anche Veronica Lazar, futura signora Berlusconi, spesso presente nelle pellicole di Argento. Il soggetto e la sceneggiatura risentono della collaborazione di Daria Nicolodi e Dardano Sacchetti, non accreditati ma importanti per il risultato finale. La moglie di Argento è stata l’ispiratrice dei suoi lavori migliori e la sua importanza come attrice e collaboratrice ai soggetti è fondamentale. La storia delle Tre Madri deriva da Suspiria de profundis, un libro di Thomas de Quincey del 1845, ed è alla base anche di Suspiria.

Inferno si ricorda per la stupenda colonna sonora di Keith Emerson, una miscela sapiente di musica rock a base di tastiere elettriche e pezzi del verdiano Va pensiero. Paolo Mereghetti sorprende in negativo quando sul noto dizionario che porta il suo nome definisce “atroci” le pregevoli musiche di Emerson. Al critico milanese Inferno non è proprio piaciuto, visto che gli concede soltanto una stella e mezza affermando che «manca la suspense e tutto si riduce a un rosario di ammazzamenti immotivati». A Mereghetti piace di più l’Argento legato al thriller e non approva la brusca sterzata in direzione horror soprannaturale del regista romano. Per fortuna salva l’opera «per la tecnica pregevole e per certe parti di umorismo ghignante». A mio parere Inferno vale molto di più di quanto ritiene il critico milanese e rappresenta un film dell’orrore gotico, che segue la lezione di Mario Bava e della migliore cinematografia italiana degli anni Sessanta.

La trama di Inferno è piuttosto complessa, ma non è importante comprendere tutto e seguire un filo logico della narrazione perché la storia è soltanto una fiaba nera irrazionale. Irene Miracle è Rose Elliot, una giovane poetessa newyorkese, molto più a suo agio in un film dell’orrore di quanto lo sia stata ne La portiera nuda di Luigi Cozzi, dove interpretava un poco congeniale ruolo erotico. Rose compra dall’antiquario Kazanian un vecchio libro che racconta il mito delle Tre Madri: Mater Tenebrarum, Mater Lachrimarum, Mater Suspiriorum, che possiedono tre case rispettivamente a New York, Roma e Friburgo. Rose scopre che la più potente di queste madri risiede proprio nel suo palazzo e scrive al fratello Mark, studente di musica a Roma. Mark è interpretato da Leigh Mc Closkey, attore di non grande espressività, ma perfetto nel ruolo dello studente ingenuo catapultato in una spirale di orrore. La lettera finisce nelle mani di Sara (una diligente Eleonora Giorgi), studentessa di musica insieme a Mark, che trova il libro Le tre madri nella biblioteca di filosofia e viene uccisa nel suo appartamento insieme a un amico (Gabriele Lavia). Rose chiede a Mark di raggiungerla al più presto a New York ma la comunicazione cade e la ragazza viene uccisa in modo orribile. Mark arriva a New York e scopre la terribile verità che si cela dietro le Tre Madri in un crescendo di orrore irrazionale che avvince e sconcerta lo spettatore.

