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Riccardo Cardellicchio: Fermate La Pira. Romanzoweb a puntate. XIX
14 Marzo 2009
 

268.

La Cassazione ha condannato definitivamente Ultimo tango a Parigi, film di Bernardo Bertolucci. Non può più essere proiettato in Italia. Di più: le copie del film devono essere bruciate. Che sapore d’Inquisizione. Che clima nazista. La Cassazione è scivolata malamente su un panetto di burro.

Barbara telefona da Londra, indignata: “Qualche volta mi vergogno d’essere italiana. Possibile che non si riesca ad agire come gli altri, rispettosi delle idee altrui, democratici? Vent’anni di fascismo ci hanno dato alle gambe e alla testa. Ci hanno inquinati nel profondo”.

In redazione, c’è chi è d’accordo con la sentenza della Cassazione.

“Il Sessantotto ha fatto andar e fuor di cervello. C’è chi pensa che sia consentito tutto. Anche le cose peggiori”.

“Cose peggiori? Ma a che ti riferisci”.

“Perché, a te, il film è piaciuto?”

“Non m’è piaciuto. E’ inconsistente. Ma questo non c’entra niente con la sentenza della Cassazione. Non si manda al rogo. Per nessuna ragione. Neanche per un panetto di burro. Eppoi si condanna questo film e si chiudono gli occhi su certe schifezze, spazzatura. Questa non è giustizia, ma arroganza politica, insulto alla democrazia, alla libertà d’espressione”.

Ho alzato la voce e sono in molti a guardarmi meravigliato. Il taciturno s’è svegliato. Anche il mio interlocutore si mostra meravigliato, e non replica.

Esco, la gola secca, destinazione il bar.

Quando rientro, il redattore capo m’allunga un’Ansa. C’è la conferma di una notizia che era nell’aria da giorni. La Lockheed, società americana, è accusata di corruzione nei confronti di politici di diverse nazioni. Italia compresa. Obiettivo: vendere i propri aerei Hercules C130. I nostri politici sono della Dc e del Psdi.

Non è cosa da poco. Tra l’altro, l’Italia ha acquistato aerei che non sa come pagare e di che farsene. Il C130 lo chiamano bara volante e fabbrica di vedove.

“Non mollarla – mi dice il redattore capo – Ma sii prudente”.

Incominciano a circolare nomi. Il primo è quello di Mario Tanassi, ministro della difesa e segretario del Psdi. Poi arriva anche quello del doroteo Mariano Rumor, una potenza. Il terzo è il ministro Luigi Gui, democristiano. Le agenzie battono dispacci a raffica. Ci sono dentro anche avvocati, industriali, militari e faccendieri.

Concussione, l’accusa.

La patata bollente è nelle mani del sostituto procuratore Ilario Martella, quarant’anni, pugliese. Cerco di parlarci. Mi guarda ironico. E io: “C’ho provato”.

Ma qualcuno soffia. Ha interesse a soffiare. S’agitano in parecchi. I nomi vengono fuori: Duilio Fanali, generale dell’aviazione; gli avvocati Antonio e Duilio Lefebvre, napoletani; il presidente di Finmeccanica Camillo Crociati. Che si guarda bene dal rimanere a disposizione della giustizia. Sale sul suo aereo, dopo aver preso tutto il possibile, anche la moglie Edy Wessel, bella donna, ex attrice, e vola verso il Messico. Nella rete rimangono l’avvocato Antonelli, il generale Fanali e Antonio Lefebvre. Finiscono in carcere. Ce li portano, ammanettati, i carabinieri.

Moro riesce a formare il suo quinto governo in un clima arroventato. Ottiene i voti di Dc, Psdi e Svp, l’astensione di Psi, Pri e Pli e il no di Pci, indipendenti di sinistra e Msi.

Il caso Lokheed cova sotto la cenere. Lo addormentano altre notizie. Il generale Gian Adelio Manetti, già capo dell’Ufficio D del Sid, e il capitano Antonio La Bruna vengono arrestati. Avrebbero favorito la fuga del fascista Marco Pozzan,  d’aver tentato di far evadere Giovanni Ventura e facilitato l’espatrio di Guido Giannettini: tutti imputati per la strage di piazza Fontana.

