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Innamorarsi di Milano: tanta gente che corre, tanta cultura che vive… qualche asino che pascola ai confini del mondo 
Conversazione con Alessandra Giordano, autrice di "Cadorna non è una fermata"
17 Dicembre 2014
 

Il Cadorna non è una fermata di Alessandra Giordano è un libro composto, per la prima metà, da squarci di vita metropolitana (e in metropolitana) e, per la seconda metà, da corposi e intriganti riflessioni di milanesi di grosso calibro, da Sergio Escobar (direttore del Piccolo Teatro) alla poetessa Vivian Lamarque, dal filosofo Fulvio Papi al designer Giulio Iacchetti (Compasso d'Oro 2009).

Ad Alessandra Giordano, scrittrice dalla personalità esuberante e pluridimensionale, abbiamo proposto la conversazione che segue, sul suo libro, su Milano e su tante altre cose strane e interessanti della sua vita…

 

 

Cosa vuole essere il tuo libro: un'appassionata apologia di Milano o una semplice e distaccata fotografia?

Tra apologia e fotografia: benché anche la seconda non possa essere esente da giudizio, se non altro per la scelta dell'inquadratura, preferisco di gran lunga quest'ultima ed è con tale atteggiamento che ho voluto dipingere questi momenti metropolitani. Nel tentativo – forse dettato dall'approccio giornalistico – di restare il più possibile fuori dal quadro e lasciare spazio al lettore perché vi dipinga il proprio personale finale.

Le interviste proposte dopo i racconti rappresentano proprio alcuni dei possibili finali, chiusure di storie. E certamente per ognuno degli intervistati quella descritta è, a sua volta, solo una delle possibili chiusure, dentro una vita.

 

Che volto ha la Milano che più ami?

Il volto della libertà. Libertà di essere chi ti pare. Libertà, anche, di essere quel "troppo riservato milanese" spesso per questo criticato: libertà di tener chiuse le porte quando ne hai bisogno. È solo così facendo che, poi, le puoi aprire col sorriso, e Milano tutto sommato trovo che sia una città accogliente. Ti chiede però sempre qualcosa in cambio, qualcosa di faticoso.

 

E quali sono le cose che più ti infastidiscono della tua città? Le cose che più temi? Le cose che più stanno cambiando?

È insopportabile la persistente disattenzione per i temi dell'ambiente e del respirare sano: c'è ancora tanta gente che, parlando di chiusura al traffico, ritiene secondario il problema dello smog rispetto al (peraltro forse presunto) calo delle vendite il sabato pomeriggio in centro. Ok, i soldi ci servono, ma, quando avremo tutti serie malattie polmonari, il portafoglio pieno non ci aiuterà a vivere di più.

Poi, non mi piace per niente la faccia televisiva della città, quella che imita modelli omologati di pensiero. Un racconto del libro si chiama "Eppi auar". Sin dal titolo desacralizzo questa invenzione di ore felici dalle 18 alle 21 condite di cibo stantio rimesso di sera in sera negli stessi piatti. Bleah! Per non parlare della genialata – per il marketing – di "brandizzare" le zone della città: "Zona Tortona", "Brera District" mi fanno sorridere per la facciata che vogliono dare a qualcosa che rimarrebbe più bello, a mio avviso, se lasciato senza etichetta. Fuggo tutto questo, ed è questo che temo. Perché dà spazio a un pensiero povero, a un linguaggio fatto di parole fotocopiate, copincollate.

Però, e per rispondere all'ultima domanda, ciò che vedo come cambiamento degli ultimi tempi non è brutto: cresce il popolo delle biciclette, la gente scrive lettere al sindaco perché non faccia abbattere un albero, e quando propongo alle persone di incontrare il mio asino (sì, ho un asino che vive in una cascina di periferia che ha resistito al tempo e al cemento), negli sguardi e nelle parole trovo risposte che forse negli anni Ottanta non mi avrebbero dato. Trovo la faccia di un possibile desiderio.

 

Sogni, a volte, di scappare lontano, magari di calarti in dimensioni sociali più circoscritte, più raccolte?

Eccome se sogno di scappare lontano! Però non cerco dimensioni sociali più "strette", mi sentirei in gabbia, mi serve la città grande. Trovo il mio "lontano" creandomi solitudini necessarie, che vivo con intensità. Sono quelle famose utili porte chiuse che citavo prima e che a me servono per ricaricare le batterie e uscire, poi, con grande desiderio di apertura verso le relazioni umane e il mondo in generale. Ancora una volta la compagnia dell'asino, degli animali e delle risaie appena fuori città mi aiuta. Frequento il silenzio per apprezzare la sonorità della metropoli, frequento il tempo lento per poter godere di mille cose fatte di corsa felicemente e senza ansia. E per restare a un tema centrale del libro, frequento il sopra e il sotto, la luce e il buio di questa città (e della mia esistenza) navigando come tutti tra estremi opposti e riposandomi, un po', stando nel mezzo, con un fondo di malinconia, ma con un sacco di curiosità del vivere, e spiare, e rubare fotogrammi in metropolitana per scrivere racconti.

Una "coda" del libro, che riprende il sottotiolo "Momenti Metropolitani" è l'omonimo eBook che raccoglie tweet di un anno appunto, nati come racconti di esperienze umane cittadine in 140 battute. E per non perdere l'abitudine a scrutare intorno, ancora adesso, con il profilo Twitter "MomentiMetropolitani" e sotto l'hashtag #MilanoBackstage, ogni tanto ci ricasco...

