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Dall'indice di Tellus
Nicola Lisi e TELLUS 28 Cattolicesimo: Il paese dell'anima. Visioni. (Prima parte).
Nicola Lisi
Nicola Lisi 
07 Agosto 2007
 

Sul numero 28 dell’annuario TELLUS: “Cattolicesimo, nella letteratura italiana, nell’arte europea”, doveva comparire Il paese dell’anima del 1934. Per questioni di spazio la Redazione ha scelto di proporre una più breve antologia dello scrittore fiorentino. La raccolta, in ogni caso, di racconti e dialoghi e visioni viene proposta sul giornale-rivista on line. E divisa in tre parti.

 

Dalle “Notizie biografiche” in TELLUS 28: Nicola Lisi (Scarperia nel Mugello, 1893 - Firenze, 1975). Proveniente da uno dei tanti filoni della florida cultura cattolica toscana d'inizio secolo, collaborò alla rivista Il Frontespizio diretta da Enrico Lucarelli e Piero Bargellini. I suoi principali lavori letterari (per lo più raccolte di prose brevi) sono permeati da un sottofondo che, a tratti, rasenta il simbolismo e che colloca indiscutibilmente la sua opera in una trama intensamente mistica e religiosa densa di apparizioni, di illuminazioni e di stupefatta ammirazione per il creato. La sua opera più conosciuta è Diario di un parroco di campagna del 1942.

L’antologia presente su Tellus è stata ricavata dalle Favole (1928); dai Racconti (1938-1941).

 

 

 

IL PAESE DELL’ANIMA (1934)

 

 

Allora Tobia nell’uscire di casa trovò un giovane

di bell’aspetto con le vesti succinte, come pronto

a mettersi in cammino.

(Tobia V, 5)

 

VISIONI

 

 

L’ANGELO DEI VENTI

 

I

 

C’era ieri sera nel cielo, presso a un estremo dell’orizzonte, una schiera di nu­vole a pecorelle. Saranno state disposte in centinaia di file, e perciò separate da altrettante strisce di celeste cupo, men­tre la luna piena dal colmo della gran volta governava, sola, la notte. Se si fosse dato il caso, mentre che io le guar­davo, di vederle avanzare per il grandis­simo spazio sgombro, così come si trovavano!

Ma per un tale effetto non poteva ba­stare una brezza sola, ce ne sarebbero vo­lute quant’erano le file, e tutte separate tra loro. Sorrisi all’Angelo da cui dipende la bontà dell’intera atmosfera. Egli, sol che l’avesse voluto, poteva indirizzare a ciascuna fila una brezza a sé. Pensai al­l’organista, quando mette le dita sulla tastiera e dalle canne partono i presentiti suoni.

«Se l’Angelo fosse in riposo come tu lo sei ora — mi disse la voce consi­gliera — forse ti darebbe ascolto. Piace agli Angeli dar forma a certi pensieri umani, che la maggioranza dei viventi definisce come straordinarie bizzarrie. In essi, volontà fantasia e potenza sono nel massimo splendore e nel perfetto equili­brio. Ma comandati che siano ai presidi terrestri assumono volontariamente quasi la stessa concretezza dei Santi. Non si danno tregua pur di farci del bene, pur di salvarci. Dell’Angelo dei vènti (il quale pone, se vuole e se crede, le briglie al Demone trascinatore velocissimo di forze aeree) hanno bisogno ad ogni istante i navigatori, gli aeronauti e anche i poveri viandanti cui i vènti resi folli distanziano il riposo e quindi anche la rassegnazione».

Sentite tali parole chinai il capo e pregai l’Angelo di non accondiscendere a quello che era stato un mio desiderio. Tremò allora il mio cuore per tutti gli altri cuori, che una sua beata incoscienza avrebbe vo­luto far tremare. Quanti erano? Ne vidi in mari e in cieli anonimi, e una fitta inau­dita me ne rivelò il dolore.

