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Silvio Aman: una serata al Cooperativo di Zurigo. Giampiero Neri. Tellustratti 7
Giampiero Neri
Giampiero Neri 
30 Novembre 2006
 
Il nostro treno viaggiava piuttosto lentamente, facendoci sentire il suono calmo e ritmato delle ruote sulle giunture dei binari, sicché, per raggiungere la città di Uldrich Zwingli, da Milano, io e il poeta Giampiero Neri, impiegammo circa quattro ore. Tanto? No, perché la nostra piacevolissima conversazione, trasformando, anzi ingannando ogni misura cartesiana del tempo in una elastica durée, ce le ha fatte dimenticare. D’altro canto, Neri è un uomo meditativo e decisamente contrario alla velocità, da lui associata a eventi nefasti. In Armi e mestieri (Mondadori) leggiamo: «Andava con altri due o tre/ che lo seguivano nella scia/ di una velocità senza requie/ nei disordini»; «poi vennero i giorni veloci/ che rapidamente tramontavano»; la torre ostile, dice Flavio Giuseppe, «sorse con una velocità inaspettata»; «Correndo si allontanavano/ dal luogo dell’appostamento». A tal riguardo, il suo motto suona così: “Rifletti, prima di parlare”, e a me piace nutrirmi della sua lunga esperienza di conoscitore d’uomini, di persona che parla pensando e il cui discorso non viene mai offuscato dalla prosopopea del poeta. Ci si può dunque immaginare come siano trascorse queste ore, oltretutto incorniciate dalla grandiosa bellezza del paesaggio elvetico, perché quella dal treno è una veduta cinematografica, a lunghe e brevi sequenze, e guardando dai finestrini del “Cisalpino” non mancano certo le aperture sugli improvvisi abissi, i ghiacciai e i sognanti “allunghi” sui laghi, come potrebbe ricordarci, all’incirca, il viaggio verso Davos nella Montagna incantata di Thomas Mann.
Alla stazione di Zurigo, che a Neri era molto piaciuta per la sua leggera struttura aperta sulle vie e totalmente estranea alla gravitas della nostra Centrale milanese, abbiamo subito trovato i poeti Markus Hedigher e Franco Facchini, uno a destra e l’altro a sinistra, come i bravi di don Rodrigo, che al posto di alzare il dito della fatidica minaccia: “Voi avete intenzione di maritar…”, hanno chiamato un taxi per condurci al Cooperativo. Restava, almeno per me, la questione di comprendere cosa mai fosse questo Cooperativo, al cui nome immaginavo di dover finire in un covo politico d’altri tempi… “Dio mio, pensavo, adesso dovrò alzare il pugno e intonare ‘bandiera rossa’!” Invece, al piano terra, la zona adibita a ristorante mi hanno fatto pensare alla sala di una nave direttamente ormeggiata ai fianchi della via. Ho poi visto che le ampie e libere vetrate sull’esterno, anziché turbarne la quiete la rendevano serena, aperta e socievole – se si può attribuire simile caratteristica a una struttura edilizia – impressione corroborata dal sorriso di una cameriera simpaticamente incuriosita dalla nostra presenza. Questo senso di simpatia, si è poi protratto durante la conversazione con Franco Facchini, Pietro De Marchi, Markus Hediger, Michaela Baumann e alcuni italiani presenti: davvero un ottimo avvio per la lettura poetica in programma! Neri è stato presentato da Facchini – che mi invitò con rara gentilezza a esporre anch’io – e da De Marchi, il quale ha impresso alla sua cordiale, per non dire affettuosa esposizione, il timbro scherzoso ed elegante dell’artista in grado di superare con scioltezza ogni gravità accademica (egli è poeta oltre che docente universitario), e credo sia proprio questo il modo per interessare il pubblico e spingerlo a intervenire, come in effetti è accaduto.
La serata si è poi conclusa all’aperto, lungo la Spiegelgasse, dove gli amici ci hanno indicato le case in cui abitarono Lavater, Lenin, Goethe… e sulla Limmat, a notte ormai fonda, in un’atmosfera suggestiva – mentre De Marchi ci riprendeva con la sua fotocamera lampeggiante – e per me nel ricordo improvviso di lontane vacanze in Germania, dove ero stato a trovare un amica tedesca che rivedo spesso a Milano, sebbene, per una sorta di multiplo sdoppiamento, mi appaia sempre altrove. Forse per questo, mi venne in mente una bellissima poesia di Facchini:
 
Vogliamo sapere qual è
la cosa che amiamo veramente.
Ed essa è ogni volta una cosa
diversa, un istante ulteriore.
 
