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Riccardo Cardellicchio: Fermate La Pira. Romanzoweb a puntate. XIII
20 Febbraio 2009
 

200.

Il fatto che i comunisti vadano dicendo che loro, la Pira, lo avrebbero appoggiato, crea gran confusione.

La sinistra democristiana s’agita.

“Stanno per rovesciare il tavolo”, mi dice Battiglia, con l’immancabile sigaretta tra le labbra.

“per cosa, a questop punto? “

“Nonostante quel che sostengono da più parti, anche i suoi seguaci,a Pira non ha mai puntato a ottenere l’appoggio dei comunisti. Pur rispettandoli. Secondo me, finiscono con l’aprire le porte di Palazzo Vecchio al commissario prefettizio”.

Battiglia ci azzecca.

Lagorio deve arrendersi. Non ha avuto grandi opportunità. Non ha saputo crearne.

Barbara mi si presenta con un libretto in mano.

“Cos’è?”, chiedo.

“E’ il primo tascabile. Hanno ristampato Addio alle armi di Hemingway. Costa trecentocinquanta lire. Sai qual è la campagna pubblicitaria? I libri-transistor che fanno biblioteca. E’ un prodotto Mondatori. Ma, da quel che leggo, sta buttarcisi anche un’altra casa editrice. La Garzanti. Il suo slogan è i Garzanti per tutti.

Barbara ama i libri. E’ accanita lettrice. Divora soprattutto romanzi. M’ha anche confessato che sgta pensando seriamente di scriverne uno. E’ impegnata, in questo periodo, a costruirne lo scheletro.

Le propongo una gita a Fiesole.

“Ce c’è?”

“Niente di particolare”.

In quel mentre s’avvicina Biondi. Mi dice che La Pira sta organizzando un viaggio con Primicerio ad Hanoi, nel Vietnam del Nord, e gli ha chiesto se mi manda. Purtroppo, ha dovuto rispondergli che non può. Ha dovuto inventargli una scusa. La verità è che non ci sono soldi. In altri momenti, penso, non sarebbe successo. Si sarebbe fatto il possibile. Si sarebbero trovati i soldi. Ho l’impressione che anche il giornale stia abbandonando La Pira.

Biondi ci lascia senza attendere la mia opinione. Che potrei dire?

Barbara vede che ci sono rimasto male. Un viaggio del genere non è da poco. Queste opportunità non capitano tutti i giorni.

Scopro che La Pira ha in programma un incontro con il presidente Ho Ci Min e il primo ministro Pham Van Dong. Scopro anche che sarà latore di un messaggio di pace.  Top secret i contenuti. Devono rimanere segreti.

Dietro a questa operazione deve esserci lo zampino di Fanfani, presidente dell’assemblea generale dell’Onu. Sembra che sia riuscito a far ottenere il gradimento da tutte le parti in causa.

“La prego, – mi dice La Pira – sia discreto”.

 

201.

Regalo a Barbara due libri. Sono La macchina mondiale di Volponi e Le cosmicomiche di Calvino E, insieme, andiamo a vedere I puugni in tasca di Marco Belloccio. Non mi dispiace. Barbara lo giudica poco sincero.

Abbiamo giorni di ferie da consumare. Decidiamo d’andare qualche giorno a Bologna. Ne approfittiamo per visitare una retrospettiva del pittore e incisore Giorgio Morandi, morto da qualche mese.

Le sue nature morte sono piene di poesia.

Penso a La Pira. Mi tornano in mente gli attacchi partiti da diversi fronti. Il quotidiano 24 ore lo definiva comunista bianco e comunista di convento. Ritornelli stucchevoli. Dava noia agli industriali il suo impegno in prima persona nella difesa dei lavoratori del Pignone.

La Pira chiamava questi attacchi una cortina fumogena per nascondere le responsabilità. E aggiunse, un giorno, che i diritti al lavoro per la povera gente sono necessari, sacri. E la frase che dette noia a parecchi: “Non ci si può nascondere dietro alla maschera dell’anticomunismo”.

Due notizie ci raggiungono a Bologna: la morte del pittore Mafai e l’elezione a sindaco di Firenze di Piero Bargellini, il maestro scrittore, fondatore del “Frontespizio”. Cattolico. Democristiano doc.