Arrivo a sera, qualche volta a notte fonda, che ho la mente stanca. Mi butto sul letto e non riesco a prendere sonno. Mi rigiro. M’alzo. Leggo. Scrivo.

L’alba mi trova in piedi.

 

269.

“Vai a tutta”. Barbara sembra contenta. “Ti seguo. Stai andando bene”.

“Il più viene ignorato. Non ci facciamo una bella figura nel confronto con i giornali. S’ha un bel dire che la Rai è un servizio pubblico. C’è gente che è dura come il cemento. Non difende la professione. No. Difende il partito che l’ha messo in quel posto. Il servizio pubblico, proprio perché pubblico, non dovrebbe guardare in faccia nessuno. Invece la Rai agisce per lotti. Tanto alla Dc, tanto ai socialisti, tanto ai socialdemocratici e ai liberali. E via di questo passo. L’opposizione è tagliata fuori con qualche contentino. Checché se ne dica”.

“E la verità muore, ogni giorno, fanciulla”.

“Più o meno”.

“Quando ci rivediamo?”

“E’ un momentaccio. Spero presto”.

“Ti chiamo tra qualche giorno”.

“L’augurio è che siano giorni e non mesi. Lo scandalo è grosso. A detta di alcuni colleghi, è il più grosso di tutti i tempi”.

Lo scandalo investe, oltre all’Italia, anche Germania, Paesi Bassi e Giappone.

Indago. Orecchio. Cerco una gola profonda. Qualcuno che mi faccia andare oltre l’ufficialità, le poche notizie date con il contagocce. Oltre le voci, le malignità, oltre quelli che soffiano sul fuoco.

Ma è come cercare il solito cece nel solito mare.

Di chi puoi fidarti?

I radicali di Pannella ci vanno giù duro. Il settimanale L’espresso procede come schiacciasassi. OP, strano giornale, graficamente orribile, diretto da Mino Pecorelli, giornalista chiacchierato, annuncia scoop una settimana dopo l’altra. Qualcuno gli passa documenti. Non so se Pecorelli ne verifichi l’attendibilità. Mi sembrano costruiti ad arte. Che mano c’è dietro?

“Stai attento alla massoneria”, mi dice Francini. Ogni tanto ci sentiamo. E’ sempre persona squisita.

La telefonata arriva verso le tre del pomeriggio. Sto cercando di mettere ordine negli appunti.

E’ la voce metallica. Puntuale in certi frangenti..

“Mi mancavi”, dico divertito.

“Non ti perdo di vista. Sta’ sicuro”, dice.

“ Sono così importante?”

“Sei uno che va per la sua strada”.

“Nonostante le minacce”.

“Nessuno…”.

“Facciamola finita. Non ho tempo da perdere”.

“Voglio darti una mano”.

“Figurati”.

”Lo scandalo Lockheed è bello, non c’è che dire. E’ complicato”.

“Come tutti gli scandali”.

“Hai mai sentito parlare di Antilope Cobbler””

“No”.

“ Non l’hai letto e sentito mai?”

“Se dico di no è no”.

“E’ un nome in codice”.

“Che significa?”

“Vuoi dire chi nasconde?”

“Chi nasconde?”

“Intanto prendine nota. Vai sul sicuro”.

“Eppoi?”

“Gratta. Non ti manca il coraggio”.

“Faresti prima a dirmelo te. Lo sai. A meno che non sia una bufala”.

“E’ uno chiacchierato. Sono mesi che è chiacchierato”.

“La lista è lunga”.

“Ma con lui non ci vanno di scartina”.

“Non mi dire”.

“Hai capito?”

“E’ come sparare sulla Croce Rossa”.

“Stai attento. L’apparenza inganna”.

“Non ci credo”..

“Ripeto: l’apparenza inganna. Ricordatelo”.

Abbassa.

Mi ha messo la classica pulce nell’orecchio. Vado dal redattore capo. “Sta emergendo un nome in codice”, gli dico.

