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Giuseppina Rando. La paura
(foto P. Garofalo)
(foto P. Garofalo) 
22 Giugno 2014
 

Rannicchiata nel letto, la donna suda per lo sgomento: la febbre divora il corpo del bimbo il cui volto diventa sempre più spento.

Il padre nella stanza accanto è divorato dal male dell’io, corroso dall’oro, dal denaro e dalla passione di voler piegare tutto e tutti alla propria volontà, al proprio demone.

Un moto incessante d’odio lo avvolge, per il figlio malato, per la moglie che vuole curarlo.

Non dice una parola, estraneo a tutto ciò che accade attorno, lontano all’amore che la donna vorrebbe offrirgli.

Vortici di sentimenti, incapaci di trasformarsi in presenze costruttive, s’aggirano sotto le architravi di silenzio che sorreggono la dimora.

 

Per notti e notti la donna sta chinata sul letto, il suo corpo mezzo vivo abbraccia il corpo del figlio mezzo morto , s’intrecciano le loro ossa fragili sì da formare un’unica massa vivente.

La notte non ha fine e l’uomo è sempre là, con lo sguardo di pietra ,il cuore avvelenato.

S’alza lentamente la donna, s’affaccia alla finestra: è buio fitto. Neanche una stella in cielo. La casa è isolata e la farmacia lontana.

 

È naturale vivere con la morte, ma non è naturale lasciare che il marito/padre, dalla stanza accanto, con gli occhi di pietra e il riso di Satana, ti rubi il figlio.

Le pareti della stanza crollano sulle membra tremanti della madre, la risucchiano; cerca il figlio, non lo trova. Gli ossicini del bimbo frantumati dalla febbre e dal disamore del genitore rientrano nel ventre materno.

In quel teatro di prigione però le ombre acquistano colore in quadri di speranza.

 

I resti delle due creature avanzano con i giorni, corrono con le ore.

Anni e anni di lotta danno alla donna la coscienza che niente più può fermare il viaggio verso i sogni che hanno riempito sempre la sua vita.

Il desiderio di smarrirsi nell’ideale cade morbido sul suo fragile corpo come veste di seta e la spinge ad andare.

 

Il cammino è avvolto dalla notte, ma lei procede con sicurezza.

All’improvviso i suoi passi vengono interrotti da una barriera: un mare immenso invalicabile le è davanti.

All’angoscia del limite se ne aggiunge un’altra: una marea di uomini a cavallo la circonda da ogni parte.

È l’esercito dell’uomo dallo sguardo di pietra e dalla risata satanica dell’odio annientatore.

Davanti il mare, dietro Satana che incalza, ai lati il deserto, invivibile.

La notte rende ancora il mare più minaccioso, un manto fluido fatto di notte che fa riemergere paure lontane: il terrore dello sguardo di pietra, il terrore dell’uomo che non conosce l’amore.

 

Un intreccio magico di raggi, prima gialli, poi verdi, poi fosforescenti si staccano dal nero cielo, s’avvicinano sempre più, prendono la forma di un veliero sottile.

La donna fissa la piccola imbarcazione a lungo e, come per incantesimo, si trova davanti la casa di un tempo, quando era solo una bambina.

Là si rifugia: è la navicella dei sogni.

Un soffio di vento la solleva e la spinge verso l’inaccessibile ignoto.

È leggera, sfida la corrente, vola sulle onde. Cielo e mare negli occhi della donna protesa verso l’orizzonte, tra le sue braccia torna il figlio emaciato, ma sorridente.

 

Veleggia sui sogni la donna.

Finalmente approda nel porto di una città tranquilla.

Il figlio, cresciuto, vuol mettere i piedi a terra, insieme vagano per le strade e i mercati. Osservano le vetrine di negozi mai visti: frutta, ortaggi, vestiti, gioielli, vasi: è tutto un luccichio di colori.

Madre e figlio si perdono nelle cose, vogliono assorbire con gli occhi tutto l’odore, il sapore, il colore del mondo. Il figlio ammira, annusa, tocca tutto ciò che può.

A volte le sue mani restano per lunghi minuti ad accarezzare la superficie lucida di una brocca di rame o quella rugosa di un’arancia. La madre lo lascia fare.

Intorno tanto rumore e movimento di gente.

 

Tra la gente la donna scorge un uomo che la fissa con lo sguardo di pietra, sono gli occhi del nemico, padre del bimbo inghiottito già una volta dal deserto e dall’odio.

Si sente penetrata dallo sguardo del disprezzo gelido e le sue membra s’irrigidiscono, diventano come pietre. È il nemico che torna.

Il terrore invade la donna che afferra il figlio e insieme corrono verso il porto.

 

“Ci sarà un’altra terra a cui arrivare?” chiede il ragazzo alla madre tremante, seduta sulla panchina del porto. Oscuro silenzio.

Scende ancora il buio a sovrastare ogni cosa. La paura dell’uomo dallo sguardo di pietra paralizza madre e figlio, in perfetta simbiosi.

Mente e arti bloccati.

Ormai andare avanti o tornare indietro è la stessa cosa per lei.

 

È la paura a distruggere più dell’uomo dagli occhi di pietra, più dell’uomo che odia è la paura a distruggere.

È la paura il nemico più pericoloso, è lei la morte, prima ancora della morte.

Sulla panchina del porto resta seduta la donna, si trasforma in statua di pietra, sul volto è scolpita la paura.

Nella paura annegano i sogni, nella paura si spegne la vita.

 

Giuseppina Rando


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