“Che ci fa uno come lui – mi chiedo a voce alta – a Palazzo Vecchio? Ma chi è quella mente che immagina certe soluzioni? Deve essere proprio una mente perversa”.

“O uno – dice Barbara – che la sa lunga. Uno che vuol governare senza apparire”.

“Bargellini uomo di paglia?”

“Se non lo è, poco ci manca”.

Torniamo a Firenze. A malincuore.

 

202.

Giorgio La Pira e Mario Primicerio partono per Hanoi. Evito d’andarli a salutare. Non mi va di farmi vedere commosso. Commosso dalla forza di quest’uomo che sembra fragile, indifeso.

Toccano Varsavia, Mosca, Pechino.

La Pira, ad Hanoi, è invitato a una riunione del governo. Dura due ore. La Pira esce soddisfatto. Ha in tasca una lettera destinata a Fanfani. Non fa parola sul contenuto.

Tornato a Firenze, mi chiama. “E’ stato un gran bel viaggio. Non senza problemi”.

“Di che genere?”

“Economici”.

“Economici?”

“Sì, non avevamo i soldi per il ritorno”.

“Non è possibile”.

“Pura verità. Li ho chiesti a Ho Ci Minh”.

“Non mi prende in giro, vero?”

“Non la prendo in giro.  Il presidente ha fatto una colletta e ci ha dato trecento dollari”.

“Professore, lei è impareggiabile. Ha pensato a tutto, tranne che  ai soldi”.

“Sono sempre l’ultimo pensiero”.

“E sul piano politico?”

“Sul piano politico, è stato un successo. Ora sta agli Stati Uniti non perdere l’occasione. Hanoi è disposta a trattare per arrivare alla pace, anche con la presenza dell’esercito americano sul territorio. Contrariamente a quel che sostengono gli americani”.

L’avesse mai detto. Gli americani se la prendono con La Pira. Lo accusano di millantare. Anche in Italia lo criticano.

Lo trovo affranto. E’ ben lontano dall’entusiasmo del ritorno da Hanoi con la buona novella. La lettera, consegnata a Fanfani, è diventata carta straccia. Non pensava che si potesse arrivare a tanto.

“Comunque, - mi dice – non rinuncio a lavorare per la pace”.

 

203.

La voce di donna, al telefono, mi arriva disturbata. Alla fine riesco a capire.

“Sono Lucia”.

“Lucia, buon giorno”. E ho, come sempre, un tuffo al cuore.

“Buon giorno, Claudio”.

“Dimmi. E’ successo qualcosa?”

“No. Volevo soltanto sentire la tua voce”. E riabbassa..

Come non inquietarsi di fronte a questo comportamento? Sono quindici anni. Quindici anni, e non sono venuto a capo di niente con Lucia. Continua a essere un oggetto misterioso, peggio di quelli fatti vedere da Enzo Tortora in tv.

 

204.

Si parte male. Moro si dimette. Il giorno dopo, Rumor lascia la carica di segretario della Dc.

Cerco di parlare con Lucia. Voglio parlare con Lucia. Suono alla sua porta. Non ho risposta. Vado alla clinica e chiedo se è di servizio. Mi rispondono di no. Ha preso una settimana di ferie.

Cerco Anna e Paola. Trovo Paola, che mi affronta a muso duro: “Che vuoi da lei?”

“Voglio parlarle. Mi ha telefonato. Voglio proseguire il discorso”.

“Non ho mai avuto a che fare con tipi squinternati come voi due”.

“Non  sarei squinternato, io”.

“Dài la colpa a lei?”

“Ha un modo di fare che mi spiazza. Mi tende la mano eppoi, quando meno te lo aspetti, la ritira. E chi s’è visto s’è visto. Dov’è”

“In montagna”.

“Sola?”

“Con Anna”.

“E basta?”

“E basta. Quella stupida sa solo farsi del male. Che devo dirle, se la sento?”

“Che voglio parlarle. Quando vuole e dove vuole”.

 

205.

Tragedia  nello sport. Otto nuotatori della nazionale italiana e un telecronista muoiono in un incidente aereo a Brema.