«Angelo, fa’ tutto, fa’ tutto per loro!». E a questa mia implorazione tenne dietro un gioioso respirare. Era la notte di Natale. Riguardai il cielo. Le nuvole non erano di­sposte secondo uno sterminato rettangolo, ma formavano invece un’ala, un’ala grandio­sa, con molte di esse raggruppate al suo nodo, e nella quale il movimento era sigillato dalla immobilità.

Evidentemente l’Angelo si compiaceva con me e nello stesso tempo contraddiceva ai miei pensieri, umiliandomi con libera fantasia, per la stragrande ricchezza della sua perfezione: egli aveva liberato un filo d’aria resistente, com’io avrei potuto to­gliere a primavera un filo d’erba da un prato, in modo che potesse, se non muover la schiera, cambiare e abbellir la figura, la quale doveva infine esser segnata di sé.

 

II

 

Il vento portato innanzi dal Demonio corsiero l’ebbe vinta, in apparenza, cinque o sei giorni or sono. Dai tetti di molte case, abitate specialmente da poveri con­tadini, scagliò via, a terra, embrici e tegole, e pareva dovesse proseguire a disfare fino alle fondamenta; spezzò i ritti che face­vano da spina ai pagliai, per cui dei fo­raggi fece follia; scosse le olive sulla pianta; divelse parecchi frutti trasportandone qual­cuno anche da una proprietà all’altra. Ma la sua grande battaglia la dette nella pi­neta. Circondandola e assaltandola ripetutamente, riuscì ad abbattere più di seicento pini, i quali, altrimenti, chi sa mai fra quanti anni avrebbero avuto fine.

Le case furono subito rimesse in sesto dai padroni per la paura che un’eventuale pioggia causasse una rovina maggiore (molte anche per il semplice fatto umano che i contadini non avessero troppo a patire); la paglia e i fieni con molta pazienza riaffa­stellati e riammassati a capanna con tre stili invece di uno; le olive raccattate fino all’ultima essendo venuto subito dopo il bel tempo, invece della pioggia che le avrebbe impastate al terreno e seppellite. Infine ciascun proprietario fece legna da ardere dei frutti divelti, riprendendo anche quelli, trasportati su terreno altrui, senza che accadesse alcun litigio. Il padrone della pineta, invece, si trovò a dover risolvere un quesito assai più difficile. Per i tronchi atterrati, senza alcun dubbio si sarebbe fatto come per i frutti, ma cosa fare del gran numero di ceppi rimasti? A lasciarli dov’erano, quel bellissimo luogo da allora in poi sarebbe apparso come il cimitero dei pini. Bisognava assolutamente toglierli: però il loro valore avrebbe ripagato la mano d’opera? Il conto fu negativo. Allora si fece sapere nel popolo: «Chi vuole i ceppi abbattuti dal vento li sradichi e se li prenda». Ciò che non conveniva al proprietario, ri­sultò convenire a moltissimi: a tanti po­veri, i quali provvisti degli arnesi adatti andarono alla pineta, e ciascuno si mise a sciogliere dalla stretta della terra il ceppo diventato suo, il quale con una mezza giornata di lavoro fu pronto da portar via. Si vide allora ritornare al paese la processione dei ciuchi attaccati a carretti primitivi con sopra il pesantissimo ceppo: degli uni e degli altri non si sarebbe sospettato che ve ne fossero stati tanti. E neppure si sarebbe sospettata una eguale contentezza nei visi di quei conducenti posticci. Gli è che l’inverno calcava freddo sulla terra ed essi già vedevano i loro bambini a riscaldarsi le mani e i piedi.

Se noi non fossimo diventati quasi tutti ciechi alle forme spirituali, avremmo visto quello che vide uno di essi andando incontro al padre che se ne ritornava col ceppo, e cioè un Angelo, probabilmente quello stesso da cui dipende la bontà dell’intera atmosfera, precedere di un passo la lunga processione; rumorosa per i ragli delle bestie e l’attrito delle ruote sulla strada maestra imbrecciata: gli uomini sorridevano senza parlare.

