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Maria Lanciotti. Bignamino di una cronaca non ancora storicizzata – 6
09 Ottobre 2014
 

Troppi fatti accadono, evanescenti e oscuri. Non si ha il tempo di metterli a fuoco, di rifletterli e memorizzarli. Buco, con qualche sprazzo dove passaggi particolarmente traumatici lasciano il segno.

 

 

Strisciata sugli anni ’80

“Anni di piombo”, così fu denominato quel periodo storico compreso tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta, riprendendo il titolo del film omonimo, uscito nel 1981, ispirato alla vicenda di due sorelle impegnate in politica su fronti avversi e dei membri di un gruppo terroristico trovati morti in una prigione tedesca di sicurezza nel ’77.

Reduci da un decennio infausto che si portava dietro uno strascico pesante di diffidenza, dubbi e timori, gli italiani cercavano di tenersi su con l’aiuto delle fabbriche dei sogni, utili a sviare l'attenzione dalle faccende grosse e serie.

La tv commerciale gioca il suo forte ruolo istruendo la società del “tutto e subito” con una pubblicità martellante e prosegue spedita la trasformazione di un popolo. La vecchiaia è una malattia sconfitta – diceva la tv – e la giovinezza uno stato perenne da coltivare con impegno. La vita non è un calvario da scalare – diceva la tv – ma l'occasione per mordere la mela. Inutile prendersela – suggeriva la tv – meglio divertirsi finché si è in tempo, come insegnavano i canti carnascialeschi ai tempi di Lorenzo il Magnifico. E tra la febbre dello shopping e quella del sabato sera, prese campo uno stato alterato che sembrava dare la carica e allontanava fastidiosi pensieri.

 

 

Vucumprà

I vucumprà apparvero sulle nostre spiagge e in breve si sparsero ovunque. Facevano colore, ci portavano in casa quel tocco d’esotico che incuriosiva e affascinava, gentili e sempre col sorriso sulle labbra e quella domanda insistente: «Vucumprà?», e all’inizio si comprava di tutto come già era avvenuto con le cineserie che avevano invaso il nostro mercato negli anni ’60. Ma presto infastiditi da tanta offerta, senza più voglia di rovistare nei grossi fagotti per trovare chissà quale articolo eclatante, si prese ad evitare i vucumprà, che diventavano sempre più numerosi e assillanti.

I semafori furono presi d’assalto dai lavavetri, e i parabrezza delle nostre auto erano sempre scintillanti per sole cento lire e un mezzo sorriso. Ma la cosa divenne insostenibile quando a ogni semaforo si ripeteva il lavaggio indesiderato, e le monete spesso venivano lanciate e prese al volo senza una parola.

Arrivarono, a ondate successive, extracomunitari di varie nazionalità, e l’accoglienza iniziale si fece tiepida di fronte all’invasione massiccia che cominciava a far temere qualcosa di non facilmente traducibile: noi italiani brava gente, cordiali e ospitali per natura e per cultura, pur convinti nel profondo del valore della diversità, non sapevamo in realtà come affrontare al meglio il problema dell’integrazione.

 

 

Il malessere del finto benessere

Sorsero ovunque ristoranti con cucina etnica – molto apprezzata la cucina cinese – e si fecero grandi esperienze culinarie per accostarsi anche con i sapori alle altre culture, ma senza abbandonare i ristoranti nostrani, insuperabili.

Mangiare fuori era d’obbligo almeno per il fine settimana, si era ancora convinti di aver raggiunto il benessere una volta per tutte, identificandolo coi lussi materiali primo fra tutti il buon cibo.

La grande abbuffata, il film del ‘73 di Marco Ferreri, che si scaglia contro la civiltà dei consumi con la storia truce di quattro uomini che, stanchi della noia di vivere, decidono di suicidarsi mangiando fino a scoppiare («Mangia! Se tu non mangi, non muori») procurò più disgusto che motivo di riflessione sul pericolo di certi eccessi.

Eppure i sintomi di un malessere generalizzato erano già chiaramente avvertibili e sotto inchiesta. Si comincia a sentir parlare di anoressia e bulimia nervosa, dell’influenza negativa che i modelli proposti dalla televisione esercitano sui giovani, con le ragazze sempre a dieta, magre e diafane, che vorrebbero tutte sfilare in passerella, e i ragazzi palestrati, emuli dei divi forzuti che riempiono schermi cinematografici e televisivi.

