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Riccardo Cardellicchio: Fermate La Pira. Romanzoweb a puntate. XVI
28 Febbraio 2009
 

236.

“Sostengo – dico – che è un incidente anomalo”.

Un collega anziano, mi sussurrano espressione della desra Dc, invece è dell’opinione che si tratti di un incidente stradale semplice. Senza retroscena.

La redazione si divide.

“Signori miei, almeno un dubbio, non dico molti, ma uno non viene fatto d’averlo? Pensate un po’. Riflettete. Cinque giovani anarchici, diretti in auto a Roma per partecipare a una manifestazione contro Nixon. Vanno tranquilli sull’Autosole e, guarda la combinazione, finiscono contro un camion condotto da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese”.

“E allora?”, fa il collega anziano in quota destra Dc.

“Allora? Quei cinque, guarda la combinazione (ancora una), sono gli stessi che vanno dicendo d’avere le prove che il deragliamento del treno a Gioia Tauro, lo ricondate vero?, è opera dei fascisti”.

“Qui si prendono per buone le posizioni di Lotta Continua”.

“M’attengo ai fatti”.

“Non provati. Noi siamo un servizio pubblico e non possiamo crare confusione”.

“Censure sì?”

Il collega anziano si fa minaccioso.

“Colleghi, - interviene il direttore – cerchiamo di mantenere la calma. Claudio fa bene a mettersi nei panni dell’avvocato del diavolo. Tuttavia le notizie in nostro possesso sono tali da impedirci l’avventura in congetture o ipotesi che potrebbero sfociare in querele. Tra incidente e omicidio c’è una bella differenza”.

La notte, a casa, ciclostilo una risma con accuse esplicite al principe nero. Metto le copie ovunque. Anche in Rai. Senza essere visto.

Il giorno dopo è l’argomento principe.

“Ci sono extraparlamentari in Rai”, si sentenzia.

La direzione abbozza una mezza indagine.

Devo agire con prudenza.

 

237.

a Firenze m’arriva la notizia che La Pira è stato costretto a cambiare casa. Ha chiuso la clinica del professor Palombo, in via Venezia, dove La Pira abitava. E’ tornato n una stanza dell’Opera per la gioventù di Pino Arpioni, suo collaboratore quand’era sindaco.

Accanto all’Opera c’è Cultura dei fratelli Gianni e Giorgio Giovanoni, due lapiriani doc.

Mi riferiscono che La Pira è, come sempre, sereno.

La telefonata arriva nel cuore della notte. Sto scrivendo uno dei miei racconti lampo.

“Chi è?”

E’ Francini. “Devi uscire di casa. Devi andare ovunque, ma non stare in casa”.

“Perché?”

“Tira una brutta aria. Circola una voce insistente. Si parla di colpo di stato, di arresti, di liste di gente da togliere di mezzo”.

“Anch’io?”

“Sembra che si sia in tanti. Esci, per favore. Vai in campagna. Vai dovunque, ma non stare in casa. Fai alla svelta”.

Mi vesto in fretta. Prendo poche cose. Un libro, una penna e un taccuino. Ma chi sono questi matti? Mentre chiudo la porta, sento lo squillo del telefono. Non rientro per rispondere.

Via dell’Oca è deserta. Anche piazza del Popolo. Stranamente sono deserte via del Babbuino e via Margutta.

Dove posso andare? Potrei infilarmi a Villa Borghese. No, a piedi sarei un bersaglio facile. Decido di prendere la macchina.

Per chiamarmi, per sollecitarmi ad abbandonare l’appartamento vuol dire che il fatto è serio.

Ma chi sono? Chi può osare tanto?

Francini non l’ha detto e a me non è venuto di chiederglielo. Non può essere uno scherzo.

Fa freddo.

Esco da Roma e vado verso Ostia.

Non ho intenzione di fermarmi da qualche parte, di preciso.

Non c’è traffico.

E la curiosità mi rode.