Nascosta e difesa dentro il pensiero,
non può essere detta.
Afferra ogni singolo amore
e ne è lontana.
 
Muta per non essere,
non esiste per diventare.
Vive dove c’è ancora
tanto vuoto da colmare.
E lì soffoca e si astrae.   
 
E se invece di fermarmi qui, o aggiungere qualcosa della nostra mattinata allo Sprüngli, dove Facchini ci ha permesso di gustare un caffè davvero eccellente, continuassi a parlare di Neri? In tal caso, intitolerei così la mia memoria:
 
PRANZO A PUSIANO
 
La parvenza di alcuni luoghi e oggetti, nelle poesie di Neri, aveva assunto per me un sapore mitico, e pensando al film della Duse, alla scritta ormai scomparsa “Società Sirio” (tracce di “un mondo scomparso”, compreso il documento consolare scorto un giorno dal poeta in una sala disabitata e saccheggiata di Villa Nena, al fine di proteggere la proprietaria, cittadina svizzera) mi chiedevo: “Esisteranno ancora il teatro “Licinium”, il monumento del Terragni e Villa Nena”? C’era in me curiosità, sia riguardo a queste presenze, sia a certi passaggi della sua opera, che mi interessava sapere a cosa si riferissero; ma poiché nei giorni in cui ero impegnato a curare un volume opere critiche dedicato a Teatro naturale, Neri non fu largo di notizie, anzi una sera, a una mia precisa domanda, mi rispose soddisfatto: «Questo non te lo dico!», non volli infrangerne la reticenza. D’altronde, sarebbe stato comico, se egli mi avesse chiarito tutti i punti difficili del proprio lavoro, come se si trattasse di tradurlo in percorsi di immediata comprensione.
Tornando ai luoghi, la cui presenza ha costellato in modo laconico, e forse proprio per questo più suggestiva, l’opera appena citata, è stata poi la nostra amicizia a portarci gradualmente a visitarli, come il Monumento ai caduti del Terragni e il Teatro “Licinium” a Erba, senza che io ne restassi deluso, se penso alla distanza tra la parvenza suscitata dalla parola e l’oggetto nella sua concretezza e ambientazione. Il Monumento ai caduti, ha prodotto in me un ricordo indelebile. La scala fiancheggiata dai cipressi, che abbiamo salita in silenzio fino al vecchio Krupp, un cannone da campagna della prima guerra mondiale, è enorme e, contro ogni attesa di effetti prospettici, dà l’impressione di sfociare dilatata verso il cielo. Questi ritorni a Erba, dove un giorno avevamo anche visitato la sua casa natale e il ginnasio nel quale studiò, suscitavano nel poeta dei sentimenti contrastanti. Forse agivano in lui i ricordi di un’infanzia felice, ma anche pensieri luttuosi, legati alla morte violenta del padre. Io e Neri siamo ambedue lombardi, nati nelle stesse “terre di laghi”, ma considerata la nostra condizione di esseri sradicati, di persone che persero fin da piccoli il contatto con la terra di origine e i compagni di un tempo, abbiamo eletto a nostra nuova patria una città lacustre dell’alta Lombardia, ai confini con la Svizzera, fatto che, pur lasciando intatta la nostalgia (della nostra casa, o della nostra prima giovinezza?), ci permette di respirarne la stessa aria.   
L’interesse di Giampiero Neri per i luoghi, è un fatto evidente in Teatro naturale, libro incentrato sull’osservazione della natura – in rapporto al mimetismo e alla molteplicità dei dispositivi di difesa e aggressione – specie laddove è possibile trovare dei punti di contatto o addirittura di sovrapposizione con la storia, che nel suo ripetersi appare maestra di vita solo sui libri scolastici. Pensiamo, per esempio, alla guerra, alla violenta affermazione della volontà e al rapporto fra legge e potere: tutte questioni approfondite, in sede filosofica, metapsicologica e giuridica, da Schopenhauer, Nietzsche, Mann, Freud, Carl Schmitt, Doloso Cortès, senza dimenticare Taubes, riguardo al rapporto amico-nemico, che tanto interesse ha suscitato in lui. Da qui, la necessità di