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Plevano incontra... Joseph Conrad, Ezra Pound, Franco Zazzeri
Franco Zazzeri,
Franco Zazzeri, 'Concetto geologico/rappresentazione tempo', 1973 - bronzo, h 240 cm. 
14 Febbraio 2010
   

Oggi è il 6 agosto 2009 e sono seduto sullo stesso prato del lago del Maloja in Engadina dove gli anni scorsi ho già scritto per Walter Valentini, Gianfranco Pardi e Giulio Crisanti (ne 'l Gazetin, gennaio e settembre 2008, e in Arte Incontro, nn. 60 e 61). L’aria è sempre tersa, pulita, fresca, respiro profondo, guardo le rocce stratificate della bella montagna qui di fronte e i cerchi concentrici del ceppo d’abete sul quale sto scrivendo e inevitabilmente il pensiero va al mio amico scultore Franco Zazzeri.

Partiamo dall’inizio. Ho incontrato la sua opera per la prima volta 35 anni fa. Facevo il militare a Merano e tornavo a casa con 90 giorni di convalescenza dopo essermi ribaltato con un camion durante un’esercitazione con altri 25 compagni di sventura. Ero stanco, provato fisicamente e mentalmente per la vita senza senso che conducevo, ma quel giorno mi capitarono dei fatti che avrebbero influenzato significativamente le mie scelte di vita. Nel viaggio in treno da Merano a Verona mi son trovato seduto di fronte una coppia gioviale, un uomo e una donna, verso la quale ho sentito subito simpatia. Abbiamo parlato un po’ di tutto, ma con una profondità, intensità inusuali dopo 6 mesi di vita militare monotona e sofferente. All’arrivo ci siamo abbracciati e salutati ma prima di andarsene la donna mi ha donato un libro che aveva scritto suo nonno. Il titolo era Linea d’ombra e l’autore era Joseph Conrad. Non sapevo chi fosse, ero a digiuno di tutto avendo frequentato studi aridi e poco formativi verso la vita in una scuola violenta, post fascista con professori che in alcuni casi non esagero definire sadici e psicopatici. Sicuramente poco poetici ma molto diseducativi. Mi ricordo un anno in 2ª ragioneria che mi bocciarono con un atto di puro sadismo. Mi rimandarono in una sola materia, il francese, con voto 5 e a settembre, tre mesi dopo, il voto fu 2. Se fosse stato 4 il consiglio dei professori mi avrebbe promosso per legge. Sui tabelloni esposti al pubblico in evidenza e in stampatello appariva «Plevano Roberto IMMATURO». Da allora ho odiato la scuola e ogni forma di potere. Anche oggi, quando mi invitano a parlare della mia arte nelle Università e nei Licei, mi metto le mani nei capelli per il livello di sensibilità culturale della classe insegnante. In un articolo di Umberto Eco di alcuni giorni fa apprendo che durante il fascismo solo 12 professori non giurarono fedeltà alla dittatura tra le migliaia di docenti universitari italiani. Finita e persa la guerra, a parole si trasformarono tutti o quasi in antifascisti. Sconcertante! Questa è l’Italia, anche oggi regina di trasformismi camaleontici.

A Verona, mentre attendo per mezz’ora la coincidenza per Milano e leggo avidamente il libretto regalatomi, arriva una strana comitiva di persone che attirano la mia attenzione. Sono tre donne anziane con varie valige e grosse scatole di cartone tutte legate con corde di vario spessore, che parlano tra loro animosamente in una lingua che non conosco tra l’inglese e il francese. La scena è buffa, ho pensato agli emigranti meridionali degli anni '50 e '60 che arrivavano a Milano. Con loro vi era un vecchio silenzioso con una folta capigliatura bianca alta 20 centimetri che inanellava un viso magro e rugoso in due occhi intensi e spiritati, fuori dal tempo. Mi incuriosiva, ho incominciato a fissarlo, scrutarlo, mi chiedevo chi mai fosse quest’uomo particolare, unico. Una cosa però ho percepito: quando ci incrociavamo, il suo sguardo mi oltrepassava, andava oltre, nella notte dei tempi e io rimanevo lì nella mia pochezza, nella mia impotenza. Sentivo però che lui aveva visto qualcos’altro, era andato nel baratro e forse vi aveva fatto ritorno, mi invadeva il suo magnetismo cosmico trasognato, fuori dal tempo e dallo spazio. Loro poi si sono allontanati per la coincidenza per Venezia, ma prima che scomparissero lui si è voltato e per un attimo mi ha sorriso. Era tra noi, mi voleva far capire che mi aveva visto, che aveva sentito la mia angoscia, il mio disagio di fronte al suo sguardo. Mi accorsi qualche anno dopo leggendo Canti Pisani che quell’uomo intenso e misterioso era Ezra Pound e che alcuni mesi dopo quell’incontro sarebbe morto.