 

 

Attentato al Papa

Ogni tanto qualche notizia straordinaria s’inserisce nel solito andazzo, richiamando un’attenzione che sembra latitante.

Il 13 maggio 1981 attentato al Papa in piazza San Pietro: a sparare due colpi d’arma da fuoco il turco Alì Agca, musulmano legato ai Lupi Grigi. La prima pallottola spezza l’indice della mano sinistra del Pontefice e gli penetra nel ventre, mentre la seconda lo prende di striscio al gomito e rimbalzando va a ferire due pellegrine americane. Per il colpo deviato si grida al miracolo per intercessione della Madonna di Fatima, di cui il Papa è devoto.

Prontamente ricoverato al Policlinico “Gemelli”, Giovanni Paolo II subisce un lungo intervento chirurgico, e mentre si aspetta il bollettino medico trasmesso dai vari notiziari si pensa con sgomento che nemmeno Lui, il Vicario di Cristo, viene risparmiato dalla violenza dei tempi.

 

 

Tragedia in diretta

Ma ecco che l'attenzione si sposta su un altro grave episodio, che ci tocca nel profondo.

Il 10 giugno Alfredino Rampi, di sei anni, cade in un pozzo artesiano a Vermicino, nei pressi di Frascati (RM), e vi resta imprigionato. Da quel momento si entra in un incubo, dove tutto va a rilento e la voce del bambino sembra che parta direttamente dalle nostre viscere.

Arrivano i soccorsi da tutte le parti del mondo, ma i tentativi falliscono uno dopo l’altro. Intanto si raduna sul luogo della disgrazia una folla di curiosi e venditori ambulanti con i carrettini carichi di panini e bibite, e mentre ci si ristora si continua a studiare la situazione, che appare sempre più disperata.

A turno si calano nel pozzo – un cunicolo largo trenta centimetri e profondo ottanta metri – volontari, speleologi e perfino un nano e un contorsionista. Arrivano sul posto personaggi di rilievo che intralciano le operazioni con la loro presenza ingombrante, le telecamere s’incrociano, i cronisti si sgolano.

Nelle case il televisore resta acceso giorno e notte, e quella parola “mamma” che giunge da un microfono calato in profondità diventa un’invocazione sempre più debole e penetrante mentre tutto il resto sparisce.

Poi l’annuncio che raggela il sangue: il bambino non si muove più, ha cessato di respirare a sessanta metri di profondità. Alfredino muore sotto i riflettori dopo sessanta ore di reality show trasmesso a reti unificate, che ha tenuto incollati alla tv milioni d’italiani.

Finito lo spettacolo, seppure molto provati, si cambia canale e si torna a parlare dell’attentato al Papa, dello scandalo della Loggia P2 e di Licio Gelli, della banda Vallanzasca e della banda della Magliana, delle Brigate Rosse e di Ordine Nero, del narcotraffico e di Cosa Nostra, delle imminenti nozze di Carlo D’Inghilterra e Lady Diana, che saranno trasmesse in mondovisione.

 

 

Comiso

Salta alla ribalta l’aeroporto militare di Comiso in provincia di Ragusa, designato dal Governo Spadolini, nell’agosto del 1981, come Base militare NAT0. Partono per quella direzione una gran mole d’investimenti per la realizzazione delle infrastrutture, progettate anche per lo stoccaggio di testate nucleari. L’installazione degli euromissili viene approvata definitivamente dal Parlamento Italiano sotto il Governo Craxi, il 16 novembre 1983, e con i suoi 112 missili Cruise, Comiso sarà una delle principali Basi della NATO nel sud Europa durante la guerra fredda.

Contro “la corsa al riarmo” si organizzano manifestazioni di massa, sorgono centinaia di Comitati per la Pace coordinati su base nazionale, e Comiso, scelta come base strategica del piano di militarizzazione nel Mediterraneo, presieduta da migliaia di soldati americani, diventa ben presto una delle capitali del pacifismo e punto di confluenza di decine di migliaia di manifestanti provenienti da tutta Italia e da vari Paesi europei.

In prima fila i figli degli anni ’60, che non hanno rinunciato a credere alla possibilità di poter cambiare qualcosa, se non il mondo intero.

 

 

Dio c'è

Una scritta di due parole a grandi caratteri si ritrova in tutti i percorsi lungo la penisola: Dio c’è. Scritto sui muri, sulle rocce, sui cartelli stradali, sui bidoni della spazzatura, sull’asfalto, sui tronchi degli alberi, Dio c’è sembra una freccia di direzione per un percorso mistico che incuriosisce tutti.