“Qual è?”

“Antelope Cobbler”.

“Un anagramma”.

“Non lo so”.

“Chi cela?”

“E’ questo il punto. Siamo alle voci, alle insinuazioni. Nessuna possibilità di verifica.

“Spara”.

Non rispondo subito. Tossisco, prima. Eppoi: “Leone”.

“Me lo immaginavo. E’ diventato il bersaglio preferito”.

“Lo dico anch’io. Secondo me, è gioco facile. Ho detto a chi ha alluso che è come sparare sulla Croce Rossa. Mi sembra così indifeso. Neanche i suoi alzano la voce per difenderlo. Sembra quasi che se ne vogliamo liberare. Di lui e della famiglia”.

“Andiamoci con prudenza”.

“Come al solito”.

“Chi sa di questa cosa?

“L’ignoro”.

“Che pensi di fare?”

“Non ho riscontri”.

“Va bene. Lasciamola decantare. C’entriamo se viene fuori da qualche altra parte. Dai radicali o dall’Espresso”.

“Eviterei se uscisse da OP. Non è credibile”.

“Pecorelli mi sembra in mano, consapevole o meno, a poteri occulti. A chi ha tutto l’interesse  a spargere veleni”.

Viene fuori. Viene fuori da più parti. Dapprima in maniera velata. Poi il riferimento è sempre più esplicito.

Ne parlo anch’io, allora, la rabbia per non avere avuto la possibilità d’essere il primo.

Leone non risponde. Non cade nella trappola. Ma presta il fianco ad accuse pesanti, che coinvolgono – volgarmente – anche la famiglia.

Non so come faccia a sopportare. Io avrei già sbottato. E di brutto.

Un collega dice che deve comprare, per sua figlia, un libro che sta andando a mille. E’ un  caso letterario.

Gli chiedo di che si tratti. Risponde che si tratta di Porci con le ali.  Autori sono due giovani. E’ una specie di diario sessuopolitico al tempo della contestazione.

“Lo ritieni adatto a tua figlia?”

Barbara telefona per dire che ha qualche giorno di ferie e arriva a  Roma.

Metto le mani avanti. “Mi prendi nei pochi momenti liberi”.

“Riesco ad accontentarmi di poco”.

Mi sfogo con il ciclostile, amico delle mie rabbie. Affermo che Leone è stato scelto come agnello sacrificale.

So che qualcuno provvede a fargli trovare il ciclostilato sul tavolo e che lo legge attentamente. Senza commenti.

Io ritengo sia una persona onesta.

 

270.

Muore, a Roma, Luchino Visconti. E’ un coro: un grande regista, un grande del cinema, un grande del teatro. D lui ammiro La terra trema, Senso e Rocco e i suoi fratelli. Il gattopardo non mi ha convinto. Neanche La caduta degli dei, Vaghe stelle dell’Orsa, Morte a Venezia e Gruppo di famiglia in un interno. Troppo decadente. Troppo fissato sulla ricerca dei particolari. Un’ossessione. A danno dei contenuto.

Con Barbara  vado a vedere Il Casanova di Fellini. Che delusione.

Qualcuno sussurra che Antelope Cobbler è Mariano Rumor. Un giornale della sera, che spara grossi titoli, sostiene che dietro quel nome in codice ci siano Rumor e Leone.

Hanno varato i nuovi telegiornali e radiogiornali. Il Tg1 è diretto da Emilio Rossi, in quota Dc. Il Tg2 è capitanato da Andrea Barbato, socialista. Il Gr1 da Sergio Zavoli, anche lui socialista. Il Gr2 da Gustavo Selva, democristiano. Il Gr3 da Mario Pinzauti, socialdemocratico.

Mi hanno detto: scegli alla svelta.

Ho scelto Barbato. Mi sembra il migliore.

Barbara m’ha detto che ho scelto bene.

Non  mi hanno cambiato ruolo. Cronaca politica. Veloce, pimpante, m’ha detto Barbato.

Veloce, pimpante.