Arrivato alla stazione di Milano, nei sotterranei del metrò mi imbatto in un cono di luce solare che scende a illuminare una scultura al centro di una piazzetta. L’impatto visivo è notevole, straniante, tra una massa di gente vociante che si muove in tutte le direzioni. Vi giro intorno, mi attira, mi emoziona. Non so perché ma mi viene in mente potente la mia infanzia, il mio sguardo commosso davanti alle stratificazioni di roccia intorno a Chiavenna, il mio paese natale e penso come un uomo, un artista con la sua opera riesca a colpire, a sollecitare la sensibilità poetica, esistenziale di un individuo che ha occhi per guardare. Ho cercato il nome dell’autore della scultura, era di Franco Zazzeri. Qualche giorno dopo ho comprato una scatola di colori a olio e da allora non ho più smesso di dipingere, di fare arte. La mia vita è cambiata radicalmente, trovavo la mia via, davo un senso alla mia esistenza con emozioni fortissime nel dipingere lo spettacolo incantato della mia terra. Joseph Conrad, Ezra Pound e Franco Zazzeri mi avevano lanciato un segnale, mi avevano dato un aiuto e io incominciavo a esprimermi, a liberare quello che era compresso in me.

Ora mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se fossi partito un altro giorno da Merano. Dopo l’ingiusta, crudele bocciatura scolastica avevo problemi di depressione, così la chiamavano, andavo da uno psicanalista e ciclicamente mi riempivano di ansiolitici. Da quando ho iniziato a dipingere non ho più preso una pastiglia e non sono più andato dallo psicanalista. L’arte è la forma più sana di terapia contro il male di vivere. Ti fa vedere il mondo in modo nuovo, con uno sguardo ironico, pietistico sui nostri atti quotidiani e ti insegna ad accettare con leggerezza l’ineluttabile contraddizione del vivere comune. Consiglierei ai nostri politici e uomini di potere di fare arte quotidianamente o di circondarsi di opere d’arte e di guardarle intensamente ad ogni risveglio mattutino o prima di andare in televisione a parlare. Cambierebbe sicuramente il corso della storia perché capirebbero qualcosa in più dei sani valori della vita. La terra ormai è al collasso, con danni ambientali e climatici preoccupanti e speriamo non irreversibili. I vecchi sistemi ed equilibri economici sono saltati, ora sono necessarie nuove strategie globali, di ampia visione, svincolate dai soliti miseri interessi personali o locali. Bisogna cercare e realizzare nuove fonti di energia non inquinanti, il sole è il nostro futuro. Lo si poteva fare molto tempo prima e non arrivare a questo stato di degrado, ma per interessi economici di pochi, legati al petrolio, questo non è stato possibile. È in gioco il nostro futuro, la qualità della nostra vita e dei nostri figli. Anche un bambino lo capisce che la produzione e il consumo, miti incontrastati del secolo industriale, devono essere indirizzati diversamente rispettando il vitale equilibrio naturale del pianeta.

Nell’opera di Zazzeri sin dall’inizio vi è una costante ricerca spirituale, un desiderio di elevazione nella dialettica tra ordine e disordine nell’inconscio della natura e dell’umano, il tutto inserito in un processo di maturazione intorno ai valori fondamentali nella perenne ciclicità della vita. Nelle opere “Figurazione astratta dell’inconscio” è commovente la dichiarazione d’intenti della sua poetica. Un parallelepipedo si eleva nello spazio, come un albero denso di sacri significati, simbolo alchemico di crescita e rigenerazione, si squarcia, si decompone nella sua rugosità, precarietà, ma all’interno un altro parallelepipedo appare lucido, senza rughe, pulito, senza macchie, è Dio che è in noi, nell’uomo stesso. In “Traslazioni” sono i corpi che si congedano dall’origine, da un triedro escono forme alate, pronte a spiccare il volo, fanno pensare a una sorgente, il feto che si stacca dalla madre….. In “Genesi di un uovo geologico” vi è un’esperienza formativa simbolica nella lettura dei cinque elementi ovoidali che tendono al raggiungimento di una presa di coscienza liberatrice in cui al centro di una stratificazione concentrica, nel nucleo della sfera, si trova una piccola perla lucente, la pietra filosofale, in una dimensione sacrale, oltreumana. Nella lettura di ogni sua opera si sente l’ambivalenza tra il concetto di psiche e di cosmo, l’incessante dialettica tra micro e macro cosmo fisico e psichico.