Se scappo, non vedo

Torno indietro. Cosa cerco di preciso? Non lo so.

Nella mia immaginazione un colpo di stato è fatto di spari, movimenti di rivoltosi, di truppe, d’occupazione di edifici pubblici importanti.

Raggiungo la Camera eppoi Montecitorio e il Quirinale.

Un barbone. Un ubriaco. Una vecchia zoccola.

Non credo che Francini m’abbia voluto giocare uno scherzo così.

Mi fermo davanti alla Rai. Niente di niente.

Alle 4 decido di raggiungere Ostia. Oltre non posso andare. La benzina scarseggia.

A Ostia mi fermo n una stradicciola di fronte al mare.

Ho freddo.

La prima luce mi trova mezzo addormentato. Passa una donna che, curiosa, mi guarda e scuote la testa.

Metto in moto e torno a Roma. C’è il movimento di sempre.

Faccio colazione in un bar. Due avventori parlano del tempo. Il barista ha l’aria di chi sarebbe rimasto volentieri a letto.

Passo da casa. Il telefono squilla. E’ Francini. “Cessato allarme”, dice.

“Non è stato uno scherzo,vero?”

“Non mi permetto di fare scherzi del genere. Il pericolo è stato reale”.

“Ma chi ha immaginato una follia del genere?”

“I fascisti Il principe nero insieme con certi militari infedeli”.

“Come si fa?”

“Era nell’aria da mesi. E non è finita”.

“Ma ora come stanno le cose?”

“Qualcosa gli deve essere andato storto”.

“Il principe è stato arrestato?”

“Arrestato? Figurati. Non è successo niente. Non è stato sparato un colpo, non è stato occupato neanche un ufficio”.

“Un colpo di stato da operetta”.

“Visto ora, sì. Ma le intenzioni erano ben altre”.

“E te come l’hai saputo?”

“C’è sempre qualcuno che non tiene la bocca chiusa, o che si trova nel luogo giusto al momento gusto. I comunisti non scherzano. Hanno occhi e orecchi da tante parti”.

“Daranno la notizia?”

“Non credo. Non è successo niente, in definitiva”.

“Ah”.

Ci penso io a raccontare la storia con il mio ciclostilato. Vinco la stanchezza, la notte, per andare a diffonderlo.

Il giorno dopo, in redazione, c’è subbuglio. Il ciclostilato passa di mano in mano. C’è chi l’ha fotocopiato.

“Non è possibile che non si sia saputo niente”.

“Io sapevo e ho dormito fuori”.

“Sapevi?”

“M’hanno avvertito”.

“Non hanno avvertito tutti”.

“Si vede che non tutti erano nell’elenco dei cattivi”.

 

238.

Due notizie mi stanno disturbando. Mauro de Mauro, giornalista dell’Ora, quotidiano della sera di Palermo, è scomparso. Vito Ciancimino, uomo di mafia, è stato eletto sindaco di Palermo con i voti di Dc, Psu e Pri.

Mafia e Sicilia. Non solo. Il fascismo vuole rialzare la testa. Ci sono convivenze. C’è, in giro, puzzo di zolfo.

Ellio Petri m’entusiasma con il film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Gian Maria Volontà è un attore straordinario. Non mi convince Medea di Pasolini.

Barbara mi fa arrivare Tutte le poesie di Sandro Penna.

Dal Cile notizie buone. Il socialista Allende è presidente della Repubblica e il governo di Unità Popolare sta mettendo a punto riforme economiche e sociali. Fa ciò che non piace agli Stati Uniti.

Una notizia m’addolora. La morte di Luciano Bianciardi. Un grande scrittore. Uno capace d’essere contro. L’hanno snobbato per esaltare scrittori insignificanti come Alberto Moravia..

Saverio Saltarelli, studente milanese, è raggiunto da un candelotto sparato dai carabinieri per disperdere un presidio antifascista. Muore.

Un’altra vittima della paura e dell’odio.