 C’è aria di crisi. E la violenza non s’arresta.

A Milano, tre giovani di sinistra sono accoltellati da elementi di destra. Uno – Gaetano Amoroso – è ridotto in fin di vita, praticamente è morto. E qualche giorno dopo, sempre a Milano, Prima Linea ammazza Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del Psi.

E’ un aprile piovoso.

Non amo la pioggia.

Moro non regge. Si dimette. A Leone non resta che sciogliere le Camere.

Lo fa il 1° maggio. Elezioni il 20 e 21 giugno.

Non va. Non va in nessun senso. C’è miseria in giro. La lira è stata svalutata del dodici per cento. Ma anche altrove non va. In Argentina, un colpo di stato militare ha destituito Isabel Peron. Al suo posto, Jorge Rafael Videla.

Giuseppe Pelosi, l’assassino di Pier Paolo Pasolini, è condannato a nove anni. Non m’è sembrata una condanna equa.

Non riesco ad avere interviste da uomini politici che contano.

Si va a veline. Roba insipida.

Barbato mi dice di mettercela tutta per intervistare Edgardo Sogno, l’ex ambasciatore, medaglia d’oro della Resistenza. Si fa un gran parlare di lui. Da tempo, dalla sua uscita con Pacciardi in favore della repubblica presidenziale, lo si guarda con sospetto. Ma non faccio in tempo. Il giudice istruttore Luciano Violante lo fao arrestare a Torino. E’ accusato d’avere organizzato un golpe banco. Con lui ci sono altre cinquanta persone: operai, sindacalisti, politici locali, gente di sinistra anche. Gente che vorrebbe una repubblica presidenziale in grado di mettere fuori gioco i comunisti. Il discorso è sempre quello. Una fissa..

Ma non ci capisco molto. Anche gente di sinistra contro il Pci. Anche gente di sinistra per una svolta autoritaria. Golpe bianco un corno. Se è vero.

Luciano Violante è andato oltre il segno? La risposta è che l’istruttoria viene trasferita a Roma. E Sogno è rimesso in libertà provvisoria.

Cerco d’avere giudizi sulla vicenda. Non tutti la valutano seriamente.

Voglio sentire Zaccagnini, segretario della Dc. Vado a trovarlo. Senza successo.

Cerco un’alternativa. Sto pensandoci quando mi sento chiamare. Mi volto. E me lo trovo davanti, il solito cappello, i soliti occhiali, un po’ dimagrito, pallido. La Pira mi tende la mano.

Gliela stringo, sorpreso, contento.

“Claudio, che piacere”.

“Che ci fa da queste parti?”

“Che ci faccio? Io starei volentieri nella mia Firenze. Ma sembra che qui, a Roma, abbiano bisogno di me”.

“Chi?”

“Se glielo dico, lei lo scrive”.

La Pira fa sempre notizia”.

“Insomma”.

“Chi ha bisogno di lei, professore?”

“Zaccagnini”.

La Dc allora”.

La Dc”.

“Per cosa?”

“Indovini”.

“Le elezioni”.

“Bravo”.

“Vogliono candidarla?”

“Sembra.

“Ritorna in campo. Un bel colpo”.

“Che emozione, non c’è dubbio. Mi fa tornare giovane. Il momento è particolare. Non posso tirarmi indietro”.

E’ una notizia ghiotta, che rimane in secondo piano, seppellita dal terremo in Friuli. Un migliaio di morti. Numerosi paesi distrutti. Tra di essi, Gemona, San Daniele e Tarcento.

 

271.

“Se diventassi direttore d’un quotidiano, accetteresti di farne parte?”. Barbara parla allegra.

“Che novità è?”

“M’hanno contattato per dirigere Il diario di Firenze, un quotidiano di poche pagine, largo spazio alla cronaca locale”.

“Sul serio?”

Sul serio”.

“Editore?”

“Un gruppo di giovani industriali e gente della sinistra dc, vicina al settimanale Politica. Obiettivo: cinquemila copie”.

“Hanno il collo lungo”.

“Lo so”.

“Hanno soldi?”