intendere la poesia sotto il profilo dell’informazione, a cui meglio risponde la sua prosa laconicamente affascinante, senza mai cedere ai vacui lampeggiamenti dell’io. Ma come? Prestando attenzione ad alcuni particolari, appunto secondo l’attenta osservazione di chi ama leggere i Souvenir entomologique di Fabre: «L’osservatore si orienta su alcuni particolari», dunque su una linea scientifica, moderna, e certo più adatta a rintracciare un accaduto (pensiamo a Nietzsche e a Freud, “archeologi” e “genealogisti” dell’accadere psichico e sociale), nonché a far nascere inquietanti parallelismi fra il passato e il nostro tempo, a dispetto di ogni illusione sulle possibilità di progresso dello spirito. Il discorso attorno alla violenza, costante motivo della sua riflessione, non deve però mostrarci il poeta come un ingenuo amico della pace, perché egli, tra l’altro più adatto a leggere Dante e l’epopea omerica, che autori pur grandissimi come il Pascoli, è in fondo un guerriero, un uomo costantemente animato dallo spirito di competizione e ben conscio di come la guerra continui, sia pure nei modi silenti e mediati dalla civiltà, anche nella cosiddetta repubblica delle lettere. 
Ciò che mi piace di Neri, è questo: stando con lui non si incappa mai nelle vischiose lamentele, intolleranze e narcisismi di certi poeti – che tali si sentono anche quando vanno dal giornalaio – e con lui si ha piuttosto l’idea di parlare con un saggio signore, il quale, per una simpatica caratteristica del suo temperamento, si mostra disponibile a improvvisi slanci e alla capacità di lasciarsi suggestionare dal mondo esterno. Ricordo bene il fascino che lo aveva colto alla vista delle montagne buie e digradanti verso il lago di Lugano, dove eravamo diretti per una visita al poeta Gilberto Isella, e di due falchi usciti all’improvviso. La parola “saggio” non la uso per attribuire a Neri l’aria del maestro zen – come è stato definito da critici e studiosi, forse colpiti da aspetti quali la pacatezza, la parsimonia, l’incedere lento – perché si sa come quei maestri potessero anche infuriarsi e colpire con il bastone i loro riluttanti allievi. Ho visto più volte Neri battere il pugno sul tavolo, scaraventare a terra montagne di libri, stracciare carte di poeti insulsi e esprimersi, a loro riguardo, con taglienti battute, a dispetto di ogni imperturbabile sorriso siddhartiano!
I discorsi con lui toccano, generalmente parlando, i casi della vita, i suoi aspetti ingannevoli, la relatività di certi enunciati in rapporto a un mutamento di condizioni e l’unilateralità di certi discorsi storici; per cui, anche quando passeggiando e pranzando il suo discorso si dirama in libertà, non va mai persa l’idea che a reggerlo sia sempre il conoscitore d’uomini. Discorsi cupi? Assolutamente no! Il suo bisogno di riflettere attraverso la poesia (sebbene niente lo obblighi a “divorare” libri e a circondarsene: ne ha così pochi, in casa!) sulle vicende della vita, sulla distruzione perpetrata dal tempo e sulle diverse ingiustizie della storia, anziché spingerlo al lamento e al nichilismo, lo conserva nel suo carattere saldamente combattivo, con la fortuna di non doversi disincantare, pentire o cambiare strada, perché pur avendo vissuto anni difficili, specie durante la guerra, e momenti davvero tragici, egli pare non abbia mai perso la fede nel suo lavoro, né un’intima disponibilità al godimento, si tratti di un bel film, di una favolosa bottiglia di vino, di un volto incantevole, di una pianta insolita o di un animale scoperto all’improvviso. Così, se un mattino d’inverno ho potuto vedere la “filosofica famiglia” di una sua composizione, cioè un gruppo di gufi appollaiati sui rami di un cedrus, lo devo proprio alla sua contaminante e entusiastica curiosità. 