Inferno è il secondo capitolo di una trilogia sulle streghe, ma non può essere considerato un sequel di Suspiria, visto che Argento è un regista così geniale che non ha bisogno di sfruttare vecchi successi per uscire con una nuova pellicola. Inferno è un nuovo capitolo di una saga, un temporaneo distacco dal thriller e dal giallo per scendere negli abissi dell’orrore soprannaturale e per raccontare il male in tutte le sue implicazioni. La storia delle Tre Madri che possiedono tre case in un triangolo mortale serve a raccontare come il male possa contagiare chiunque e nascondersi per le strade del mondo. La trama non è importante e spesso capita di non capire certe scelte narrative, ma le sequenze sono così ben realizzate e sconvolgenti che si perdonano alcune incongruenze. La scena di Irene Miracle nei sotterranei della sua casa è un capolavoro di tecnica e di tensione, realizzata ricorrendo a soggettive della protagonista, ragnatele che pendono dalle pareti, vento innaturale, luce fioca e musica intensa. La parte migliore resta il bagno della Miracle per recuperare le chiavi, che comincia con una sensazione di tranquillità e delicatezza per finire con l’apparizione improvvisa e terrificante di un cadavere decomposto. Si tratta di una serie di sequenze a effetto che restano nell’immaginario dello spettatore, soprattutto per il contrasto tra la parte in cui la protagonista è cullata dalle acque e quella dove è costretta alla fuga dopo la demoniaca apparizione. Rose ha trovato l’antro di Mater Tenebrarum, la più pericolosa e potente delle Tre Madri. Da qui in poi il film non segue un filo logico ben definito, ma una serie di omicidi e di apparizioni demoniache portano lo spettatore verso un abisso infernale alla ricerca delle tre chiavi delle porte del male. La voce di Varelli, architetto costruttore delle mefistofeliche dimore, è il motivo conduttore del film mentre scorrono i titoli di testa: «La prima chiave è occultata nei sotterranei... la terza è sotto la suola delle tue scarpe…». Inferno è una storia che vuole raccontare il male, un film molto cinematografico che non sfrutta dialoghi e narrazione, ma mette in mostra immagini cupe e angosciose. Dario Argento amplia le tematiche già presenti in Suspiria e le porta alle estreme conseguenze, tanto da spiazzare lo spettatore che si trova coinvolto in una spirale di delitti. Il motivo è solo la ricerca del male, la spiegazione di come il male sia diffuso nel mondo e possa colpire quando meno ce lo aspettiamo. Qui il male non è la stregoneria, ma il male in sé, la sua stessa natura imponderabile che provoca omicidi immotivati. Il film si sviluppa tra Roma e New York, due dei luoghi dove le Tre Madri che governano il mondo avrebbero le loro dimore. I luoghi sono gli stessi di Suspiria, perché c’è pure Friburgo, dove vive Mater Sospiriorum, anche se non si vede. A Roma è la residenza di Mater Lachrimarum, la più bella e giovane delle tre, impersonata dall’inquietante Anja Pieroni che appare e scompare mentre accarezza un gatto persiano. Mater Tenebrarum è a New York, nella casa di Rose, ed è lei la protagonista di un infernale finale contrassegnato da un crescendo di orrore. La musica accompagna le sequenze più terrificanti del film e gli omicidi più crudi, come quando il Va pensiero di Verdi sottolinea la morte di Gabriele Lavia (accoltellato alla giugulare) e di Eleonora Giorgi (pugnalata alle spalle) nell’appartamento della donna. Musica e delitti sono una costante dei film di Dario Argento, che si ricordano per molte scene efferate sottolineate dalla musica elettronica. Un altro elemento importante sono le mani del killer, coperte da guanti neri come nei migliori film di Mario Bava, ma in questo caso non umane, per far capire che l’omicida è soltanto la personificazione del male. Come in tutti i film di Dario Argento, è molto importante il valore simbolico degli animali, soprattutto gatti e topi, che vengono rappresentati come aggressivi e spietati. Pensiamo all’omicidio di Elise, la contessa amica di Rose impersonata da una bravissima Daria Nicolodi, aggredita e dilaniata dai gatti prima che una mano misteriosa la finisca a colpi di pugnale. Il gatto è un animale diabolico anche quando non è nero e in questo caso Argento si ispira a Edgard Allan Poe, ma personalizza un archetipo dell’orrore. Ricordiamo infine una scena inquietante che ha per protagonista l’antiquario Kazanian, nemico giurato dei gatti, quando in una notte di luna piena annega in un fiume alcuni felini. L’uomo perde l’equilibrio e non recupera le stampelle, cade nel fiume, quindi viene aggredito e divorato da orde di topi famelici, prima che un assassino (ancora il male) lo finisca a colpi di mannaia.

Non va cercata una logica in un film come Inferno, perché non la possiamo trovare. Il regista vuol far capire che intorno ai protagonisti aleggia il male assoluto, capace di dirigere ogni dinamica. Inferno ricorda Suspiria per tecnica di narrazione, scenografie, colori accesi e innaturali. Il finale è la sola parte deludente della pellicola, con il palazzo che brucia e i pompieri pronti per agire, ma pare che ci sia poco da fare perché il vero inferno è ormai sulla Terra. Inferno è un film ermetico e violento, ma al tempo stesso suggestivo e affascinante, con un Argento ispirato che tecnicamente costruisce un gioiello che resterà negli annali della cinematografia horror italiana.

 

 

INFERNO E LE FIGURE FEMMINILI

 

Un’analisi a parte meritano le figure femminili di Inferno, per il modo in cui vengono presentate e successivamente trucidate all’interno di una storia visionaria e irrazionale. Si parte dalla curiosità che porta Rose alla scoperta della dimora di Mater Tenebrarum e di un cadavere decomposto, ma soprattutto alla sua morte orribile per mano di un killer soprannaturale. Rose viene ghigliottinata da un vetro e il suo collo viene sospinto da due mani forti che lo accompagnano verso una morte inattesa e agghiacciante. Un’altra donna inquietante è impersonata da Veronica Lazar, infermiera del vecchio architetto Varelli che nell’ultima scena si rivela nei panni della strega per eccellenza, Madre di tutte le Madri: la Morte. «Mater Tenebrarum, Mater Lachrimarum, Mater Suspiriorum, ma gli uomini ci chiamano con un solo nome. Un nome che incute paura a tutti! Ci chiamano… La Morte! La Morte! La Morte!».