Mi viene in mente la tragedia di Superga: la fine del Torino, del grande Torino Era la squadra di mio padre. Bagicalupo, Mazzola, Loik, Gabetto, Ballarin, Maroso. Ogni tanto mio padre ne parlava. Da giovane, aveva abitato non lontano dal Filadelfia e dal Comunale.

 

206.

Il parroco di Barbina, una chiesa e un cimitero nel Mugello, è assolto dall’accusa di apologia di reato. Don Lorenzo Milani, così si chiama, ha difeso l’obiezione di coscienza con una lettera aperta ciclostilata, pubblicata poi, quasi un anno prima, dal settimanale comunista “Rinascita”.

Ha criticato l’ordine del giorno in cui i cappellani militari in congedo della Toscana consideravano “un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà”.

Don Milani non l’ha digerito e ha replicato con un ciclostilato, che poi è finito su “Rinascita”. Ha scritto, tra l’altro: “Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano”. E ai giudici: “Spero di tutto cuore che mi assolverete, non mi diverte l’idea di andare a fare l’eroe in prigione, ma non posso fare a meno di dichiararvi esplicitamente che seguiterò a insegnare ai miei ragazzi quel che ho insegnato fino a ora. Cioè che se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura. Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d’ogni religione e d’ogni scuola insegneranno come me. Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima”.

Don Lorenzo Milani. Ne ho sentito parlare spesso da La Pira e da Balducci. Anche da altri. Da La Pira con ammirazione. Da altri con alcuni distinguo. Non l’ho mai incontrato. Non sono mai andato a Barbiana - come hanno fatto in tanti – per vedere la sua scuola. Insegna ad alcuni ragazzi della montagna. La sua – mi hanno detto – è una scuola di vita. Niente nozioni. Critica della scuola statale che boccia e, così, seleziona. Il ricco va avanti. Il povero, no.

 

207.

Lucia non mi cerca. Che devo fare? Decido di lasciar perdere. Non credo che Paola non abbia fatto l’ambasciata.

Barbara mi guarda. Si rende conto che sono assente, che sto con lei ma penso ad altro. Mi dispiace. Mi rifugio – ipocrita – nel solito mi dispiace.

Le regalo  A sangue freddo di Truman Capote. E’ un capolavoro di giornalismo letterario.

Quindici operai italiani muoiono asfissiati in Svizzera. Stavano costruendo un impianto idroelettrico.

Il cammino della speranza continua a lasciare una scia di sangue.

Barbara ha accettato il libro con meno entusiasmo del solito. “Non ti ho mai chiesto di amarmi – dice, mentre rincasiamo con la mia Cinquina, sono quasi le due di notte – E non te lo chiedo. Non sono abituata a chiedere l’impossibile. Ma la sincerità, quella sì la pretendo. Non posso stare accanto a una persona che non è sincera”.

“Non ti ho mai mentito. Se sto con te è perché ci sto bene. T’apprezzo. Sei una donna veramente in gamba. Mi sembra d’avertelo detto più d’una volta. Se mi vedi d’umore nero, pensieroso è perché non riesco a essere sincero con me stesso. Non riesco a rendermi conto che la realtà è una, una soltanto. Non è che stia bene. Non è che affronti le cose con leggerezza. Soprattutto la nostra relazione. Non voglio farti del male né farmi del male”.

Non replica. A casa, va in camera sua. Mormora appena: “Buona notte”.

 

208.

Il Mondo di Pannunzio cessa le pubblicazioni.

Otto esponenti di sinistra, definiti filocinesi, vengono arrestati a Milano. La loro colpa? Hanno diffuso manifesti in cui si chiede l’uscita dell’Italia dalla Nato e si esalta l’obiezione di coscienza.

Imperversa il Mandragola, a Firenze. Esce anche allo scoperto per dire che la stagione di La Pira è finita e, per questo, la Dc ha il diritto e il dovere di percorrere altre strade. Lo spalleggia il Pallido, ora. E’ arrivato dalla provincia con tante ambizioni. Si proclama fanfaniano.

Quali strade? Dopo La Pira è arrivato il socialista Lagorio, tenuto su una poltrona zoppa. Ed è caduto al primo venticello. E Bargellini? Non ha fatto in tempo a insediarsi che già si parla di crisi.