C’era anche un bel sole, però di luce periferica e quindi dissaldata, senza calore. A chi ansiosamente lo interrogava il fan­ciullo rispondeva: «È un Angelo alto più d’un gigante. Cammina e ride a tutti noi».

Con queste poche parole egli provava ancora meglio la veridicità della sua visione. L’Angelo faceva come tutti i buoni quando si sono accorti di aver saputo far uso della loro furberia per un santissimo fine.

 

 

ESODO STRAORDINARIO

 

Nella foresta contigua alla borgata in cui eravamo giunti, a causa delle vipere e degli aspidi erano successi, a breve distanza di tempo, luttuosi fatti. Un boscaiolo era stato morso a una mano e così pure un bambino mentre coglieva i fiori. Tutt’e due erano morti; il bambino fu ritrovato esanime ­e la vipera arroncigliata sotto un sasso vicino. Egli era stato seppellito il giorno avanti al nostro arrivo.

Nonostante questi tristi racconti prose­guimmo la gita per la mulattiera attra­verso la foresta, che conduceva ad un ca­solare in cui contavamo di arrivare in se­rata. Del resto nessuno di quei montanari ci consigliò diversamente, non potendo essi neanche pensare a interrompere per tali avvenimenti le antiche consuete abitudini di transito e di lavoro. Partimmo dunque subito dopo mangiato, verso le una; un po’ preoccupati, però senza dircelo fran­camente.

La mulattiera larga come una carreg­giabile procedeva per un lungo tratto in salita, ma di buon passo ne raggiungemmo presto il punto più alto senza però poter proseguire in discesa, perché di lassù la vedemmo piena di ogni sorta di serpi, che venivano incontro a noi. Fummo per tor­nare indietro, ma nel timore di essere raggiunti e più ancora d’incontrarne altrettante nella strada percorsa e restare così costretti fra di esse, salimmo sopra un ci­presso di cui eravamo al piede.

L’orribile accolta di serpi fu in breve sotto di noi. Poiché il cipresso occupava in piccola parte la mulattiera, avveniva che molti di quei rettili imbattendovisi, prima di curvare abilmente ne saggiassero il tronco poco più che col capo, dandoci il continuo spavento che uno di essi vi deviasse risoluto, e che gli altri lo seguissero fino a ricoprire noi e l’albero.

C’eravamo saliti in pieno meriggio e già il sole tramontava.

Il mio compagno, che si trovava in posizione più alta della mia, disse:

– Dalla stessa parte delle serpi viene un uomo verso di noi.

Si può immaginare con qual desiderio io pure guardassi da quella parte. Vidi un uomo che camminava come se facesse particolare attenzione a’ suoi passi. Era un uomo d’età, a meno che non fosse stata la lunga barba ad invecchiarne l’aspetto, come accade. Aveva attorno ai piedi un groviglio di serpi, ma nessuna di esse era tentata contro di lui, nemmeno per quel tanto che accadeva col nostro cipresso. Egli eseguiva dunque un mandato valevole; dominava, conduceva quell’esodo straordinario.

Il groviglio era formato dalle serpi ri­luttanti ad avanzare. Egli strisciava la punta del suo vincastro su di esse, e a quel contatto finivano con sparpagliarsi come tutte le altre.

Giunto sotto di noi ci guardò alzando l’ampio volto sereno e disse:

– Sono venute sulla strada da ogni punto della foresta, come i rigagnoli d’acqua dopo il temporale calano giù nel torrente. Andatevene pure tranquilli per il folto.

Disse così interrompendo il suo daffare ed il groviglio fece intoppo in mezzo alla via, per cui diventammo inquietissimi. Forse avremmo voluto interrogarlo, sebbene non ne sia certo. Egli riabbassò il capo e distri­cando come di consueto lo schifoso nodo riprese il cammino.

