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Miriam Celaya. Noi, i dissidenti
Le
Le 'Dame in Bianco' in una delle loro marce sulla 5ª Avenida (foto Orlando Luis) 
15 Luglio 2010
 

Non voglio affibbiare a nessuno aggettivi che non desideri. In genere io stessa sono sempre stata abbastanza indulgente nell’accettare etichette, soprattutto qui dove la “tassonomia” sociale ufficiale è tanto prodiga in definizioni equivoche che trasformano un oppositore politico in un traditore della patria, un individuo che esprime con libertà le proprie idee in un salariato del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti o blogger alternativi che praticano ciò che viene definito giornalismo cittadino in “ciberterroristi”. Tutti, senza eccezioni, veniamo collocati all’interno di un grande sacco con un cartello temibile: “dissidenti”, il che ci converte automaticamente in “spregevoli mercenari al servizio dell’impero”. I cubani comuni e usuali che si incrociano durante il girovagare quotidiano, o i propri vicini che salutano quando ci si incontra nelle scale dell’edificio nel quale conviviamo, hanno finito per assumere nella loro mente che noi, che portiamo sulle nostre spalle e nei nostri visi l’epiteto di “dissidenti”, siamo una sorta di appestati contagiosi, come la dama della lettera scarlatta, come gli ebrei con la loro stella gialla durante la Germania nazista o i lebbrosi obbligati ad usare dei campanelli durante il medioevo.

Ciò di cui vi parlo è una premessa necessaria. Ci crediate o meno, nel mio quartiere vive una coppia di anziani tanto ingenui e franchi da mostrarsi offesi quando qualcuno li ha avvertiti di fare attenzione perché io sono una dissidente. Hanno protestato: “Non parli in questo modo di lei, è una brava persona e quella è una famiglia molto educata e decorosa”. Io e quei simpatici vecchietti ci incontriamo spesso al negozio, in macelleria o al mercato ortofrutticolo, conoscono perfettamente le mie opinioni politiche (che non gli ho mai nascosto e con le quali certamente simpatizzano), senza dubbio, non permettono che mi si “insulti” con l’odioso nomignolo di dissidente. Io sinceramente, non posso essere “ciò”.

Altro esempio non meno simpatico è quello di un signore di età avanzata, uno di quelli che mi serve come fonte di informazione su ciò che accade nel quartiere e che persino mi illumina con i suoi abili commenti, al quale in un’occasione ho spiegato che mi dedico al giornalismo cittadino e che ciò che scrivo può essere letto solo su internet. “Ah! Sei una giornalista!” Gli risposi che ero qualcosa di simile. “E ti azzardi a scrivere le cose di cui parliamo forti come sono?” Gli risposi di sì e aggiunsi che – come lui sicuramente già sapeva – sono una dissidente. “Questo no! Tu non sei a favore del governo e critichi tutte le cose che non vanno bene, che sono tante, però i dissidenti sono coloro che vogliono che ci invadano gli americani”. Mi diedi per vinta: con i suoi settant’anni e più e il suo basso livello di istruzione, lui probabilmente capirebbe prima come si gestisce un blog che il veritiero concetto di ciò che è un dissidente. Così tanto è demonizzato il termine.

Di conseguenza uso sempre quella parola disposta ad ascoltare una replica, incluso quando la applico ad una disobbediente civile come me. Alcune persone diventano suscettibili, forse perché conoscono il potere delle parole. E per questo che qui ed ora chiedo il permesso a tutti coloro che dissentono rispetto al governo, ai prigionieri politici, a coloro che diffondono verità sulla dittatura cubana, a coloro che lottano pacificamente per promuovere il cambiamento verso la democrazia a Cuba, ai giornalisti indipendenti, ai blogger e a tutte le organizzazioni civiche non affiliate al governo, per riferirmi a quel grande gruppo col nome di DISSIDENTI. Assumo che tutti in quel vario gruppo abbiamo in comune la chiara coscienza della necessità di cambiamento nel nostro paese, la volontà di fare e dire ciò che consideriamo necessario per promuovere quei cambiamenti attraverso mezzi pacifici, lo spirito della democrazia e della libertà e la speranza di un futuro migliore per tutti i cubani, tra gli altri principi. Ci unisce anche il rischio che tutto ciò si insinua in un paese dove una lunga dittatura di mezzo secolo detiene il potere assoluto e comincia a comprendere che quel potere non è eterno.

Abituati a vedere nel governo il nemico astuto e potente, forse non ci siamo resi conto di quanto siamo cresciuti negli ultimi anni. Ogni volta siamo sempre di più, cubani che all’interno dell’isola facciamo sentire la nostra voce. Ogni volta compaiono più gruppi che si oppongono alla dittatura. Si sta sgretolando il guscio della paura, perciò bisogna aspettarsi che le autorità stringano sempre di più il bullone e reprimano con maggior forza. Al di la del fatto che già si avvistano segnali della futura fine del regime, sarebbe prematuro e precipitoso definire un termine; c’è ancora molta strada da fare per trovare consenso, un destino comune, però ho l’impressione che da un po’ di tempo i dissidenti abbiano iniziato ad abbandonare la belligeranza e, rispettando le reciproche differenze, abbiamo iniziato a solidarizzare gli uni con gli altri. È un primo passo e un segno di salute.

Vorrei quindi ringraziare oggi, pubblicamente, tutti i dissidenti ragionevoli per la fine delle ostilità. Non si tratta della presunta “unità” che si basa solo sul firmare proposte di volta in volta. La morte di Orlando Zapata, il sacrificio di Guillermo Fariñas e la costanza de Las Damas de Blanco hanno avuto il potere di convocazione che le arene politiche o i programmi di uno o dell’altro leader prima non sono riusciti ad ottenere. Curiosamente questa volta quasi nessuno reclama protagonismi e quasi tutti stiamo spingendo nella stessa direzione e con le stesse forze … Voto perché tanta umiltà si mantenga. Tutto ciò indica che nella pluralità, nella solarità e nel rispetto delle differenze sulla base del civismo si trovano i germi veritieri della forza della dissidenza.

 

Miriam Celaya

(da sin EVAsión, 22 giugno 2010)

Traduzione di Francesca Desogus

desogus.francesca@tiscali.it


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