Lo scrivo con rabbia sul mio ciclostilato e, due giorni dopo, scrivo con rabbia degli ottanta lavoratori uccisi dalla polizia a Danzica, in Polonia, durante una manifestazione nel cantiere navale.

Mi telefona Barbara. Sente la mia mancanza. Posso raggiungerla a Torino?

No, non posso.

Si fa viva Rebecca. Dice che tornerebbe volentieri a cena con me. Sono libero?

No, non sono libero per tutta la settimana. Ci sono colleghi malati. Siamo in pochi e dobbiamo rimboccarci le maniche. Faccio di tutto. Seguo anche i fatti di cronaca nera.

Un terremoto quasi distrugge Tuscanica. I morti sono trentuno.

Danneggiati monumenti romanici.

Un mese dopo, il governo conferma quel che tanti sanno. Il principe nero Valerlo Borghese ha tentato un golpe. Mandato di cattura. Ma lui, con facilità sospetta, si salva in Spagna. Il ministro degli Interni Franco Restivo parla alla Camera in un clima teso.

 

239.

Diobenedetto, non c’è giorno che non si parli di spazio. Sonde. Capsule. E morti. Sì, morti. Tre astronauti russi muoiono rientrando sulla terra. Quasi passa inosservata la notizia dell’uccisione, a Genova, di Alessandro Floris, fattorino dell’Istituto autonomo delle case popolari, da parte del terrorista Mario Rossi.

In libreria compro Satura, la raccolta di poesie di Eugenio Montale, Mi faccio tentare anche da Vogliamo tutto di Nanni Balestrini e Foto di gruppo con signora di Heinrich Boll. Che differenza.

Al cinema vedo Morte a inezia di Luchino Visconti. Lo trovo eccessivamente decadente. Arancia meccanica di Kubrick, invece, mi scombussola.

Arrivano i risultati dei fatti del 1964. Scopriamo che c’era un Piano Solo, dal nome del suo ideatore, per un colpo di stato. Andato a vuoto. Dentro, fino al collo, il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo.

Vado a trovare Rebecca. E’ molto pallida, nervosa. Poca voglia di parlare.

“Usciamo?”, le chiedo.

“No”. E’ secco. Senza appello.

“Allora, a presto”, dico.

“A presto”. Non fa una grinza.

Non mi resta che consumare la mia solitudine.

Ammucchio racconti sempre più brevi. Alcuni finiscono su pubblicazioni di poco conto.

Mi prendo un periodo di risposo. La verità è che non sono stanco. Non potrei esserlo. Non faccio niente che possa stancarmi fisicamente. La verità è che sono stanco dentro. La mia vita che significato ha? Cosa faccio che meriti d’essere salvato?

Lascio Roma per il mio paese. Non dico niente a barbara. Non ho voglia di raggiungerla a Torino.

Mi sistemo. Non so quanto rimango. Non so neanche se ritorno. La voglia non c’è.

Esco. Fa freddo. Non mi va di stare chiuso in casa, caso mai davanti alla Tv, ad assistere allo spettacolino dell’elezioni del presidente della Repubblica. Anfani è nuovamente il candidato della Dc. Tutti sostengono che questa volta ce la fa. Ma, alla prima votazione, Francesco De Martino, candidato delle sinistre, ha preso trecentonovantasette voti. Fanfani, trecentottantaquatro. La destra s’è divisa tra De Marsanich e Malagodi. Anche Saragat, presidente uscente, ha preso voti. Più di quaranta.

Cammino per strade illuminate male, la tramontana che gela e mi fa venire in mente alcuni racconti di Renato Fucini, il gusto d’una Toscana che non c’è più. Che molti della sinistra vorrebbero cancellare anche dalla memoria. Sbagliando. E’ gente che non ha letto Gramsci. Gramsci esalta le radici, il passato, le tradizioni. In pratica, sostiene che conoscere il passato ci serve per costruire il futuro.

