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Cuba dopo Castro
29 Dicembre 2006
 
José Hugo Fernández, giornalista indipendente cubano, scrive: «I cubani sono abituati a non godere di nessun diritto. In questo momento non possono neppure avere notizie sullo stato di salute del loro dittatore». C’è chi dice che Fidel non si fa vedere in pubblico perché non ha più capelli in testa e ha la barba rada. Altri affermano che gli manca la voce, altri ancora sostengono che è in coma irreversibile o che è malato di cancro allo stadio terminale. I più fantasiosi raccontano che sarebbe morto da tempo e gli esponenti del regime attenderebbero il momento propizio per dare la notizia. Di fatto nessuno conosce la verità e allora i cubani danno libero sfogo alla fantasia. José Luis Garcia Sabrido – il medico che ha operato Fidel Castro all’intestino – afferma che il Comandante si sta riprendendo e presto potrebbe tornare a svolgere attività di governo. «Non ha una neoplasia allo stato terminale, come si sente dire da qualche commentatore statunitense» ha concluso. Garcia Sabrido non è il massimo della attendibilità perché sono note le sue simpatie castriste, così come non sono degni di fede i giornalisti statunitensi che attendono come avvoltoi la data della morte. 
In questo clima di incertezza i maggiori esponenti politici cubani non parlano di successione e si limitano ad attendere. Raúl Castro è l’erede designato, ma ha settantacinque anni, e non credo possa essere l’uomo capace di traghettare Cuba verso il futuro. Restano personaggi come Carlos Lage, Felipe Pérez Roque e Ricardo Alarcón, che rappresentano quanto di meglio è capace di produrre il Partito Comunista Cubano.
«Fidel è insostituibile. Possiamo portare avanti il suo insegnamento soltanto restando uniti, ciascuno rivestendo il ruolo che gli compete. Il posto di Fidel può essere preso solo dal Partito Comunista Cubano», ha detto Raúl davanti a migliaia di giovani. Raúl ha approfittato dell’occasione per aggiungere che è arrivato il momento di cedere il passo alle nuove generazioni. Non è un caso, allora, se il congresso del Partito Comunista Cubano ha riesumato nel mese di luglio (mentre operavano Fidel) la Segreteria del Comitato Centrale, organo di governo soppresso nel 1991. La Segreteria comprende dodici membri: i fratelli Castro, un paio di vecchi ideologi del regime e otto persone sotto i cinquant’anni, la seconda e terza generazione della Rivoluzione. Alla morte di Fidel Castro il potere potrebbe passare nelle mani della Segreteria del Comitato Centrale. Per questo motivo sia Perez Roque che Carlos Lage dicono che a Cuba non ci sarà successione ma continuità. Al potere carismatico di quello che è stato un grande protagonista del ventesimo secolo si sostituirebbe il potere della burocrazia. Se le cose stanno davvero così non si prospetta un bel futuro per l’isola caraibica.
A mio parere Fidel Castro, così come hanno fatto i grandi dittatori della storia, eserciterà il potere fino all’ultimo respiro. In questo momento il fratello Raúl è un uomo nelle sue mani, un semplice esecutore della sua volontà che si limita ad ascoltare ed eseguire. Raúl non è capace di esprimere una volontà propria, come non lo ha mai fatto in passato quando la sua opinione era diversa da quella del fratello. Quando Raúl dice che Fidel è insostituibile e che il governo del futuro sarà collegiale, parla perché sa che il fratello lo ascolta. Raúl si comporta ancora da numero due senza personalità propria ed è in virtù di questo atteggiamento che si è mantenuto per tanti anni al governo. Non è un caso se tutti gli altri eroi della Rivoluzione che avevano una personalità spiccata e delle opinioni personali sono stati eliminati, in un modo o nell’altro, da Fidel Castro. Per questo sono convinto che Raúl resta un enigma totale che sarà possibile