“Ancora non l’ho capito”.

“Rifletti prima di prendere una decisione. Pretendi garanzie per te e per la redazione”.

“Stai tranquillo”.

A Sezze Romano, Latina, i fascisti ne combinano una delle loro. Capeggiati da Sandro Saccucci, deputato del Msi, ammazzano Luigi De Rosa, diciannove anni, iscritto alla Federazione giovanile comunista. Saccucci cerca di difendersi. Tenta d’alzare un gran polverone. Ma nessuno gli crede. I comunisti vogliono giustizia. La famiglia vuole giustizia. La pretende dal parlamento. Vuole che autorizzi l’arresto di Saccucci. Che, vista la malaparata, se la squaglia all’estero.

La campagna elettorale è pesante. A renderla ancor più pesante ci pensano i brigatisti. A Genova, fanno fuori il procuratore generale della Repubblica Francesco Coco, e la sua scorta, i carabinieri Antioco Dejanna e Giovanni Saponara.  Il partito armato ha alzato il tiro.

C’è di che riflettere. Ma Berlinguer pensa alla Nato. Dice a Gianpaolo Pansa che il Pci non vuole l’uscita dell’Italia dalla ato. La Nato – sottolinea – è una specie di scudo per costruire il socialismo nella libertà.

Chi applaude e chi mugugna. Io raccolto e gli applausi e i mugugni.

Le elezioni. Si scommette in redazione. Sostengo che la Dc le prende sode. Ipotizzo il sorpasso del Pci. Berlinguer ha giocato bene le carte. E il partito armato, che agisce con sempre maggiore violenza, non scalfisce l’immagine rassicurante che il Pci riesce a dare di sé.

Barbara crede nella vittoria dei comunisti.

 

271.

Gongolo alla notizia che Michele Sindona è stato arrestato a New York. Ma  poco dopo jun lancio Ansa mi provoca una grande delusione. Ha pagato una cauzione di mezzo miliardo ed è tornato libero.

Meglio pensare ad altro. Forse ho trovato l’editore perm i miei raccontini E’ un emergente, ambizioso. Sede Firenze.

Al direttore editoriale sono piaciuti.

Mi farebbe il contratto a condizioni modeste. Niente anticipazioni e l’otto per cento sul venduto. Il prezzo di  copertina non sarebbe elevato. D’altra parte è il mio primo libro. Non posso avere troppe pretese.

“Un po’ di rispetto, sì” , dice Barbara da Londra.

Le do ragione. Ma dentro di me ho già accettato. E’ troppo forte il pensiero di vedere materializzato il mio primo libro.

Arriva nelle librerie il giorno in cui la commissione inquirente, presieduta da Mino Martinazzoli, mette sotto accusa Gui, Rumor e Tanassi: corruzione per lo scandalo Lockheed.

Ma chi è Antilope Cobbler.

La voce metallica, puntuale, mi chiede se mi va di saperlo.

“Puoi dirmi qualsiasi nome”.

“A te verificare. Passi o non passi per giornalista scrupoloso?”

“Preferisco non sentire nomi”.

“Come vuoi”. E interrompe la comunicazione.

Di una cosa sono sicuro: non è Leone.

Agguato ad Alfonso Noce, capo del nucleo antiterrorismo dell’Italia Centrale. Si salva. Muoiono il poliziotto Prisco Palombo e il nappista Martino Zichitella.

Testimoni parlano di un altro ferito tra gli assalitori.

 

272.

Sono al telefono, nel mio appartamento, quando suonano alla porta.

“Aspetta, Barbara, vado ad aprire”

Apro e mi trovo davanti Rebecca. Una maschera di dolore. Si tiene la mano sulla spalla sinistra. Il giubbotto è insanguinato.

“Aiutami”, dice.

“Ma che è successo?”

“M’hanno presa. M’hanno presa. Accidenti a loro. Maledetti. Hanno ammazzato uno dei nostri”.

“Aspetta. Aspetta”, dico agitato.

Torno al telefono. “barbara, scusami. Devo riattaccare. Un problema di condominio. Ciao,. Ci sentiamo più tardi”.