Tornando alla scultura alla Stazione Centrale “Concetto geologico, rappresentazione tempo” del 1973, ciò che mi colpì subito fu la stratificazione seriale astratta di tre elementi verticali a forma di elle, ben radicati per terra, che oltre a un concetto geologico di crescita, richiamavano un nucleo familiare (padre, madre, figlio) coesi poeticamente in un movimento verso il futuro, il tutto inserito in un basamento circolare che richiamava l’infinito del tempo e la sua perfezione. Vi ho girato intorno come inebetito da tanta bellezza, da tanta potenza espressiva e ho avuto l’illuminazione che il mondo poteva essere visto in modo nuovo, che dietro la scorza banale del visibile pulsava la presenza del divino. La visione immaginaria dell’artista esprimeva questa magia con la capacità di penetrare nell’essenza delle forze primordiali della materia e renderla nella sua immanenza totalizzante. La sua opera sfugge a una facile collocazione nel panorama artistico, non è assoggettabile a formule, mode o tendenze sperimentali effimere precostituite nell’ansia classificatoria dei critici. Direi invece di percepire una sobrietà estetica personale in una classicità atemporale, svincolata da ogni processo storico, ma inscritta in un flusso cosmico circolare, eterno, che irradia sacralità attraverso archetipi che parlano un linguaggio universale in un presente continuo. Le parole sfuggono e si rincorrono, alla fine resta l’opera silenziosa, la sua forza misteriosa ci commuove.

Questa primavera l’ho incontrato casualmente al Museo della Permanente. Mi ha donato un catalogo di una mostra in corso sui progetti di scultura per le piazze di Milano, da lui organizzata, e mi ha accompagnato con la gentile signora Bucci a visitarla, spiegandomi l’opera dei vari artisti per rendere la città più vivibile e interessante. E la conoscenza personale era avvenuta due anni prima nella Libreria “Bocca” in Galleria Vittorio Emanuele una domenica mattina. Anche lì venni attratto dalla sua personalità, sensibilità, e così scoprii che era l’autore della scultura alla Stazione Centrale. Ancora una volta Giacomo Lodetti, il titolare della libreria, mi aveva permesso di entrare in contatto con grandi artisti, dialogare con loro sulle problematiche di questa società alla sbando, immersa com’è in disvalori così osceni, mostruosi. I veri grandi artisti hanno sempre parlato, hanno espresso le loro idee, non solo con l’opera, ma esponendosi e rischiando in prima persona. Immaginarsi la storia dell’arte senza gli scritti di Leonardo, Van Gogh, Cézanne, Kandinsky, Matisse, Malévic, Mondrian, Klee, Picasso, Giacometti, Duchamp, Fontana, De Chirico, sarebbe una grave perdita, un grande vuoto per l’umanità intera. Anche la storica Libreria Bocca stavano per chiuderla, sfrattarla, triplicandogli l’affitto con un costo insostenibile per una libreria d’arte, ma la mobilitazione di migliaia di intellettuali e uomini di cultura e la stesso F.A.I. (Fondazione per la Tutela Ambientale italiana) con la presidentessa Crespi, è riuscita per il momento a bloccare il tutto. Questa primavera mi sono trovato su tutti i giornali e le televisioni la Libreria Bocca come secondo monumento storico da tutelare e conservare su tutto il territorio italiano con migliaia di preferenze, cosa mai avvenuta per una libreria d’arte. Mi auguro che anche il Museo della Permanente, importante testimonianza dell’arte italiana contemporanea venga tutelato e preservato con finanziamenti provinciali, regionali, nazionali, e la sua gestione venga lasciata collegialmente ad artisti e uomini di cultura di livello e chiara serietà. Speriamo che i nostri amministratori politici capiscano che finanziando il più grande patrimonio culturale artistico del mondo, favorirebbero un ritorno in termini economici superiore a quanto investito. Vedasi al riguardo quanto è stato fatto in Francia, Germania, Inghilterra. Lo scempio ambientale, morale, etico, estetico è giunto a livelli devastanti, c’è d’aver paura, ma i tempi stanno cambiando e se i nostri dirigenti non sono in grado di capirlo, il vento della storia li spazzerà via e una gran risata li seppellirà.

 

Roberto Plevano

(da 'l Gazetin, settembre 2009)


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