Non ricordo chi è stato a farmi queste pagine di Gramsci. Il fatto è che non le ho mai dimenticate. Anzi, le tengo sempre presenti. E mi piacerebbe che anche gli altri facessero altrettanto.

“Claudio”, sento dire da una voce di donna.

Alzo la testa. Lì per lì non mi rendo conto. Poi la riconosco. “Alina”, dico. “Che bella sorpresa. Che ci fai qui?”

“Che ci faccio? Mi ci ha mandata il Monte dei Paschi, la mia banca, a dirigere la filiale”.

“Non mi dire”.

“Sì, sono qui da due mesi. Ci ho preso casa”. Alina somiglia molto a sua sorella Chiara.

“Posso offrirti un caffè?”

“Certo. E tu che ci fai qui?”

“Sono nato qui. Ho ancora casa qui. Ogni tanto vengo per riprendere ossigeno”.

“Ma guarda la combinazione. Dove lavori ora?”

“A Roma. Sono al telegiornale”.

“Sì, che stupida. Mi sembra d’averti vistio. Segui la politica”.

Seguo la politica. Però non è come a Firenze. A Firenze c’era La Pira. A Roma ci sono troppi galli e galletti. Oggi dicono una cosa, domani un’altra. E non so se agiscono nell’interesse dell’Italia o di loro stessi”.

Beviamo il caffè seduti in un angolo di un bar storico.

“E i tuoi?”, chiedo.

“Stanno invecchiando, pieni di acciacchi. Volevo portarli qui, con me. Ma hanno detto di no. Dei tuoi ho saputo dai giornali”.

“Morte terribile. Ancora non riesco ad accettarla”.

“E’ difficile accettare una morte repentina. Penso continuamente a Chiara. Mi ripeto che è stata una morte ingiusta, che è stata ammazzata. E nessuno ha pagato”.

“Sì. Una gran brutta ferita per me”.

“per tutti”.

Ci lasciamo con l’impegno di rivederci presto.

 

240.

 

Fanfani non sfonda. Passano i giorni e non sfonda. C’è nervosismo nella Dc. Sono numerosi i franchi tiratori. Al settimo scrutinio, la Dc decide d’astenersi. E’ uno spettacolo tutt’altro che edificante.

Si va avanti fino all’undicesimo scrutinio, quando la Dc riprende a votare Fanfani e chiede che lo votino anche Pli, Psdi e Pri. Che rispondono picche.

Anfani ottiene trecentonovantatre voti. Il massimo. Si capisce che non ha futuro.

E’ il 21 dicembre. La Dc cambia candidato. Giovanni Leone ha la meglio su Aldo Moro, che vorrebbero le sinistre. Anche quela Dc. Non è gradito, invece, a Pli, Psdi e Pri. E hanno avuto la meglio.

Il 23 dicembre, Leone raggiunge quota cinquecentotre. Le sinistri hanno messo in campo Nenni, che ottiene quattrocentootto voti.

E’ la vigilia di Natale. Barbara mi ha cercato in Rai. Le hanno detto che sono a casa da un po’ di tempo. E ora è al telefono, preoccupata. “Vengo. – dice – Non mi piace saperti così solo”.

“Lascia perdere”.

“Non lascio perdere. Vengo. Prendo il primo treno”. Abbassa.

Giovanni Leone diventa presidente della Repubblica. Ci sono voluti ventitrè scrutini. Ha ottenuto cinquecentodiciotto voti. Hanno votato per lui Dc, Pli, Psdi e Pri. Le sinistre (Pci, Psi, Psiup, Manifesto e Mpl) hanno votato Nenni. Quattrocentootto voti.

Barbara arriva a tarda sera. “Non potevo non venire”. M’abbraccia e mi bacia. “Non resistevo più”.

Squilla il telefono.

“Pronto?”

“Claudio, sono Bilenchi”.

“Bilenchi? Direttore, che piacere”.