“Ciao”.

Piloto Rebecca nel tinello. La faccio sedere. Dice: “Era tutto giusto, organizzato bene. Tutto. Qualcuno deve averci traditi. Un infame deve essere stato”.

Provo a calmarla. “Fai vedere”

L’aiuto a spogliarsi. Non ha il reggiseno. Non mi sembra una ferita grave.

“Mi fa un male boia”.

Gliela disinfetto con amuchina. Stringe i denti per darsi un contegno”. Poi faccio una fasciatura non strinta.

“Non so cosa possa fare ancora”.

“E’ molto. Ma che ci hai messo?”

”Amuchina”.

“Dio santo, brucia da morire”.

Si toglie la pistola di tasca. Entra in camera – conosce la strada – e la mette sul comodino. Si sdraia sul letto. “Sono stanca”. Tiene gli occhi chiusi. Mi siedo in fondo al letto. La guardo e fo: “Perché?”

“Perché? Perché è l’unico modo per cambiare sul serio questa società porca, che non rispetta nessuno, né giovani né anziani. Per annientarla, e tutti quelli che la vogliono così”.

Scuoto la testa. “E’ l’unico modo?”

“Se rimasto a facciamo l’amore, non facciamo la guerra. Questo stato imperialista ti ha fatto sprofondare nella merda”.

“Ma che vita è, la tua?”

“Una vita che merita d’essere vissuta. Almeno, morta mia figlia, ammazzata come un cane, vivo per qualcosa. E tu, invece? Non rispondo. Rebecca mi tende una mano. “Non mi va di litigae. Ci vediamo dopo tanto tempo”.

Vuole fare l’amore. Non riesco a dire di no. Non so cosa mi muova. Alla fine, lei mi guarda, scote la testa. Mormora: “No. E’ tardi. E’ troppo tardi”.

“per cosa?”

“per ricominciare, noi due”.

“Ora mi spiego perché non ti ho mai trovata a casa”.

“Hai telefonato?

“Spesso”.

“Non ci vado mai. Ora non ho più un posto”.

“Ti sei data alla clandestinità”.

“Ci si muove meglio”.

“E’ una lotta senza futuro”.

“E’ una lotta contro il sopruso”.

“La violenza non porta a quello che vorresti, ma dalla parte opposa”.

“Continua a essere lapiriano. Quell’uomo t’ha rovinata la vita”.

“Quell’uomo è il nostro Gandhi”.

“Esagerato”.

Rifacciamo l’amore.

 

273.

Rebecca se n’è andata dopo due giorni. Aveva qualche linea di febbre. “Non posso rimanere. I compagni mi staranno cercando, si chiederanno che fine abbia fatto. Dobbiamo riorganizzarci”.

Se n’è andata di notte. M’ha stampato un bacio sulla bocca.

“Ammazzare non porta da nessuna parte. Di certo, non dalla parte dei lavoratori”, ho detto.

Ha sorriso. “Hanno paura di noi. Tutti hanno paura di noi. Stiamo facendo breccia nelle fabbriche”.

“E’ un’illusione”.

 

274.

Passo Natale e fine anno da solo.

Barbara non s’è potuta muovere da Londra.

Il mio libro è sul tavolo. E’ passato sotto silenzio. Non ho fatto niente per promuoverlo. La casa editrice non s’è mossa molto.

Guardo il libro, lo sfoglio. Mi sembrava d’avere partorito una buona cosa. Si vede che non sono stato buon giudice di me stesso. O, forse, oggi la narrativa non è di moda. Si preferiscono i saggi.

Fa freddo.

Ho freddo.

Raggiungo il teatro Eliseo tremando. E’ in programma un convegno del Pci. Grande attesa per l’intervento di Berlinguer. Vuole con sé gli intellettuali. Chiede loro collaborazione nel progetto di rinnovamento dell’Italia. Parla come un uomo di governo. “Occorre una politica di austerità. Bisogna combattere gli sprechi. Bisogna frenare il consumismo esasperato”.