Contrariamente a certi poeti perennemente offesi, irritati, spesso veri e propri esemplari di esistenze catastrofiche, coi quali eviteremmo di trascorrere anche solo dieci minuti, quel che colpisce nel “maestro in ombra”, è la sua cordiale capacità di rilassarsi, qualità molto rara e segno di grande civiltà, come ho anche avuto modo di trovare nello scrittore Giancarlo Buzzi, nostro raro commensale, di cui si può dire tutto, tranne che non abbia il senso del tragico. Ricordo con piacere i nostri pranzi, certo punteggiati da varie considerazioni sulla poesia e sul lavoro dei poeti, ma preferibilmente aperti alla vita, e in modo speciale quelli ordinati a Pusiano nel giardino del ristorante Negri proprio in riva al lago... unter den Linden. Sono i momenti in cui il volto di Neri si spalanca subito a un senso di benessere accompagnato dalla frase: “Bene, adesso parliamo un po’ delle nostre cose, abbiamo tanta carne al fuoco!”. E le portate? Pesce in carpione e il famoso risotto con i filetti di persico accompagnati da una calorosa bottiglia, mentre la luce proietta un gioco di foglie sulla tovaglia bianca… Neri divora tutto con un piacere che a dir la verità gli invidio. Io mi impegno per non restargli indietro, e bevo il vino che mi versa con una generosità allarmante. Il persico è delicato, ma un giorno gli parlai dei famosi missoltini, agoni seccati al sole, e il loro sapore molto forte deve aver lasciato sulle labbra di Victoria Surliuga – amica addottorata negli Stati Uniti con una tesi sulla poesia di Neri – un ricordo quasi infernale, perché guardandomi con i suoi occhi verdi, fattisi improvvisamente bui, mi ingiunse di non tentarla più con simile pietanza. 
Se in quel giardino si arriva in anticipo, si possono sentire le campane delle diverse torri intonare il mezzogiorno sull’ovalità del lago: una prima e l’altra appresso, in suggestive dissonanze, mentre la luce intrisa dai vapori estivi sull’acqua abbagliante smorza i colori delle colline sobrie… e queste sono cose che restano impresse a lungo! Eccoci di nuovo: Neri, sua moglie Annamaria, un po’ controluce, e al mio fianco la fine Angela Giorgetti che discute di un Manzoni un po’ gauchiste, cosa che fa arrabbiare il poeta. Ma l’intorno silenzioso non ascolta, mentre una luce bianca, immobile, vaporosa e ampliante suscita un senso di eternità, come se lì dai tempi del Parini non fosse davvero cambiato nulla.
Quasi ogni anno, durante le vacanze estive, vado a trovare Giampiero Neri a Erba, e allora, costeggiando uno dei piccoli laghi insubri immerso nel verde, con la riva coperta di canneti, possiamo anche spingerci fino ad Asso per un aperitivo. Un giorno, su un’altra strada, forse verso Longone al Segrino, abbiamo incontrato due asinelli così simpatici, da volerli onorare della nostra benevola curiosità, e avevamo fatto bene. Eravamo anche noi sulla scia di Giordano Bruno, cultore dell’asinità, e cioè della dotta ignoranza? L’asino, animale che sulla strada “d’abitudine cammina sul margine estremo”, come la mula costeggiatrice di baratri sulla quale pendeva un mal messo e angosciato don Abbondio, è una presenza forte nella poesia di Neri, assieme alla famiglia degli Strigidi, fra cui spiccano, in una sorta di “ritratti in maschera”, la civetta e il gufo. Ma pensiamo poi anche al suo modo di rivolgere l’attenzione a certi fatti, che lo spinge a riflettere e apre sempre nuove prospettive, a volte inquietanti come in “Boreale”: il cielo rosso appariva un sogno o una “suggestione di rari passanti”, mentre era una premonizione, e non proprio rosea. Un giorno mi parlò di una certa contrada, sede di un convento, e alla mia osservazione, se quel luogo avrebbe dunque potuto infondere un senso di protezione e bontà, aggiunge che proprio lì uno dei frati aveva sequestrato una donna di passaggio, dopo averla sedotta… «Non è la prima volta che una mirabile serie di cause produce un effetto completamente diverso». Ma a parte ciò, pensando a Pusiano, all’orrido di Inverigo e a un’affascinante foto in bianco e nero del paesaggio erbese appesa nel suo soggiorno, ho spesso avuto l’impressione che Neri mi permettesse di afferrare meglio lo spirito di certi luoghi.
