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Marco Cipollini: L’arte dell’imitazione (VI). “Copa Surisca” Dall’Appendix Vergiliana
27 Aprile 2009
 

Nei nostri tempi incupiti e sbracati, chi scriverebbe dei versi così allegri (musicalmente “allegri”)? Oggi la gaiezza non fa più “cultura” e quando è spremuta dalla TV è artificiosa, drogata di lustrini e battutacce. S’intenda che la Copa non è poesia popolaresca, bensì elitaria, eredità ellenistica declinata in vivezza italica. Solo nel IV sec. l’idillio fu attribuito a Virgilio, quale operetta giovanile; non mi convince, e non per i tratti salaci, ma per lo stile analitico, godutamente elencativo, che non appartiene all’autore delle Bucoliche.

  

   La scenografia mi riporta istintivamente a un solare bianco-e-nero, anni Cinquanta, con una servetta sciantosa che, sculettando una canzone sul bordo di una strada di aperta campagna, attira nella trattoria un po’ lurida il camionista sudato, e tutt’intorno è un cicalio assordante, un moscaio da concimaia della vecchia Italia; ma qui fermiamoci. La situazione, nonostante il suo estro icastico, è quanto mai improbabile in una realtà rurale di età primo-imperiale e rientra tutta in un gioco di riferimenti cólti. Si prenda l’enigmatico attributo di Calybita affibbiato al carrettiere. L’epiteto, dato il contesto, potrebbe riferirisi a un seguace della Dea Cibele, i cui iniziati si eviravano; e allora la procace asiatica — una tipa come l’Esmeralda-Lollobrigida in Notre-Dame de Paris — alluderebbe a una scarsa virilità del carrettiere, per provocarlo e risucchiarlo così nella bettola lupanaria… Parimenti non si insiste sul repertorio mitologico, tutto parodistico (il fiume Acheloo con annessa ninfa, Cerere e Bacco, quali metonimie di grano e uva, ecc.), supponendo che la “natura morta” via via elencata, l’allusione ad ameni giardinetti e a pergolati ruffiani, alla grotticella (figuriamoci!) con annesso pastorello arcadico e piffero, bastino a soddisfare l’immaginario del lettore. Non manca il megafallico custode degli orti e l’invito a godersi la vita perché, finale di rito di tutta l’antica poesia edonistica, qui circoscritta a caciotte e vinello e forse a qualche transazione carnale, il lugubre bisbìglio della Morte non promette, al di sopra delle zolle, altra felicità. “È tutto qui, imbecille,” dice dondolando le sue parti molli questa schiava levantina, sia pure volgarotta, ma che rimane appiccicata alla memoria non meno di tante statuarie eroine antiche. E per favore, nessun moralismo estetico, con relativo sorrisino accademico; al confronto, il nostro mondo acido e nevrotico ha perduto in buon senso, in salute, e in onestà. E tu, ragazza, dài, continua a dimenarti e a canticchiare un po’ roca, affacciata sulla via polverosa e assolata dei secoli: troverai sempre dei carrettieri lettori da accalappiare…

  

  Il distico elegiaco è reso con un verso costante di cinque piedi, battuto ora sul dattilo ora sull’anfibraco; mi è parso più economico dello sdoppiamento esametro/pentametro, e quindi più efficace sul piano espressivo.

 

   

COPA SURISCA…

 

Copa Surisca, caput Graeca redimita mitella,

  crispum sub crotalo docta movere latus,

ebria fumosa saltat lasciva taberna,

  ad cubitum raucos excutiens calamos:

“quid iuvat aestivo defessum pulvere abesse?

  Quam potius bibulo decubuisse toro.

Sunt topia et kalybae, cyathi, rosa, tibia, chordae,

  et triclia umbrosis frigida harundinibus.

En et Maenalio quae garrit dulce sub antro

  rustica pastoris fistula in ore sonat.

Est et vappa, cado nuper defusa picato,

  et strepitans rauco murmure rivus aquae.

Sunt et cum croceo violae de flore corollae

  sertaque purpurea lutea mixta rosa

et quae virgineo libata Achelois ab amne

  lilia vimineis attulit in calathis.

Sunt et caseoli, quos iuncea fiscina siccat,

  sunt autumnali cerula pruna die

castaneaque nuces et suave rubentia mala,

  est hic munda Ceres, est Amor, est Bromius.

Sunt et mora cruenta et lentis uva racemis,

   et pendet iunco caeruleus cucumis.

Est tuguri custos, armatus falce saligna,

  sed non et vasto est inguine terribilis.

Huc, Calybita, veni: lassus iam sudat asellus;

  parce illi: Vestae delicium est asinus.

Nunc cantu crebro rumpunt arbusta cicadae,

  nunc varia in gelida sede lacerta latet:

si sapis, aestivo recubans nunc prolue vitro,

  seu vis crystalli ferre novos calices.

Hic age pampinea fessus requiesce sub umbra,

  et gravidum roseo necte caput strophio,

formosum tenerae decerpens ora puellae.

  A pereat, cui sunt prisca supercilia!

Quid cineri ingrato servas bene olentia serta?

  Anne coronato vis lapide ista tegi?

Pone merum et talos. Pereat, qui crastina curat!

  Mors aurem vellens ‘vivite, ait, venio’ ”.

 

 

LA SOSTA DEL CARRETTIERE

 

Brava a agitar sinuoso con nacchere il fianco,

con una crestina alla greca, la serva soriana

nel fumo di bettola balla eccitante, che pare

briaca, sbattendo col gomito il flauto stonato.

“Ci godi a restar costà fuori, stravolto dall’afa,

in mezzo alla polvere, invece di bere sdraiato?

Ci sono qua aiole e bersò con le coppe e le rose,

e cetre con flauti, triclini ombreggiati da stoie,

e pure un’arcadica grotta e c’è proprio il pastore

che zufola dolce e dà fiato all’agreste zampogna,

e c’è resinato un vinello che è appena spillato,

e in più le ghirlande di crochi e viole, e corone

commiste di rose ora gialle ora rosse, ed i gigli,

che in cesti di vimini qua ci ha portato la ninfa

del fiume Acheloo, di purissime acque imperlati,

e ben stagionate caciotte in canestri di giunco,

e prugne che sembrano fatte di cera autunnale,

e noci e castagne e, delizia, le mele più rosse,

e more sanguigne ci sono e gran pigne di uva,

e al gambo attaccato un cocomero verde, e ci trovi

il frutto mondato di Cerere, e Bacco, ed Amore...

Nell’orto è Priàpo, il custode, ma il suo falcettino

di salice non ti spaventi e il suo inguine enorme!

Su, vieni: sei moscio? Ti suda sfiancato anche il ciuco.

Pena non n’hai? L’asinello è il tesoro di Vesta!

Stroncano gli alberi ormai le ostinate cicale

e sta la striata lucertola al fresco in un rovo.

Col caldo che fa, se sei furbo, ti sdrai col bicchiere;

se poi più del vetro tu cerchi i cristalli, ci sono.

Sei stracco: rilàssati all’ombra dei pampini, vieni,

sul capo che ciondola mettiti un serto di rose

e strappa bacetti ad un fior di figliola, e all’inferno

chi aggrotta la fronte... O vuoi conservar le olezzanti

corone alle ceneri? Speri ti dicano grazie?

Aspiri tu a un marmo con sopra dei fiori? Ma dadi

e vino sul tavolo, e crepi chi pensa al domani!

‘Vivi  - la Morte ti pizzica il lobo - ora vengo!’ ”

 

 

www.webalice.it/marcocipollini

 


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