Scendemmo giù dal cipresso, ben facendo attenzione a non porre piede sulla strada. Raminghi per la foresta, soltanto all’alba, soccorsi nelle ultime ore della notte dal Lume di luna, potemmo raggiungere il casolare.

L’avvenimento era uno di quelli che l’uomo esperto della vita non racconta ad alcuno, o al più dopo un lungo corso di tempo. Soltanto quando fummo ritor­nati in città, capitandoci l’occasione di parlare con gente del posto, facevamo cadere il discorso sul bambino ucciso dalla vipera perché ci assicurassero che non fossero ac­caduti altri fatti del genere. E per alcuni anni fu così. Ma nel mese scorso ci rac­contarono di un frate che sedutosi su di un masso nella foresta, fu morso a un piede da un rettile, per cui ebbero fine i suoi giorni.

 

 

SU GLI ESTREMI DI UN GIORNO

 

Una mattina insieme alla chiarezza del giorno vidi giungere una farfalla eccezio­nale soprattutto per la sua grandezza, in un prato con radi e vecchi castagni (un breve ripiano sulle pendici della montagna) che attraversò col volar punteggiato, scher­zoso delle farfalle. Rimasi per un istante irrisoluto se correrle incontro ed abbat­terla un colpo della bacchetta che avevo in mano, un colpo misurato in diritto sul corpo molle, in modo da poterla portare e conservare in città con le sue grandi ali intatte, e meravigliare chi l’avesse veduta; ma quel pensiero affondò, scom­parve nella profonda quiete della mia anima. Ero seduto poco discosto dalla sua di­rezione di volo ed intuivo che avrebbe continuato diritta: mi passò d’accanto quasi sfiorandomi, per cui mi fu possibile posar lo sguardo sulle ali distese, come sulle pagine aperte di un libro. Erano di color bianchissimo con una piccola orlatura nera, e nero era pure il suo corpo.

La seguii attentamente lungo il suo an­dare fino a un’alta muriccia, che mi na­scondeva per tutta la sua lunghezza ogni orizzonte terrestre. Dietro a quella scom­parve. Ma nella stessa direzione da cui era venuta sopraggiungeva un nuvolo e nean­che poteva dirsi un nuvolo, bensì propria­mente una sfera formata da tante comuni farfalle, spaziate e circondate dalla prima luce del sole. Esse passarono pure al di sopra della muriccia andando certo dov’ella era andata.

Nel pomeriggio ritornai nel prato. Avevo l’assoluta convinzione di assistere al ritorno della grande farfalla, stimando il suo viaggio legato con la fase di quello stesso giorno. Difatti quando il cielo cominciò a scolorirsi di luce e a rifarsi di stelle, dalla muriccia si levò la farfalla che io non posso fare a meno di chiamare regale.

Evidentemente rifaceva il tragitto della mattina, e poiché ero ritornato nello stesso posto mi sarebbe ripassata d’accanto. Così fu. Ma era poi questa la stessa? Aveva le ali nere, e bianco il corpo e la orlatura delle ali.

Eppure, nonostante la inversione dei co­lori, non poteva essere un’altra. L’inva­riabilità della grandezza, del volo, della direzione, la stessa regalità ne costituivan la prova. E a farmi sorridere poi anche dello stesso dubbio venne la palla viva di ali appuntite a contatto con il silenzioso volo delle tenebre come al mattino lo era stata con la prima luce.

 

 

QUIETE DELL’ANGELO

 

L’Angelo se ne stava immobile al muro di cinta dell’Eremo. Con le mani l’una sull’altra, guardava lungo il viale leggermente a pendìo. Tutta la luce e la pace dell’aria, delle piante, dell’erbe, dei muri, del selciato in mezzo al viale, si alimentavano della sua luce e della sua pace: ma di grado sempre più elevato rimaneva lo splendore e l’armonia dell’Angelo.

Egli andò vicino alla pianta di alloro, oltre la quale cominciava il selciato. La guardò dalla chioma al piede e poi segnò nell’aria, per tutta la sua altezza, una croce. Il segno era della sua medesima essenza, per ciò la croce rimase.