Ma chi sarà questo pazzo che corre da un capo all’altro dell'Italia per tracciare un itinerario salvifico, muovendosi come un angelo o un pipistrello gigante che riesce ad arrivare dappertutto? E si arriva a pensare a un moderno evangelista armato di vernice e pennello. Poi arriva come una soffiatina malevola il dubbio che la scritta Dio c’è porti agli stupefacenti e non alla salvezza eterna. E spaventa il pensiero che nessun angolo del nostro Paese resti fuori dal giro del consumo e dello spaccio di droga, esteso come un’immensa, vischiosa ragnatela.

Altri tipi di segnali s’incontrano sempre più ravvicinati lungo tutte le strade, impressionanti e dolorosi. Croci e mazzi di fiori stanno a ricordare ai bordi delle carreggiate gli innumerevoli incidenti d’auto in cui qualcuno ci ha rimesso la vita. Sono per lo più giovani, che si vedono apparire sorridenti dalle foto sulle lapidi che la famiglia erige sul luogo della disgrazia, addobbato come un piccolo santuario: un monito di facile presa, presto rimosso.

 

 

Italia!

L’Italia vince i Mondiali di Spagna, è delirio. Un carosello di macchine attorno alle piazze di paesi e città, con i tifosi a grappoli penzolanti dal tettuccio delle cinquecento, strombazzanti fino all’alba con le bandiere al vento, riportano per un momento un senso di festa vera, di festa condivisa. Nando Martellini che grida per tre volte «Campioni del mondo!», l’urlo di Tardelli, la Coppa del Mondo che passa dalle mani del re di Spagna a quelle di Zoff, il presidente Pertini che dopo il nostro terzo gol si lascia scappare quella frase esultante che diventa di tutti: «Non ci prendono più!», sono momenti che cancellano anni di confusione e di abbattimento e ci fanno credere ancora nella compattezza nazionale, nella forza di risalita che contraddistingue noi italiani, sempre pronti a lottare per un domani sognato, da inventarsi ogni volta per riprendere quota.

Questo a luglio, ma di lì a poco il piombo riprende il posto dell’oro.

 

 

Guerra di mafia

Il 3 settembre 1982 il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. «Qui è morta la speranza dei siciliani onesti», si legge sul cartello che un anonimo cittadino ha lasciato attaccato al muro, come un epitaffio.

La guerra tra “famiglie” divampa. I capi si stanno ammazzando tra loro per accaparrarsi un dominio sempre più vasto e incontrastato sulle province siciliane e non badano a spese in termini di vite umane. La lupara bianca non permette di fare calcoli precisi, ma la strage mafiosa fa almeno mille morti. Saltano le regole di Cosa Nostra e subentra la dittatura dei corleonesi di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, fondata sul terrore sia all’interno dell’organizzazione che nei confronti della società e dello Stato. L’intreccio di mafia e politica appare tanto evidente quanto inestricabile. «I mafiosi sono ai vertici della Nazione», viene apertamente denunciato. «Ai funerali di Stato gli assassini sono sul palco delle autorità».

 

 

Arresti eccellenti

La corruzione dilaga, omertà e immunità coprono ampiamente gli “intoccabili”, mentre come in un tiro al piattello si cerca di colpire bersagli non “protetti”.

Perquisizioni, indagini e arresti, riempiono ogni giorno le pagine dei giornali. Tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 vengono coinvolti nelle continue retate anche personaggi di primo piano nella vita pubblica.

Il Manifesto del 24 novembre 1977 titolava su sei colonne: “Un accademico a Regina Coeli racconta se stesso, in un messaggio di ringraziamento, incitamento, speranza”. In un lungo articolo, Bruno de Finetti, accademico linceo, matematico, statistico, economista e filosofo della scienza di fama internazionale, narrava la vicenda del suo arresto, ordinato dal giudice Alibrandi, avvenuto il 18 novembre assieme a quello di altre 88 persone accusate di associazione a delinquere, attività sediziosa, istigazione verso i militari a disobbedire alle leggi. Avvertito del mandato di cattura, de Finetti volle provocatoriamente farsi arrestare all’Accademia Nazionale dei Lincei, alla fine dell’adunanza inaugurale del nuovo anno accademico, assieme ai giovani radicali Giancarlo Cancellieri e Walter Vecellio. Lo scienziato, ben noto per i suoi molteplici interessi scientifici e culturali, nonché per il suo impegno sociale, era stato posto sotto accusa per avere appoggiato apertamente, come direttore di Notizie Radicali, la causa dell'obiezione di coscienza. L'arresto durò soltanto un'ora, ma la sua notizia, data anche al telegiornale RAI, fece il giro del mondo destando ovunque scalpore e solidarietà.