Sono frasi pesanti. Alcuni militanti s’agitano. “Quello s’è fatto plagiare dai democristiani”. “Da Moro, s’è fatto plagiare”. “E la classe operaia? Dove la mette la classe operaia?”

Barbato vuole un bel servizio. E io obbedisco, la morte nel cuore. Dov’è più il Pci? Dove vuole portarlo? Ha detto che ci vogliono nuovi modelli di sviluppo. Andeotti vuole tanto? Berlinguer sostiene che i partiti non fanno più politica. Neanche il Pci? Che fa il Pci?

Mi piacerebbe sentire La Pira e Bilenchi. Mi piacerebbe chiedere ai due: che ne pensate di questo compromesso?

Dormo poco. Riscrivo raccontini. Mi servono da valvola di sfogo. Sul ciclostile c’è polvere.

Barbara telefona: “Vogliono mandarmi a Pechino”.

“Diobòno, è una bella cosa”.

Bella cosa? No, non lo è. Per me”.

“Ricordati che nel nostro lavoro…”.

“M’inchiappettano”.

“No, ti premiano. Vuol dire che sei brava. Altro che dirigere  Il diario di Firenze”.

“Non amo il riso”.

“Sconti di me: l’adoro. Lo mangerei anche in capo a un tignoso”.

“Ho capito. Mi scarichi ancora una volta”.

“No, vedila in un’altra maniera. Non ti metto i bastoni tra le ruote”.

 

275.

“Claudio, tira una cert’aria all’Università. Vai a dare un’occhiata”.

Barbato non nasconde d’essere preoccupato.

Al telefono, Rebecca parla sottovoce: “Sei stato bravo. Ti ricordo con piacere tutti i giorni”.

Parlo anch’io sottovoce: “Come stai? Dove sei?”

“Sto bene. Non chiedermi altro”.

“Rinuncia puoi ricominciare”.

“Troppo tardi, tesoro mio. Troppo tardi”.

“I tempi sanno cambiando”.

“Il Pci sta cambiando. Noi non vogliamo che vinca questo stato. Non vogliamo che vinca l’imperialismo”.

Abbassa senza neanche un saluto.

C’è aria d’illegalità nell’ateneo. Autonomia è determinata: occupazione. Non riesco a contare il numero dei collettivi nati nel giro di poche ore.

Si muovono anche le femministe. Loro, però, vogliono la depenalizzazione dell’aborto. E l’ottengono. Gui e Tanassi sono rinviati al giudizio delle Camere riunite. La commissione inquirente non ha avuto dubbi. Umor, invece, se la cava per il rotto della cuffia. E’ proprio vero che la giustizia spesso non è giusta.

Ritorno all’Università, attirato da un evento importante. Luciano Lama, il mostro sacro del sindacalismo italiano, segretario della Cgil, ha deciso di tenervi un comizio. Che gli è preso? E’ stato presuntuoso? Non ha fatto i conti con gli indiani metropolitani, la loro marginalità,  e Autonomia.

Piove.

Nella notte sono state scritte, per terra e sui muri, numerose frasi sfottò. “I Lama stanno nel Tibet”. “L’ama o non Lama”. “Non Lama nessuno”. “Più lavoro, meno salario”. “Lama è mio e lo gestisco io”. “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia”.

Lama arriva verso le dieci. Il sindacato ha previsto il servizio d’ordine. ‘ poca cosa. La piazza è una pentola a bollore. Slogan a raffica. Tafferugli, qua e là.

Gli indiani metropolitani liberano palloncini con acqua colorata. Qualcuno pensa che sia roba pericolosa. Ci s’agita. S’urla. Volano calci, pugni.

Rimedio due o tre spintoni. Finisco contro un muro. Il cameraman  se la vede brutta. “Siete spie”. “Via, non potete stare qui”.

Lama continua a parlare. Mi chiedo a chi. La piazza è un ring.

Finalmente si rende conto e tace.”Basta, - urla un tizio – non ci si picchia tra di noi. Tra compagni”.

Mi sento a disagio. Vorrei non essere testimone di un dramma, di questo dramma.

