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Yoani Sánchez. Chi teme i libri?
23 Settembre 2008
 

Dal blog Generación Y

22 settembre 2008

 

 

¿Quiénes le temen

a los libros?

Noche de sábado y acumulo bostezos frente a un aburrido thriller de policías y delincuentes. Suena el teléfono y es Adolfo, todavía tras las rejas desde que una pataleta del poder lo condenara en la Primavera Negra del 2003. Se le oye agitado. Unos carceleros, cuasi-analfabetos, le impiden recibir los libros y revistas que le llevó su esposa en la última visita. La lista de los “peligrosos” textos retenidos incluye las publicaciones católicas Palabra Nueva, Espacio Laical y unas reflexiones espirituales de San Agustín. Sus compañeros de causa, Pedro Argüelles Morán y Antonio Ramón Díaz Sánchez, se le han unido para presionar de la única forma que pueden: rechazar el magro sustento que ponen sobre sus bandejas. Hasta que no les dejen pasar el alimento de las letras, evitarán la insípida ración que los mantiene vivos.

La desconfianza que provocan los libros entre los guardianes de la prisión de Canaleta me ha recordado al colombiano Jorge Zalamea y su poema-novelado “El Gran Burundún Burundá ha muerto”. Un dictador, temeroso del lenguaje articulado, condena a sus súbditos a un mundo sin comunicación y sin literatura. Para hacer que se cumpla su mandato de silencio, recluta a todos aquellos a quienes ofende la palabra. Convoca, para formar sus huestes de censores, a “los incapaces de fervor, a los que carecen de imaginación, a los que jamás se hablaron a sí mismos, (…) a los que pegan a las bestias y a los niños cuando no entienden sus miradas…”.

Los peones que hoy retienen los libros de Adolfo forman parte de esas mismas falanges de interventores iletrados. Carceleros de la expresión, intuyen –tal y como lo comprendiera el Gran Burundún- que la condición humana y “la rebeldía que la sigue, tienen su fundación en la palabra articulada”. Sospechan que cuando Adolfo, Pedro y Antonio se sumergen en un ensayo o en un cuento los barrotes se esfuman, la cárcel se aleja y logran sacudirse sus enormes condenas. La “instrucción” recibida por los guardianes de las cárceles cubanas les alcanza para saber que un libro es algo extremadamente peligroso.

 

Yoani Sánchez

 

 

Chi teme i libri?

Notte di sabato e accumulo sbadigli davanti a un noioso thriller di poliziotti e delinquenti. Suona il telefono ed è Adolfo, ancora dietro le sbarre dopo un attacco isterico del potere che l’ha condannato durante la Primavera Nera del 2003. Lo sento agitato. Alcuni carcerieri, semianalfabeti, gli impediscono di ricevere libri e riviste che ha portato sua moglie durante l’ultima visita. La lista dei pericolosi testi trattenuti comprende le pubblicazioni cattoliche Parola Nuova, Spazio Laico e alcune riflessioni spirituali di Sant’Agostino. I suoi compagni di causa, Pedro Argüelles Morán e Antonio Ramón Díaz Sánchez, si sono messi insieme per fare pressione nel solo modo concesso: rifiutare il magro sostentamento che mettono nei loro vassoi. Fino a quando non lasceranno passare l’alimento letterario, eviteranno l’insipida razione che li mantiene vivi.

La diffidenza che provocano i libri tra i secondini della prigione di Canaleta mi ha ricordato il colombiano Jorge Zalameta e il suo poema - romanzesco Il Gran Burundún Burundá è morto. Un dittatore, timoroso del linguaggio articolato, condanna i suoi sudditi a un mondo senza comunicazione e senza letteratura. Per far sì che si compia il suo ordine di silenzio, recluta tutti coloro che sono infastiditi dalla parola. Convoca, per formare le sue squadracce di censori, gli «incapaci di ardore, i carenti di immaginazione, quelli che non hanno mai parlato a loro stessi, (…) coloro che sono simili alle bestie e ai bambini quando non comprendono i loro sguardi…».

I servi che oggi trattengono i libri di Adolfo fanno parte di quelle stesse falangi di controllori illetterati. Carcerieri della espressione, intuiscono - così come lo comprendeva il Gran Burundún - che la condizione umana e «la disubbidienza che la segue, si fondano sulla parola articolata». Sospettano che quando Adolfo, Pedro e Antonio si tuffano in un saggio o in un racconto le sbarre scompaiono, il carcere si allontana e riescono a scrollarsi di dosso le loro enormi condanne. L’istruzione ricevuta dai secondini delle carceri cubane basta loro per comprendere che un libro è qualcosa di tremendamente pericoloso.

 

Traduzione di Gordiano Lupi


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