Fece ancora qualche passo da un lato. Quasi al limite del viale c’era una fila di piante di crisantemi, con i fiori reclini a terra. Scrisse «Maria» sopra a ciascuna pianta, poi, più in basso, sempre di sé, descrisse un giro, che trattenne in alto quei fiori.

Ritornando indietro e andando da qua a là, disegnò l’emblema del nome di Gesù davanti alle porte dei giardini degli eremiti. Si fermò in ultimo a guardare le sue figure, ma ad un tratto scrisse sul selciato «Paradiso», occupandolo da cima a fondo.

Sorrise un poco al dolce lavoro, e tornò indietro. Dinanzi a lui sparivano quelle lettere, il nome ripetuto della Vergine, gli emblemi di Gesù ed infine la croce.

Non si volse nemmeno a rivedere come fosse rimasto il viale fiorito, che egli aveva sposato con un altro giardino celeste; proseguì, attraversando il muro di cinta, forse per altre sue compiacenze, e il muro, con un rettangolo di luce su luce testimoniò ancora, brevemente, del suo soprannaturale passaggio.

 

 

INCONTRO CON LE BESTIE

 

Per andare, come facevo spesso, da un amico di età avanzata, ero costretto a partire dalla casa nel bosco alle prime ore del pomeriggio in modo da ritornare quasi a notte. Quindi il tragitto era lungo, ma nonostante l’ora calda all’andata, per nulla faticoso; sia perché quasi pianeggiante sul vasto dorsale di un monte, sia perché castagni fitti e frondosi facevano del sentiero un’amena galleria dalla volta verde risplendente. Scoperto n’era solo un piccolo tratto con due muretti ai lati; uno che sosteneva il terreno soprastante e l’altro il sentiero.

I sassi che formavano la massicciata scoperta, erano per lo più calcarei e avidi quindi di sole; su quelle pietre ci si sen­tiva avvampare i piedi oltre che, per l’im­provvisa eccitata bianchezza, abbagliare la vista.

Una tale sovrabbondanza di luce e calore, incentivo ad affrettare il passo verso la nuova pace delle ombre, invogliava in­vece una moltitudine di animali ad appro­fittarne, per cui quel tratto con la spalliera murata diventava durante il giorno il loro luogo preferito.

Si trattava di lucertole e di ramarri con il capo in aria, in agguato, e di molte mo­sche, le vittime; spesso di serpi, distese al punto da sembrare irrigidite, che, si capiva bene, se avessero potuto rigirarsi supine lo avrebbero fatto senz’altro; di farfalle irresolute a smettere di spezzet­tare il volo su i vertici di quei sassi per allungarlo una volta tanto fino all’abbon­danza dei campi o degli orti.

Al mio rumoroso apparire le lucertole interrompevano la caccia per mettersi sol­tanto guardinghe; i ramarri come frecce sparivano nella maggiatica sottostante, e così pure le serpi sebbene assai più como­damente; sicure le farfalle puntavano verso l’alto e non le rivedevo più.

Entrai spesso in quel tratto in punta di piedi, attirato controvoglia a sorprendere quelle bestie.

Mi capitò così di vedere una serpe in mezzo a’ suoi nati. Si era distesa attra­verso la strada però con la testa volta a guardarli, ed essi lunghi quanto i grossi vermi comuni, per far moto senza allon­tanarsi di troppo dalla madre, si movevano l’uno dietro l’altro, formando una sinuosa ovale lentamente mobile. Non ebbi nean­che l’ardire di far rumore perché si sgomberasse il sentiero e mi rincamminai verso casa.

Fra le lucertole che per il solito di sulla cresta del muro stavano a vedermi passare, ne notai alcune scodate; ricordo di una codina, staccata o staccatasi di fresco, che si moveva da sola, flessibilissima. Aven­dola alzata da terra con la punta di uno stecco vi si arroncigliolò, fece un anellino e più non si mosse.