“Tanti auguri, Claudio”.

“Anche a te, direttore. Cos’è successo, direttore?”

“Niente. Volevo farti gli auguri. Mi hanno detto che hai preso un periodo di riposo. Tutto bene?”

“Tutto bene. Ho voluto riprendere fiato”.

“Va bene. Mi raccomando: mai mollare”.

“Sì, mai mollare”.

Barbara mi guarda. “Bilenchi è stato un buon direttore”.

“Il migliore tra quelli che ho avuto. Il suo giornale era una chicca. Togliatti prima lo esaltò, poi lo ferì chiudendogli il giornale. E, con lui, mandò a casa un bel mucchio di giornalisti”.

“Compreso te”.

“Compreso me. Ma non rivanghiamo. Non mi va”.

Barbara vorrebbe cucinare. Glielo impedisco. “Andiamo alla ricerca di un buon ristorante”.

“Lo troviamo? E’ Natale”.

“Lo troviamo. So io il posto giusto”.

La conoscente non mi nega mai un tavolo. In questo periodo sono stato cliente assiduo”.

Barbara mangia poco. Dice: “Sono sovrappeso. Se non mi limito, rischio di diventare cicciobomba”. Ride.

“Non mi sembra. Comunque, contenta te”.

Dopo un’ora e mezzo siamo in strada. “Camminiamo un po’”, dice.

“Non è che ci sia molto da vedere”.

“C’è tranquillità. Che vuoi di più?”

Raggiungiamo il centro storico. La parte medievale. C’infiliamo in stradette e vicoli che trasudano povertà. Si sentono voci, risate, pianti di ragazzi. Ogni tanto, l’abbaiare d’un cane.

L’aria frizzante ci libera dei bicchieri di troppo.

“Verrebbe la voglia di dare un calcio a tutto”, dice.

“Come no. Purtroppo, si deve fare i conti con la realtà, con la necessità di mettere insieme almeno un pasto il giorno. E io, per esempio, se mi togli da fare il giornalista, in capo a poco,  muoio di fame. Non so fare altro”.

“Io – dice Barbara – potrei fare la commessa. Oppure la cassiera in un cinema. Mi ci vedi?”

Ridiamo. E cerchiamo di ridere ancora. Cerco d’esorcizzare il momento della partenza di Barbara, della separazione. Del ritorno alla solitudine.

S’alza una nebbia leggera. Barbara starnutisce. Decidiamo di rincasare.

S’accendono i lampioni. In casa c’è caldo. Barbara mi si butta al collo. Non vuole andare via senza avere fatto l’amore. Lo facciamo intensamente, dimenticando il tempo, l’orario da rispettare per non perdere il treno. E passa, l’ora. Quando se ne rende conto, Barbara si lascia andare a un’espressione di disappunto, che non le conoscevo. “Cazzo. E ora?”

“”Parti domani. Telefona. Dici che hai avuto un contrattempo”.

Sembra dubbiosa. Poi: “Non c’è altro da fare”.

 

241.

Si chiama Idalgo Macchiarini ed è un dirigente della Siemens. Lo sequestrano per alcune ore. Lo sequestrano le Brigate Rosse. E’ la prima azione del genere. Nei giorni scorsi, hanno rivendicato l’incendio della pista di collaudo della Pirelli, a Milano.

Diffondono una foto che ritrae il dirigente Siemens con una pistola puntata alla testa.

Che stupidaggine.

E’ una notizia che ha grande risalto negli organi d’informazione. Anche a un’altra notizia viene dato grande risalto: la chiusura del circolo XXII marzo, a Roma. Ci hanno trovato Valpreda, il grande accusato della strage di Milano.

Cerco Rebecca e non la trovo. Mi dicono che ha preso un mese d’aspettativa, dopo la morte del fratello, avvenuta in carcere.

Le telefono a casa. Inutilmente.