sciogliere solo dopo la morte dell’ingombrante fratello. Non conosciamo il potenziale politico di un uomo che è sempre vissuto all’ombra di Fidel ed è presto per dire se si muoverà all’interno del solco tracciato o se darà vita a una perestroika cubana verso la democrazia. Le cose da fare sarebbero molte per dare inizio a un effettivo processo di cambiamento, ma alcuni punti sono davvero imprescindibili. Permettere il lavoro por cuenta propria e porre fine alla persecuzione di ogni tipo di iniziativa privata. Mettere al Ministero degli Esteri una persona che rappresenti davvero il paese. Destituire i dirigenti più odiati dal popolo come Juan Escalona e Ricardo Alarcón. Riabilitare persone valide ma cadute in disgrazia sotto Fidel Castro come Carlos Aldana e Humberto Perez. Permettere l’uscita dal paese a tutti coloro che sono obbligati a rimanervi come prigionieri (insegnanti, medici, persone che il regime non vuole far uscire). Abolire il permesso di uscita (la famigerata tarjeta blanca) che limita la libertà di circolazione. Eliminare il permesso di entrata per i cittadini residenti all’estero, che vieta la possibilità di rientrare in patria ai cubani invisi al regime. Rimpiazzare i funzionari incompetenti con tecnici efficienti. Mettere da parte figure storiche incapaci di governare come Almeida, Guillermo García, Machado Ventura, Ramiro Valdés… veri fantasmi del passato. Abbandonare i Comitati di Difesa della Rivoluzione, la Federazione delle Donne Cubane e le Brigate di Risposta Rapida. Liberare i prigionieri politici e di coscienza. Tollerare i dissidenti, permettere un libero scambio di opinioni e un’effettiva libertà di stampa. Lavorare in modo concreto per realizzare un’economia indipendente che risolva i problemi di undici milioni di cittadini cubani. Trattare con gli Stati Uniti la fine dell’embargo.
In poche parole si tratta di portare libertà politica, iniziativa economica privata e diritti civili in un paese che non ha mai conosciuto niente di tutto questo. Mi pare un programma complesso per un uomo di settantacinque anni dotato di scarsa personalità e pochissimo ascendente nei confronti del popolo.
Non è possibile avere certezze sul futuro di Cuba. Di sicuro è eccessiva la fiducia ottimistica in una rapida perestroika cubana, così come sono troppo cupi gli scenari dipinti da qualche commentatore che vede un futuro di violenze e guerra civile. Per il momento è importante continuare a denunciare le cose che non vanno e le limitazioni ai diritti umani. Per esempio è notizia di questi giorni – e in Italia nessuno lo dice – che Reporter senza frontiere assegnerà al giornalista Guillermo Fariñas il Premio Ciberdissidente in prigione. Fariñas è un prigioniero politico che lotta con le armi non violente dello sciopero della fame e cerca di ottenere il libero accesso a internet per i cubani. La sua salute è cagionevole e nei mesi scorsi ha rischiato di morire per attirare su di sé l’attenzione internazionale. In Italia se n’è parlato poco e male. In compenso si preferisce dar credito alla novella raccontata ad arte sul fatto che Reporter senza frontiere sarebbe nel libro paga della Cia. Tutti coloro che si sforzano di far sapere le cose che non funzionano a Cuba prima o poi si trovano cucita addosso questa accusa infamante. Per fortuna che il pubblico legge e si informa e non crede più a una vecchia e monocorde campana che da anni suona sempre la stessa nota.
 
Gordiano Lupi
 
 

25/03/2007 – A commento delle considerazioni di Lupi viene inviato nei commenti, col taglia-incolla, l’articolo di Fabrizio Casari “Cuba, il business del dissenso” (!), pubblicato in Altrenotizie, 29/12/2006. Per non appesantire il nostro giornale e perché si possa avere un’idea del contesto, inseriamo qui il link per chi fosse interessato.


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