L’arresto di Enzo Tortora, nel febbraio del 1983, con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo mafioso, lascia tutti esterrefatti e poco convinti. Ma Tortora finisce in carcere e il dubbio sulla sua colpevolezza si fa strada. Ad accusarlo sono alcuni “pentiti” della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo: Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra – quest’ultimo detto il “Boia delle carceri” per la bestialità con cui uccide i carcerati su commissione – schedati come delinquenti e pluriassassini, che in seguito perdono credito presso la magistratura.

Assolto tre anni dopo con formula piena, il conduttore di Portobello, caro a tutti gli italiani, torna alla sua trasmissione, con i segni visibili di tutte le tribolazioni e le umiliazioni patite, e riprende dal punto in cui era stato interrotto: «Dunque, dove eravamo rimasti?». Ma la sua vita è minata, Enzo Tortora muore a maggio del 1988 per un cancro al polmone.

Altri arresti di notevole impatto sull’opinione pubblica, fecero da risonanza al ‘caso’ Tortora. Sempre nel 1983 fu arrestato Franco Califano, detto ‘er Califfo’ – cantautore, paroliere e attore romano – con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico, traffico di droga e porto d’armi abusivo. Ad accusarlo lo stesso Giovanni Melluso, detto “faccia d’angelo”. Intervistato nel carcere di Rebibbia da Francesco D. Caridi, alla domanda «Come giudichi l’operato dei magistrati?» Califano risponde: «Il giudice ha un enorme potere in mano. Si guardi, ad esempio, il caso del brigatista Naria. S’incavola Pertini, s’incavola Craxi, ma il magistrato gli rifiuta gli arresti domiciliari. Io non credo più al motto “La legge è uguale per tutti” (Il Borghese, 21 ottobre 1984). Già arrestato nel ’70 per possesso di stupefacenti, in entrambi i processi Califano fu assolto “perché il fatto non sussiste”.

Il 20 aprile 1984 fu arrestato per possesso di droga il cantautore Vasco Rossi. Tradotto nel carcere di Pesaro, il 12 maggio ottiene la libertà provvisoria. Il processo lo scagiona dall’accusa di spaccio ma lo condanna a due anni e otto mesi per detenzione di sostanze stupefacenti.

E così via. Appena un “pentito” parlava la notizia riempiva le pagine dei giornali, sottraendo spazio e attenzione ad altri argomenti che forse si preferiva non rendere pubblici.

 

 

Chernobyl

Nella primavera del 1986 il disastro di Chernobyl – con effetti devastanti, incalcolabili nel tempo e imprevedibili nelle modalità – tornò a far scattare l’allarme biologico, a dieci anni di distanza dall’incidente di Seveso. La nube radioattiva aveva raggiunto anche l’Europa e si parlava di grave contaminazione. Si ridusse il consumo di latte e latticini, pomodori e insalate sparirono quasi dalla circolazione, mentre andavano a ruba minestroni e verdure surgelati, e alimenti biologici che iniziavano a prendere piede fra lo scetticismo e la diffidenza dei produttori e consumatori tradizionali.

E intanto si parla di tumori, leucemie e malformazioni congenite, di radiazioni che resteranno nell’ambiente per centinaia di migliaia di anni. E di una nuova malattia scoperta nel 1981 negli Stati Uniti ma che già esisteva da tempo senza essere stata riconosciuta. Un’infezione diffusa in tutto il mondo, una vera e propria pandemia che fu a lungo mortale, pur nella variabilità di tempo di sviluppo dei sintomi. Si chiama HIV/AIDS e ciò che ne favorisce inizialmente la diffusione è l’ignoranza rispetto alla sua contaminazione. Manca totalmente l’informazione e la voglia di documentarsi, anche per il legame presto dimostrato con la sfera sessuale e con l’uso di sostanze stupefacenti che lega il contagio, nell’opinione generale, a comportamenti trasgressivi e quindi stigmatizzabili. La sieropositività è ancora oggi vissuta come una condizione potenzialmente discriminatoria.