“Compagni, - urla al microfono un esponente della Camera del lavoro di Roma – compagni, la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni”.

L’annuncio si perde nel clamore. Gli assalti non si fermano. Anzi, diventano più violenti. C’è gente che scappa impaurita. Il camion, su cui è stato allestito il palco, viene rovesciato.

Che fine ha fatto Lama?

L’hanno portato via.

Che fine hanno fatto i sindacalisti e i militanti comunisti?

Si sono squagliati.

E’ successo quel che nessuno poteva immaginare.

Dov’è più la forza dei comunisti?

Prendo al volo la dichiarazione di Rossana Rossanda: “Lama è stato mal consigliato”.

Lama è arrabbiato. Sbraita. Vuole, pretende azioni di solidarietà. Ma Cisl e Uil si defilano.

Cossiga sale sul pulpito e annuncia provvedimenti severi, duri nei confronti di guerriglia e teppismo. “Sappiano, questi signori, che non permetteremo che l’Università diventi un covo di indiani metropolitani, freak e hippy”.

Le parole di Cossiga si sfanno con il passare dei giorni. La violenza si taglia a fette. Non riesco a stare dietro al numero dei morti ammazzati Quasi passa in secondo piano l’arresto del bandito sardo Graziano Mesina, evaso quasi un anno fa dal carcere di Lecce.

Scontri.

Morti. Non si salvano i giornalisti.

Rapimenti. In città e paesi.

Non riesco a vivere tranquillo.

Non riesco a scrivere tranquillo.

Luigi Gui, implicato nello scandalo Lockheed, dice: “Mi hanno giustiziato. Ha vinto il Pci. E’ stato assecondato per opportunismo, calcolo, paura. Quando in un Paese si sovrappone la politica alla giustizia, s’incominciano a compiere esecuzioni politiche, si sa come comincia ma non si sa come finisce. Quando un mondo vuole purificarsi si comincia sempre così, con il sacrificio degli innocenti”.

E Tanassi: “S’è votato secondo gli schemi dei partiti”.

Moro interviene. Dice, orgoglioso: “Noi non ci faremo processare nelle piazze. Non sottovalutate la grande forza dell’opinione pubblica”. La ritiene dalla parte della Dc, in maggioranza.

Moro e la strategia dell’attenzione. Moro, la Cassandra. Moro dalla memoria corta.

La solitudine di Moro.

De Mita on gliele manda a dire dietro. “Moro ha sbagliato. La questione – politica – doveva essere gestita diversamente”.

Lor signori stanno lì, nel Palazzo, mentre nelle piazze succede di tutto. Anche dove mai te lo aspetteresti. A Bologna, per esempio.

C’è confusione. Andreotti prende cappello di fronte al sommarsi dei morti ammazzati. “Invito i giovani a una reazione morale”.

Mi sento stanco.

Barbara è in Cina.

Non posso muovermi da Roma. Siamo tutti sotto pressione.

A Torino, il processo alle Brigate Rosse non si fa. I giudici popolari non se la sentono. Rifiutano. Siamo a questi punti.

La telefonata m’arriva disturbata.

“Sono Alina”.

“Alina? Oh, come stai?”

“Telefono per dirti che è morto mio padre”.

“Mi dispiace. Condoglianze. Di cuore”.

“Ti ringrazio”.

“Ma com’è successo?”

“Ha finito di patire. Era ridotto male”.

“I funerali?”

“Domani pomeriggio”.

Peccato, non posso venire. Non posso muovermi da Roma. Sta succedendo di tutto. E’ un anno terribile”.

“Non ho telefonato per farti venire, anche se ti rivedrei volentieri, ma per informarti. Ti stimava. Ti ha seguito fino a che ha potuto”.

Mi tocca questa informazione. Mi costringe al silenzio.

“Ci sei sempre?”

“Ci sono”.

“Ti saluto. A presto”.

“Di nuovo condoglianze, Alina”.

Da qualche parte una donna non più giovane parla a voce alta. Troppo alta.

  

Riccardo Cardellicchio

 

   

Fine diciannovesima parte


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