Sostengo – lo dico soltanto a me stesso – che fino a quando ci saranno, nella Dc, persone come il Mandragola, la politica viaggerà sempre sul filo del rasoio. Non sapremo mai che giorno sarà domani. Non avremo mai certezze.

La politica – mi dico – non può essere un gioco in cui tutto è lecito, anche l’illecito.

Il mio umore è come il tempo.

Piove.

A Roma, Paolo Rossi, studente, socialista, muore negli scontri provocati da elementi dell’estrema destra.

Il fatto accende gli animi. La sinistra si mobilita. Si muove anche la Dc. Ai funerali, partecipano i vicegretari Forlani e Piccoli.

Vivo giorni che sanno di poco. L’assenza di La Pira rende tutto moscio. Bargellini non ha sprint. Vivacchia. E mi sembra che lo tengano prigioniero.

L’Italia rimedia una magra che fa scandalo al mondiale di calcio in Inghilterra. Perde 1-0 con la Corea del Nord. Gianni Brera, il re dei giornalisti sportivi, afferma che la nazionale non può fare molto perché è piena di abatini. In sostanza, di gente senza palle.

Che polemiche. Povero Fabbri, l’allenatore. Lo sommergono d’offese.

Non viviamo d’altro. Lo smacco è indelebile. Chi ha il coraggio, ora, di guardare le altre nazionali? Riusciremo mai a risollevarci?

 

209.

Non andiamo in ferie. Ci licenziano. Ci licenziano tutti. Duecentocinquanta persone a spasso. Dalla sera alla mattina. Sì, non c’erano buon e notizie. Il giornale s’era attestato sulle ventimila copie il giorno. Poche. Ma non si pensava che la proprietà arrivasse alla conclusione di chiudere. Senza appello. Senza possibilità di trattativa.

Non siamo più giovani. Quale futuro possiamo avere?

Barbara piange in silenzio. Siamo tutti nella sala della redazione. “Non è giusto”, mormora.

Non è giusto. Ci sono già passato. Un bel colpo allo stomaco. Una mazzata al tuo equilibrio.

Francini dice: “Non possono disfarsi di noi così”.

“Che possiamo fare?”, chiede una collega. “Stiamo qui? Facciamo come gli operai del Pignone?”

“Bisognerebbe trovare un altro Mattei”, fa Battiglia accendendo l’ennesima sigaretta.

Arriva Biondi. Ed è silenzio. “Mi dispiace – dice – La mia sorte non è diversa dalla vostra”.

Destino da disoccupati.

Barbara e io usciamo. Non abbiamo voglia d’andare a casa. Camminiamo. La sera estiva è mossa da un vento leggero.

“Dove sbatteremo la testa?”

“Sinceramente, non lo so”.

Camminiamo fino a notte fonda.

 

210.

Torniamo al giornale. Non possiamo farne a meno. Biondi è nel suo ufficio, il viso stanco, gli occhi rossi, da notte senza riposo.

Ci sono altri colleghi. Si muovono da un tavolo all’altro.

Battiglia dice: “Mi consentono d’andare in pensione. A me va bene. Siamo in due. Ce la faremo”.

“E gli altri?”

“So che a Francini, Citterich e Cresci hanno proposto d’andare in Rai”.

“E noi?”, fa Barbara.

“Parlate con Biondi. Non è escluso che ci sia qualcosa anche per voi. Ma non insieme”.

“Che sai?”, chiedo.

“Niente di preciso. Parlate con Biondi”.

Parliamo con Biondi. C’è – è vero – qualcosa anche per noi. A Barbara propongono d’andare a Torino, alla Gazzetta del Popolo, e a me una buona collaborazione con la radio, al Gazzettino Toscano. Prendere o lasciare.

Prendo, io. Barbara stintigna, poi accetta. Quando esce ha le lacrime le scendono fino agli angoli della bocca. “E’ il peggior giorno della mia vita”, mormora.

“Pensa che non sei in mezzo di strada”.

“Sì, certo, continuo ad avere un lavoro. Ma a Torino”.

“Non è una brutta città”. Cerco d’alleggerire la tensione.

“Sfottimi anche”.