Telefono a Barbara. E’ sotto pressione. Torino sembra una pentola d’acqua a bollore. Teme che salti il coperchio, da un momento all’altro. La vita politica non ha più regole democratiche. Sono frequenti gli scontri tra destra e sinistra. Alla Fiat, poi, il clima è rovente. Gli operai sembrano molto arrabbiati. Usano le parole come pallottole nei confronti di chi governa. Che poi non si sa neanche bene chi governa. Colombo s’è dimesso e ora è la volta di Andreotti.

Continuo a cercare Rebecca a casa. Provo anche di notte. Niente.

Continuo a fare il cronista di una politica infarcita di veline, mezze parole, molti silenzi.

Roma m’appare una bolgia, dove ognuno pensa a se stesso. Alla sua sopravvivenza.

Non riesco a rapportarmi con nessuno. M’aggrappo, ogni tanto, a Francini. E’ lui, con la sua semplicità, a rasserenarmi quel tanto che basta per riprendere fiato.

Ma Rebecca dov’è?

Chiedo a Francini. Anche lui non sa niente. Di sicuro, soffre per la morte della figlia e del fratello. “M’ha detto – lo informo - che Aurora era il frutto di una relazione con un calciatore ora famoso. Uno che l’ha scaricata quando gli ha detto che era incinta”..

“Ho sentito la storia. Rebecca non me ne ha mai parlato. E’ una donna riservata. Molto. Si capisce che ne deve aver patite”.

La notizia, che arriva in cronaca, è di quelle che muovono redazioni intere. L’editore Giangiacomo Feltrinelli è stato trovato dilaniato da una carica di tritolo ai pedi di un traliccio a Segrate, Milano.

Feltrinelli. Un rampollo della Milano bene. Un terrorista? Titoli a tutta pagina. Era lì per un attentato.

Piano piano viene fuori un mondo inimmaginabile. Che coinvolge ex partigiani.

I funerali si trasformano in una manifestazione contro la Cia e la borghesia. I manifestanti non credono all’incidente. Affermano chiaramente che si tratta d’omicidio, che i mandanti vanno cercati nella destra.

Barbara mi telefona da Milano. L’hanno mandata a seguire il caso.

“Mi sa che ci vogliono marciare,  Dc e destra”.

“Non capisco”.

“Vogliono dare a intendere che il terrorismo nasce tra ex partigiani”.

“Io penso che Feltrinelli agisse per conto proprio. Quel suo essere contro mi dà l’impressione che fosse il frutto di un malessere individuale”.

“Non  avventarti in strade tortuose. Nessuno ti segue. Qui, nella grande Milano, che si considera più importante di Roma, non vogliono strade tortuose. Se le trovano, le eliminano. Le addirizzano”.

“Quanto starai a Milano?”

“Non lo so. Il caso tira”.

Dimentico Feltrinelli di fronte alla notizia che arriva da Palermo. Un DC8 dell’Alitalia, proveniente da Roma, è finito contro il monte Pellegrino. Avrebbe dovuto atterrare a Punta Raisi. Centoquindici morti, oltre l’equipaggio. C’è anche un’altra notizia che attira la mia attenzione. Arriva da Pisa. Il comizio del Msi, oratore Giuseoppe Niccolai, è preso di mira dagli extraparlamentari. La polizia carica i manifestanti. Ci sono arresti. Franco Segantini, anarchico di vent’anni, muore in carcere. Trauma cranico. Possibile che nessuno si sia accorto delle sue condizioni? E’ vittima del pestaggio della polizia, mi dice un amico.

Fanno a scaribarile. L’Italia è specializzata nello scaricabarile. Serantini è morto nel giorno delle elezioni politiche.

Non è che i risultati siano esaltanti per la sinistra. La destra Dc ha in mano il mestolo. Andreotti si muove a suo agio.

Continuo a cercare Rebecca.

Dove sei?

Perché non ti fai trovare? 

 

                                                          Riccardo Cardellicchio

   

 

Fine sedicesima parte


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