Qualche giorno avanti di ritornare in città vidi uno spettacolo che doveva es­sere stato preparato da qualche tristo ra­gazzo indotto a ciò dalla voglia di farmi uno scherzo, forse per avermi visto, senza che me ne accorgessi, passar di lì curioso e timoroso insieme. Altrimenti bisognerebbe crederlo un infame sortilegio teso ad un fine rimasto sconosciuto.

Vidi dunque occupare il sentiero, in tutta la sua larghezza, da un ramarro, un rospo e un uccellino, legati tra di loro a una zampetta con un pezzo di spago rosso, la cui lunghezza era stata calcolata in modo da invogliarli ad andare dove desidera­vano e costringerli invece a seguire il più forte, il rospo, che doveva da parte sua patire per il peso e il voler contrario degli altri due. Se ne stavano tutt’e tre fermi. Alla mia destra avevo il ramarro con le zampette davanti, libere, aggrappate a un sasserottolo sciolto, naufrago stretto al suo rottame; in mezzo il rospo imbolsito, con gli occhi pazzi e la bocca ermeticamente chiusa a tutta forza in tirare; a sinistra il passerotto disteso a terra su un fianco col becco semiaperto come morto.

Mi avvicinai volendo render loro la li­bertà, ma non sapevo con che cosa; nelle tasche non avevo né il coltello né il tem­perino. Dunque per sciogliere quella specie di catena era necessario adoperare le mani. Con le mani avrei ardito toccare solo il passerotto. Non appena me ne resi conto il rospo fece un balzo, poi un altro, un altro ancora e giù nella maggiatica trasci­nandosi dietro il ramarro e l’uccellino; l’uno che cercava inutilmente di tratte­nersi al suolo con gli unghielli delle zampe posteriori mentre davanti portava seco il sasserottolo a cui era abbarbicato, l’altro che alternava il breve impedito volo con una ricaduta di fianco, pigolando fitto. Li scorsi ancora per poco, poiché il rospo proseguiva innanzi con la violenza della disperazione. Mi misi ad ascoltare, sempre più tendendo l’orecchio, i lamenti dei pas­serotto. Ma anche essi si confusero e si fusero con le altre voci della campagna in quell’ora. Ripresi sospirando il cammino.

Chi sospira (e sospira soltanto colui che è ossessionato da un unico pensiero) non fa molta strada senza fermarsi. Così ac­cadde a me dopo pochi passi. Riavutomi da quello stordimento mi sorpresi a fissare il muretto assolato, dov’era un forellino cui vedevasi affacciata una testa immo­bile di lucertola che attirò la mia atten­zione, e fui fuori dell’incubo. Mi avvicinai a guardarla: era morta. Se il rospo e il ramarro avevano suscitata una invincibile repulsione, altrettanto non poteva, non doveva accadere con quella povera lucertola morta, che con due dita presi per il capino e trassi fuori: ne venne via mezza e quella mezza era come una foglia secca accartocciata. Con un fuscello ne tolsi an­che la parte restante, nelle stesse condizioni dell’altra. Compresi dunque che era rimasta costretta in quel buco e che il sole l’aveva cotta e poi le formiche svuotata, quelle stesse formiche che in fila, attraversando inin­terrottamente il sentiero, facevano ancora capo ad una fessura al piede del muro.

«Pesticciarle! Spiaccicarle!», mi venne in mente. Invece, dopo aver lasciato ca­dere a terra la pelle essicata che avevo in mano, le sorpassai con un passo forzato per salvare anche quelle sbandate, che riconfluivano come sempre alla fila.

Però mi ero fermato troppo, quindi la conversazione con l’amico fu quella sera più breve del solito.

Un irragionevole timore al pensiero di dover ripassare per quello stesso punto covava dentro di me e via via che mi ci avvicinavo si cangiava in un’oppressione sempre maggiore.

Imbruniva quando oltrepassai la svolta che metteva in quel rettilineo. Ci vidi una pe­cora assolutamente immobile. Se così come stava si fosse dilatata fino a diventare pur essa tenebre non ne sarei rimasto sorpreso.