Barbara deve presentarsi il giorno dopo. Non sa se lasciare o meno la camera. Decide, alla fine, che la tiene almeno fino a dicembre. Non si sa mai.

Io vado in Rai nel pomeriggio, verso le cinque. Trovo gente simpatica. Il redattore capo è uno alla mano. Ci conosciamo. “Sono contento che tu sia qui”, dice.

Mi spiega i meccanismi. Le notizie devono essere concise e precise. Non sono consentiti svolazzi, divagazioni letterarie. La rapidità è il nostro slogan. Non abbiamo da fare approfondimenti. Non li vogliono. Possiamo riportare opinioni. In breve.

E’ una notte intensa, quella tra Barbara e me. Furiosa, a tratti.

“Mi mancherai”, dice.

Sudati, stiamo uno accanto all’altra.

Vorrei rispondere. Ma ho paura che tutto quel che ho in mente possa suonare falso.

“So che non ti mancherò”, dice.

“No, non…”.

“Tranquillo. Lontana da me l’intenzione di sciupare un momento così bello”.

Mi bacia. Riprendiamo da dove abbiamo lasciato. Il suo corpo sodo è un inno alla passione.

 

211.

“Chi la dura la vince”, dice la voce metallica.

Incredibile. Esiste sempre. Riesce a trovarmi ovunque.

“E’ un bel detto. Ma non mi riguarda”, rispondo.

“Non mi riferivo a te”.

“Allora a te stesso. Ma per cosa?”

“Ci sono situazione che non possono essere tollerate più di tanto”.

“A chi ti riferisci?”

“A dove stavi prima”.

“Al Giornale del Mattino? E che male poteva fare un piccolo giornale come quello?”

“Ne ha fatto. Ne ha fatto. Il solo schierarsi dalla parte di La Pira è stato un danno non di poco conto”.

“Certo, te sei di quelli che approvano la situazione attuale. Sei di quelli che gongolano di fronte alla crisi. Di Firenze, a te e a quelli come te, e ne conosco a cominciare dal Mandragola, non importa un fico secco. E ora scusami, ho da lavorare”.

Metto giù il telefono con un gesto che fa sussultare il collega vicino.

 

212.

Gli attori Jean Sorel e Gina Lollobrigida, il regista Mauro Bolognini e il produttore Gianni Hecht Lucari finiscono davanti al giudice per il film a episodi Le bambole. Accusa: oscenità e offesa  al comune senso del pudore. Sono condannati a due mesi di reclusione e trentamila lire di multa.

Il Lunik IX, veicolo spaziale sovietico, si posa dolcemente sulla Luna. E’ una gara tra sovietici e americani a chi fa meglio nello spazio. Con costi enormi.

Non voglio fare demagogia, ma se si guardasse un po’ più sulla terra, su come stanno tanti Paesi, su come sta l’Africa, io dico che sarebbe meglio. Non sono contro la ricerca, la scienza e tutto quel che ruota intorno. No. Mi offendono l’ingiustizia, la discriminazione, l’uomo lupo dell’uomo.

Un collega dice che mi è rimasto appiccicato addosso La Pira. “Chi va con lo zoppo…”. Ride.

Il collega è uno che non s’illude più. Il dolore per la perdita improvvisa del figlio, l’unico, gli fa guardare la vita  con disincanto. Un altro, invece, è più umorale. Sbotta con facilità. E, quando perde le staffe, il suo fiorentino diventa marcato, esilarante.

Ce n’è un terzo più misurato. Nato nell’Aretino, s’è spostato in provincia dio Firenze, a Fucecchio, dove il fiorentino non si sente. E’ un misto tra pisano e livornese che quasi ti fa pensare a una sorta d’enclave linguistica.

Anch’io non parlo fiorentino. Se mi lascio andare sembro un po’ pisano. Forse risento dei lunghi soggiorni a Treggiaia, borgo della Valdera, luogo d’origine della nonna materna e dove mio nonno era fattore.

Paolo VI rivolge l’ennesimo appello alla pace, il dito puntato sul Vietnam. E’ una guerra sporca. Gli americani non stanno facendo una bella figura. Un piccolo popolo dà loro del filo da torcere.

E’ nato il Partito socialista unificato. Tanassi, Nenni e De Martino si stringono la mano di fronte ai fotografi.