Nei film di Dario Argento compare sempre l’acqua, simbolo femminile per eccellenza, che può essere calda e accogliente, ma anche torbida, scrosciante e inquietante. Inferno è un film dove ci sono molti corpi bagnati, temporali accompagnati da lampi, notti tempestose, acque inquietanti che accolgono o condannano, riscaldano e uccidono tra topi famelici e cadaveri decomposti.

La donna per Dario Argento è una strega o una fata e in Inferno si contrappongono i candidi ruoli di Eleonora Giorgi, Irene Miracle e Daria Nicolodi a quelli demoniaci di Veronica Lazar, Anja Pieroni e Alida Valli (che non è una strega ma ha uno sguardo inquietante). Argento rappresenta spesso la donna come cadavere e lo fa con precisione e grande gusto estetico, ma si tratta di un tema caro a molti scrittori dell’orrore che deriva dalla poesia sepolcrale e dalla scrittura crepuscolare.

 

 

UN TENTATIVO DI CRITICA A INFERNO

 

La vicenda è ancora orfana di un terzo capitolo, “Terza Madre”, che resta un progetto incompiuto per il regista, e che dovrebbe illustrare i fatti ambientati a Roma.

Inferno e Suspiria sono molto collegati, si direbbero i film della caduta negli inferi, a imitazione di quel che è successo al demone Lucifero, pellicole che vanno a scandagliare l’orrore nascosto nelle viscere della terra. Inferno narra la storia di Friburgo, New York e Roma come triangolo infernale scelto come sede dalle Tre Madri, una Trinità rovesciata fatta di sospiri, lacrime e tenebre (morte). Inferno è un film dalle grandi invenzioni sonore e scenografiche con la musica che presenta un’incredibile importanza nell’economia della storia. Argento dimostra grande gusto per il metafisico e per un’originale costruzione degli esterni. Vediamo facciate di palazzi, fogne invase da acque impazzite e topi, luci sbiadite che mostrano dettagli macabri, grattacieli misteriosi, eclissi di luna e notti di luna piena, inquadrature vuote e scene ossessive. Argento fa grande uso di soggettive, mani coperte da guanti neri, dettagli macabri su morti agghiaccianti, occhi infernali, serrature che si chiudono, primi piani su animali immondi come topi e gatti impazziti. La colonna sonora identifica subito il film, come era stato per Profondo Rosso, e la presenza di Kehit Emerson è importante perché rompe con il passato e non troviamo un unico pezzo che fa da motivo conduttore della pellicola. Argento vuole per Inferno diverse soluzioni musicali che realizzano una contaminazione interessante tra musica classica e rock duro. Niente a che vedere con I Goblin, ideatori di un ritmo ossessivo e martellante che accompagna delitti e indagini di Profondo Rosso.

Inferno è un film sulla morte che descrive il male e spesso se ne compiace, perché al male e alla morte non si può scampare, dobbiamo farci i conti giorno dopo giorno. E infatti, a parte Mark che risolve il mistero ma non può fare niente per debellare la minaccia, tutti i personaggi del film muoiono di una morte orribile.

Inferno non è piaciuto molto in Italia, ma all’estero ha tanti appassionati e ci sono riviste che lo hanno definito il capolavoro di Argento. La critica italiana ha gradito poco l’originalità e lo svolgimento della pellicola, a parte Marco Giusti che nel suo Stracult afferma: «Inferno è il film di Dario Argento che preferisco, quello più baviano, anche perché alcune scene sono veramente girate dal maestro». Non mi risulta che Mario Bava abbia girato parti di questa pellicola, pure se nel cast tecnico è presente il figlio Lamberto in qualità di aiuto regista. Morandini stronca Inferno come «un film che fa a meno della logica e della psicologia» e lo classifica come «un’operazione di bassa macelleria». I motivi per cui critici come Mereghetti e Morandini non apprezzano la pellicola sono gli stessi che la rendono appetibile a tutti gli appassionati di horror soprannaturale.

 

Gordiano Lupi


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Dario Argento
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