Mi avvicinai. Col muso rasente a terra era abbandonata al profondo assopimento dei meriggi. La presi per le zampe anteriori e la sollevai. Vedendomi all’improvviso a sé dinanzi si svincolò dalle mie mani, e fuggì via in una direzione in cui non erano né case né capanne, belando forte all’ovile perduto.

 

 

DUE SOGNI

 

I.

 

Due anni fa, di marzo, presso all’alba, feci questo sogno.

Per una strada diritta e piana, a piè di un alto muro sempre uguale, senz’altro paesaggio, vidi da lungi un uomo seduto per terra. Mi mossi per andar da lui e così notai successivamente i suoi capelli bianchi, perché era a capo scoperto, la mano destra distesa nell’atto di chiedere l’elemosina, il vestito e la camicia strac­ciati e stinti, il volto recline che era quello di persona a me congiunta carissima, e trapassata da vari armi con morte im­provvisa.

Giustamente non pensai che desiderasse le monete di cui potevo disporre.

Ricordai quale cura avesse sempre avuto di sé da vivo.

Fui per buttargli le braccia al collo, ma me ne trattenne la sua immutabile mestizia implorante.

Dissi: – Sei salvo?

– Sì. – rispose.

– In Purgatorio dunque?

– Tu lo vedi.

– E per quanto ancora?

– Ecco la strada del Paradiso, – e con la mano sinistra, già poggiata a terra, ferma restando l’altra nell’atto di chiedere, fece un gesto capace d’indicare oltre il vi­sibile e l’immaginabile.

Gli dissi: – Ma se non t’alzi e ti muovi come potrai mai giungervi?

Scosse il capo come per farmi capire che non ne poteva più. Gli andai incontro con le braccia per alzarlo e sorreggerlo.

Disse: – Va bene, ma non qui.

Il battito troppo affrettato del cuore mi svegliò. Mi fu subito intelligibile il senso della carità che quell’anima chiedeva per acquistare la forza di proseguire nel suo viaggio. Aveva bisogno ch’io pregassi, fa­cessi pregare per lei. Difatti da tempo, da molto tempo, me n’ero colpevolmente scor­dato.

 

II.

 

A un anno di distanza, sempre sul mat­tino, continuai il sogno precedente.

Mi ritrovai nello stesso luogo da cui avevo scorto quella figura indistinta, poi riconosciuta per la persona a me tanto cara. Questa volta però non si vedeva al­cuno; si era dunque mossa verso la sua definitiva destinazione. Credendo di po­terla raggiungere mi misi in cammino nel senso che mi era noto, e come accade nei sogni mi movevo leggero e veloce. Ne in­contrai invece un’altra, del tutto scono­sciuta, ma nello stesso modo misera e supplichevole. Il mio desiderio era sì forte che le passai d’accanto guardandola appena. Non ebbi a far lunga strada, o almeno breve mi parve, che rividi colui che andavo cercando: appoggiato come al solito al muro, ma un poco più sollevato: la stanca mano destra si riposava sull’altra e sul corpo.

Gli sorrisi con affetto pari a un abbrac­cio, ricordandomi come già avesse impe­dito che lo toccassi. Egli seppe fare altrettanto.

Disse: – Ti ringrazio dell’aiuto a fare il cammino che hai visto, ma fino a che non sarà qui giunta un’anima ora più povera di me non potrò ripigliare la via. Tu lo vedi non chiedo più nulla a nessuno.

Ci separammo come ci eravamo incontrati. Rifeci la strada a ritroso fino a quell’anima tapina. Vedendomi fermare a lei dinanzi disse: – Ti rimanda colui che mi precede.

– Sì, – risposi. – Farò laggiù quant’è possibile.

Ed ella: – Per tua e nostra consola­zione hai visto come si sposti verso il Pa­radiso questa catena di anime purganti, che non ha fine.


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276