Durante i nostri pranzi, a lui capita spesso di nominare Gadda, e qualche anno fa, durante una nostra passeggiata in compagnia di Victoria Surliuga e Alessandro Carrera, ho potuto finalmente scorgere dall’esterno la sua ex villa, sita in Longone al Segrino, e ricordo ancora bene la targa in ceramica bianca con la scritta azzurra “Villa Gadda”. La villa si trova in un luogo isolato, intriso di riserbo, forse una sorta di “borgo selvaggio” che quel giorno mi ricordava, chissà perché, qualche grosso scandalo degli anni Venti. Neri ci parlava dello scrittore e di sua sorella che, vestiti di bianco, facevano assieme delle escursioni in bicicletta, presi a sassate dai buoni villici. Il contatto con la natura non rende necessariamente buoni, come credono in molti; Baudelaire, in Le peintre de la vie moderne, scrive: «Si passi in rassegna, si esamini tutto ciò che è naturale, tutte le azioni e i desideri del semplice uomo naturale e non si troverà altro che orrore». Lassù, per un improvviso gioco di associazioni, mi vennero in mente altre abitazioni simili: Villa Nena, che continuerò a sognare con i suoi balconi come onde verso il lago, quella di Guido Gozzano, e a Pasturo, sul versante “manzoniano” del lecchese, quella di Antonia Pozzi... Serene dimore, come apparirebbero al raro passante? Forse no.
Un’amica definì Neri uomo solare, e sebbene non avesse torto, specie per il sorriso rinfrancante, mi parrebbe più giusto farne notare l’ombra, ombra che irradia, tuttavia, un calore interno – accumulato – non solo per la sua propensione al nero, ma per l’insieme: la camminata da oscuro e grosso felino, l’estrema lentezza dell’eloquio sospeso da lunghe pause di ricerca, gli enunciati ribaditi due volte o espressi con prolungamenti vocalici in versione esclamativa, l’indubbia cordialità, l’atteggiamento meditativo rotto talvolta da improvvisi e forse anche pericolosi impulsi, la reticenza, il camuffamento… Tutti elementi che potrei definire come quelli di un denso sole nero, e che uniti contribuiscono comunque a rinforzare in chi lo osservi un’idea di solidità, di economia asciutta, sia nel discorso, sia nella poesia; l’idea, insomma, di una persona poco propensa alle divagazioni. “Venga al dunque!”: così disse un giorno, picchiando un pugno sul tavolo, a un cliente della banca incline a compiere inutili giri di parole, e si trattava di un generale!
Prima di concludere, di venire al dunque, dopo l’istante dello sguardo, occorre avere il tempo di comprendere, e questo Neri lo sa, perché se non ama chi tergiversa, specie in poesia, egli considera la fretta un segno del maligno. La tendenza a riflettere, prima di parlare, è una sua caratteristica, e questo vale anche per l’osservazione e l’esplorazione in grado di nutrirne il lavoro, specie riguardo a cose che le “guide indiane”, prese da strana cecità, non colgono, pur avendole davanti agli occhi. Nel noto racconto di Edgar Allan Poe, il commissario non trovava la Lettera rubata, proprio perché, da par suo, la cercava affannosamente col microscopio, esplorando addirittura sedie e fodere, mentre era lì dove non avrebbe mai sospettato potesse avercela messa l’accorto ministro: in un portacarte appeso al camino, tanto che chiunque avrebbe potuto individuarla. Per scoprire la verità, non occorre accanirsi, basta osservare e ascoltare in modo fluttuante, senza microscopi e con calma; d’altra parte, come mi disse Neri un giorno: «La lepre si prende senza correre!».
 
Silvio Aman

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