Piove.

 

213.

Lo scirocco sbatte la pioggia continua sui muri degli edifici. Firenze appare fradicia. L’Arno è gonfio. Limaccioso.

“Tempo infame”, dice un collega rientrando dal giro. “L’Arno fa paura”.

E’ passato anche dalla Prefettura e dal Genio Civile. Ha avuto notizie rassicuranti.

Il redattore capo dice che è bene stare con gli occhi aperti. E chiede chi si sente d’andare in giro e di fare la notte.

Si fa avanti un cronista anziano.

“Se vuoi, sto con te. Ho da attendere notizie dai democristiani”, dico.

Il consiglio comunale è convocato per l’8 novembre. Al primo punto dell’ordine del giorno le dimissioni del sindaco.

So che alcuni democristiani devono cenare all’Hotel Minerva in Piazza Santa Maria Novella. Ha assicurato, Bargellini, che fa una scappata. Una scappata, perché deve andare a un’altra cena in programma all’Excelsior..

L’argomento è uno, uno solo. La crisi. Chi m’ha informato era dispiaciuto. “Firenze è caduta in basso. Senza La Pira, non si riesce a dare un sindaco e un governo stabili ai fiorentini. Non stiamo facendo una bella figura”.

“Di chi è la colpa?”

“Non lo so”.

“Lo sai”.

“Dico: la colpa può essere di tutti e di nessuno”.

“Non è delle correnti?”

Sì, però…”.

“Avete messo sulla graticola quel povero Bargellini, che è tutto tranne che il sindaco giusto per Firenze, in questo momento”.

“Hai ragione, non lo è. E stasera glielo diciamo. Anche se lui lo sa”.

“Ed è disposto a farsi da parte?”

“Non ha più appoggi”.

“L’ha abbandonato anche il Mandragola?”

“Non i far parlare. Quell’uomo è terribile. Mai visto nessuno calcolatore come lui. E’ spietato”.

“Che posso scrivere?”

“Niente. Aspetta la cena di stasera”.

“Mi telefoni quando finite?”

“Ti telefono”.

Piove. Piove a dirotto.

Il collega del giro rientra. E’ fradicio. Preoccupato.

“Dove stai?”, chiede.

“In Santa Croce, rispondo.

“Mi sa che sarà un problema”.

“In che senso?”

“Arrivare in Santa Croce. L’Arno sta dando di fuori. Fa paura”.

“Ma Prefettura e Genio civile cosa dicono?”

“Continuano a tacere”.

“Non è possibile”.

Non so nulla dell’esito della cena democristiana.

 

214.

Un disastro. Un disastro per Firenze. Ma non solo. L’Arno è stato devastante. Anche l’Ombrone, nel Grossetano. E altri fiumi sono andati oltre gli argini. Mettono in evidenza la dabbenaggine dell’uomo, e qualcosa di più. Ha costruito ovunque, nelle golene, dove sarebbe proibito. Case e industrie.

Ora si piange.

Penso a Lucia. La cerco a casa per telefono. Non risponde. Allora mi rivolgo alla clinica. Niente. Soltanto più tardi scopro che i telefoni sono fuori uso.

Fuori uso l’energia  elettrica.

Sono stanco. Non ho potuto raggiungere casa. Non so neanche quando potrò raggiungerla.

Mancano da mangiare e da bere.

Le notizie arrivano con il contagocce e sono terribili. Siamo gli unici in grado di dare informazioni. Lo facciamo soprattutto con la radio. Gli apparecchi a transistor funzionano. Bargellini lancia appelli al mondo per la salvezza di Firenze. Non è più il sindaco moscio del giorno prima, ormai senza più futuro. E’ un gigante.

Accorrono giovani e vecchi. I giovani si rimboccano le maniche. Li chiamano angeli. S’infilano nel fango. Studenti e operai.

Le opere d’arte. Il censimento dei danni è spaventoso.

Mi chiedo se Firenze sarà più la stessa.

La Pira esce dal suo guscio e si mette a chiedere aiuto per la sua Firenze. Dà una grande mano a Bargellini.

   

Riccardo Cardellicchio

 

 

Fine tredicesima parte


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