 

 

Accelerazione

Parte a settembre del 1987 la flotta italiana per il Golfo Persico, dove si combatte da anni la guerra fra Iran e Iraq.

Si accendono le polemiche: perché mandare in Afghanistan i nostri ragazzi con il rischio di farli saltare sulle mine fabbricate in Italia e smerciate da chi si occupa del settore? E per quale motivo ci dovrebbe riguardare il fanatismo khomeinista e la guerra santa contro gli infedeli?

Ma tutto è così vago e confuso, estraneo al vivere quotidiano già così complicato da problemi di piccolo e grande calibro, che l’argomento si prende con le molle e si lascia presto andare, come un carbone acceso. Ne sapevamo troppo e troppo poco sulla minaccia che sentivamo presente ma non tangibile, intorno a noi tutto sembrava procedere abbastanza bene e si evitava di pensare al peggio.

L’informazione era tanta ma caotica, si stentava ad apprendere le notizie che arrivavano sparate, rincorse dalle successive in un crescendo sempre più accelerato. Si ascoltava il telegiornale e si buttava tutto giù, insieme ai pasti consumati sempre più in fretta, sempre più distrattamente, in silenzio. Notizie gravi, ma non tutti eravamo così bravi in geografia, né così informati sugli interessi in campo – e forse nemmeno tanto coinvolti, presi dalle grane personali – per farsi un’idea chiara della situazione globale.

Ma ci sono fatti che non risparmiano nessuno e fanno venire i brividi, anche se avvengono dall’altra parte del mondo. La rivolta studentesca in Cina, nella piazza Tienanmen di Pechino, nella primavera del 1989, riporta fatti di sangue che ricordano quelli d’Ungheria nel ‘56, con l’immagine feroce dei carri armati schierati contro i manifestanti. “Incidente di piazza”, fu detto in Cina il massacro dei dimostranti, iniziato con una protesta pacata e finito con migliaia di morti, una cifra troppo alta per essere mai appurata.

 

 

Il crollo del muro di Berlino

Si assiste poi ad uno dei momenti più toccanti e significativi della storia recente. Il 9 novembre 1989, dopo settimane di disordini pubblici, cade il Muro di Berlino, eretto nell’agosto del ’61 spaccando in due la Germania e separando gente dello stesso sangue. Su quel muro alcune centinaia di persone sono rimaste uccise, tra le migliaia che nel tempo sono riuscite a evadere. Ora i cittadini dell’Est assaltano in blocco il “Muro della vergogna” ed è un abbraccio collettivo in un'atmosfera di intensa commozione.

«Prima o poi ogni muro cade», recita una delle tante scritte sul muro che viene picconato, ma restano impresse quelle parole come una speranza e una promessa di pace per tutti i popoli.

Ma è un sogno che dura poco. Dopo il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda ecco prospettarsi il terrorismo internazionale.

 

 

Tecnologia informatica

La tecnologia avanza a ritmo impressionante. Il computer, che nei primi anni ’80 era considerato un marchingegno ingombrante solo per addetti ai lavori, verso la fine del decennio si trovava già in tutti gli uffici. Dopo il Vic-20, prima macchina a poter essere definita Home Computer, arriva nei negozi a dicembre del 1982 il Commodore 64, – “computer per le masse, non per le classi” il motto del suo costruttore Jack Tramel – caratterizzato soprattutto da una grande capacità di memoria e dall’introduzione di nuovi processori dedicati alla grafica e al suono. Tanti ragazzi lo ricevono per regalo quell’anno a Natale, entrando in sintonia con la “macchina intelligente” con una facilità che sconcerta gli adulti.

Si parla dei primi telefoni portatili, pesanti e costosissimi, già di uso comune in America e che stavano arrivando anche in Europa; ai mondiali di calcio del ‘90 tutto il mondo dello sport ne era provvisto, poi appare una foto sui giornali del campione di ciclismo Mario Cipollini, che durante una tappa del Giro d'Italia parla al cellulare mentre pedala, ed è il lancio: tutti vogliono il portatile per telefonare, inviare e ricevere messaggi. L’Italia si organizza in blocco, e si colloca per ritmi di crescita al primo posto in Europa.

La tecnologia informatica entra nel quotidiano, ma non si afferra ancora l’immensa portata del potere tecnocratico che dominerà su tutto.

 

(prosegue)

 

 

Bignamino di una cronaca non ancora storicizzata – 6

(Tratto da Se tu mi chiedessi – storia e storie fra cronaca e memoria, UniversItalia 2013)


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