 

Da quello che mi dici sulla tua vita, appare evidente un tuo grande amore per il tuo asino e per la dimensione bucolica. Come si coniuga tutto questo con il forte legame che ti stringe alla tua città? E del tuo asino, puoi dirmi qualcosa di più?

Sì, dici bene quando dici amore. L'asino Pablo è entrato nella mia vita aprendomi una nuova via, che – la contraddizione è solo apparente – parte da quanto di atavico ed essenziale questo animale rappresenta per noi umani. L'asino ci ricorda un mondo che è dentro di noi, che conosciamo ma non riconosciamo più. Questo si coniuga con il mio legame alla città permettendomi di evitarne i pericoli, a me che la amo e che voglio gustarmela: il pericolo dell'alienazione, perché mi riporta al centro di me stessa (guardate gli occhi di un asino e capirete cosa voglio dire); il pericolo della frenesia, perché mi insegna il valore del tempo lento, il pericolo della caduta verso il razzismo, perché mi permette l'esercizio di convivenza e dialogo tra individui che vivono mondi e parlano linguaggi diversi. Chi ama gli animali capirà che non c'è offesa nel paragone.

Ma come e quando è accaduto quest’incontro con l’asino?

Mi chiedi qualcosa di più sul mio asino? Che rischio vuoi far correre ai tuoi lettori? Non mi fermo più! A parte gli scherzi, ci sarebbe molto da dire perché con lui, oltre a passare ore belle, faccio attività con i bambini (un laboratorio del racconto che si chiama Penne d'Asino: c'è una pagina Facebook con questo nome, dove si può vedere meglio di cosa si tratta) e con gli adulti, per Incontri con la "i" maiuscola con questo animale, attraverso la conduzione, la cura, il dialogo e, naturalmente, l'abbraccio con Pablo. Ancora una volta, con una breve autonarrazione finale sull'esperienza vissuta: il tutto coniugando le mie competenze sulla scrittura e la formazione in Operatore in Attività ed Educazione Assistita con l'Asino. Per dare un ultimo quadro di quello che può essere il rapporto con un asino, ti racconto brevemente come è avvenuto il primo incontro vero e profondo con questo animale. Credo sia significativo. Ero alla Città degli Asini di Polverara, vicino a Padova, centro di eccellenza per lo studio e per le attività da loro organizzate anche per ragazzi in difficoltà, e luogo della mia formazione. Sono stata portata bendata dentro il recinto di asini giganteschi. L'assenza della vista mi ha permesso di attivare gli altri sensi (sentivo i miei piedi! li avevo!) ma vivevo anche emozioni dolorose, paura, senso di abbandono, di solitudine. C'era un gran silenzio, conoscevo poco il posto, non avevo punti di riferimento. Qualche frusciare di erba o ali era solo una vaga ipotesi di vita intorno a me che non potevo meglio identificare. Mentre cercavo di resistere a quel senso di perdita sforzandomi di non togliere la benda, ho sentito un movimento lieve di aria e, subito dopo, mettendo la giusta pressione, né troppo poca né troppa, Titano ha appoggiato il suo enorme muso sul mio petto, mentre le lunghe orecchie mi circondavano le guance. È arrivato e, cosa ancor più grande, è rimasto. Era lì per dirmi non disperare. Era il Grande Padre, il conforto. E stava lì, vero conoscitore del tempo, mentre io ancora non avevo imparato a non perderlo mai più. Il tempo, intendo; e anche l'Asino.

 

Roberto Fantini

(da Free Lance International Press, 9 dicembre 2014)

 

 

Alessandra Giordano, Cadorna non è una fermata. Momenti Metropolitani
Viennepierre, 2009, pagg. 144, € 20,00

 

 

 

Roberto Fantini (dal suo Blog). Ho 60 anni, insegno con grande piacere Filosofia e Storia al Liceo Classico e mi occupo da qualche decennio, come volontario, di Educazione ai diritti umani all’interno di Amnesty International. Proprio per questa associazione, ho preso parte a molti interventi pubblici e corsi di formazione per docenti, nonché curato le seguenti pubblicazioni: Pena di morte: parliamone in classe (EGA Editore, Torino 2006); Liberarsi dalla paura. Tutela dei diritti umani e “guerra al terrore” (EGA Editore, Torino 2007); in collaborazione con Antonio Marchesi, Una giornata particolare (ed. Sinnos, settembre 2010). Ma, senza alcun dubbio, l’opera che più mi rappresenta e che maggiormente esprime la globalità del mio pensiero è il saggio La Morte spiegata ai miei figli (ed. Sensibili alle foglie, aprile 2010). Nel marzo 2012 è apparso, con il patrocinio di Amnesty International, un mio nuovo lavoro, Il cielo dentro di noi: conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c'è e su quello che verrà), ed. Graphe.it. Nel maggio 2013, sempre con Graphe.it, ho pubblicato un mio lavoro poetico-filosofico imperniato sulla figura di Ulisse (da me opportunamente rivisitata), dal titolo: Odisseo e le onde dell'anima. Da un po’ di tempo, poi, curo, sul sito della Free Lance International Press, la rubrica Human Rights. Dal 2004, ho intrapreso un interessante (e molto divertente) percorso di sperimentazione pittorica, esponendo i miei lavori in numerose mostre personali e collettive, il cui ricavato è stato donato ad Emergency e ad Amnesty International.


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