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Altre poesie di Virgilio Piñera 
Omaggio al poeta, nel Centenario della nascita
25 Agosto 2012
 

I DISASTRI

 

1. La murena

 

Niente medita la murena;

un tema della romanità;

io non suggerisco gli schiavi,

non dico la voracità.

 

Tra la testa e la coda

- in uno spazio senza via d’uscita -

la murena è desolata.

Non è un problema di cibo.

 

Tutti pontificavano

che la murena risolveva

un problema di gastronomia.

Chissà se Cesare sapeva…

 

Lo schiavo sotto le acque

era un pretesto romano;

il popolo batteva le mani,

la murena si oscurava…

 

La beatitudine della murena

non saliva in superficie:

per quale chioma prenderla

se la murena è calva?

 

La salvezza per un capello,

la beatitudine nello spazio;

la murena come un palazzo

disabitato, non potrebbe…

 

Nessuno definisce marino

il silenzio della murena;

è un silenzio repentino

il silenzio della murena.


Ascolta tra due suoni

il suo silenzio come un pilastro.

Il suo silenzio di murena

è il fiore del brivido.

 

Morde la memoria acquatica

la folgorazione del suo dorso,

e la tristezza, come un fastidio,

mostra la murena enigmatica.

 

 

2. L’ostrica

 

L’ostrica nelle sue tenebre assume

la quiete, il sistema linfatico,

la sua durata si riassume

nell’essere matematico.

 

Tra il niente il suo essere inondata,

scrosci di niente per comporla.

Come può essere che la perla

sia la malattia di una tomba?

 

Il diletto nella sua crosta

è il gioco del sudario.

Non sa separare l’ostrica

il ventaglio dalla cassa?

 

Il ventaglio inconsolabile

nella melodia della campana

sull’ostrica si avvolge

come uno stile memorabile.

 

Nessuna mano può sollevarti

nel tuo guscio. Venere sorgiva;

sotto quel tetto era la sua arte;

quello dell’ostrica aridamente.

 

Fila la sua palpitazione verde

con simmetria da sepolcro;

io non suggerisco di chiamare culto

la consonante che si perde.

 

Ma la sua atarassia annulla

il motore della conoscenza;

non fa rima l’ostrica, simula

l’inganno dell’accento.

 

L’inganno dove abita

la musica che non si ascolta:

la musica come una trota,

sotto il suo gelo si esercita.

 

Nell’inganno si perfeziona

l’unica testa che non pensa,

e appoggiata sulla sua rovina

l’ostrica la musica intreccia.

 

 

3. La iena

 

Quel modo di fare della iena

emana un odore speciale;

non è un capitolo del male

quel modo di fare della iena.

 

Il suo fetore ignora

- quel tema della letteratura -,

la quantità del suo aroma

ricostruisce la sua bocca pura.

 

Se la iena si stimola

con le viscere nauseabonde,

il suo strumento non dissimula:

dovete sapere che uno stile fonda.

 

Lo stile della carogna,

o l’indifferenza glaciale.

Si è vide mai sorridere questo animale?

Questo lo sa la carogna.

 

Nel giallo volo del dente

l’indifferenza si ritrae;

il volo che riassume la pungente

sordità della cataratta.

 

Se separa i bendati

piedi il suo muso, come un insulto,

il suo muso, tra le tombe, è

il dubbio di un animale colto.

 

Quel corpo quasi tutti

disorienta il gioco dell’occhio.

Chi ha potuto guardare per intero

il triangolo inscritto nel suo occhio?

 

Quel malinconico assalto

erige l’insepolta memoria:

la sua respirazione da contralto

si perfeziona nel suono della scoria.

 

Oh, tu, notturna, fredda, annienta

la pietà, la pelle immonda,

là il tuo profumo distilla,

fragrante dama delle tombe!

 

(1942)

 

 

 

L’ORO DEI GIORNI

 

Vita di Flora

 

Tu avevi grandi piedi e tacchi fastidiosi.
Indossa il fiore. Aspettami, che viaggeremo insieme!

 

Tu avevi grandi piedi. Che tristezza nell’aria!
Chi si mordeva la coda? Chi cantava quella melodia?

 

Tu avevi grandi piedi, amica mia rimasta in silenzio.
Una grande luce ti sorgeva. Dai piedi, dico, ti sorgeva,
e senza che nessuno lo sapesse se ne andò sorbendo il niente.

 

Un gran rumore si udiva nella tua stanza. Cosa sta accadendo a Flora?
Niente, che i suoi grandi piedi occupano tutto lo spazio.
Sì, tu avevi, avevi l’imponderabile amarezza d’una scarpa.

 

Andavi e venivi tra due caldi ferri da stiro:
Flora, fai bene attenzione, che i tuoi piedi sono molto grandi,
e la pellicceria ti assume per esibire le loro impronte giganti.

 

Flora, quante volte vagavi per il quartiere
chiedendo un po’ d’olio e lo splendore della luna t’incantava.
Subito salivano i tuoi due mostri nel letto,
i tuoi mostri terrorizzati da uno scarafaggio.

 

Flora, le tue calze rotte pendono come le lingue degli impiccati,

In quali piedi mettere queste orfane? Dove le tue ultime scarpe?

Senti, Flora: i tuoi piedi non entrano nel fiume che ti condurrà al niente,
al paese dove non ci sono grandi piedi né piccole mani né impiccati.
Tu volevi che suonassero il tamburo perché gli uccelli scendessero,
gli uccelli cantando tra le tue dita mentre il tamburo risuonava.
Un motivo feroce fluttuando per la rigidità delle tue piante,
tutto questo pensavi quando il ferro da stiro ti piegava.

 

Flora, ti accompagnerò fino alla tua ultima dimora.
Tu avevi grandi piedi e tacchi fastidiosi.

 

(1944)

 

 

 

Canto

 

In questo parco dove il sole provoca piaghe nelle spalle

dei passanti, non può arrivare il Giudizio Finale;

in questo parco tutti sanno una cosa, enorme e oscura,

che comunicano gli uni agli altri con enfasi funebre.

 

Una cosa potente, ma che ben intuiscono le rose

insieme a quei cavalli dove palpita la notte;

la zampa che schiaccia un seno cade dolcemente sopra

il cappello della dama dopo il precipitare dell’auto.

 

Dopo il precipitare un seno esce a viaggiare

per il parco onesto e terribile senza la minima quantità di malinconia,

un seno all’altezza della donna che fu sua padrona

e della callosa mano che nell’ombra ferocemente lo opprimeva.

 

Da quelle parti abbaiava un cane davanti a una buccia di banana,

lanciata in modo tale e con aria così grigia

che era una cosa impressionante;

potrei rattristarmi, ma preferisco arrendermi all’amore

in virtù di quel gesto infinitesimale

che sarebbe separare la mia mano dal suo guanto.

Dove sono i migliori canti d’amore, la rena nella passeggiata

di mio zio matto, i rapidi sguardi delle signore pronte a morire?

In quel momento entra rapidamente il becchino e dice alle signore:

Desiderate vedere?

 

Le cuoche retrocedono con i loro mestoli sollevati,

e il grembiule, come una vela fenicia, esulta;

passano il mar delle Antille, arrivano all’oceano polare,un uccello si

mette a volare.

Che orrore! Rimasero tutte insepolte!

 

(1944)

 

 

 

Rude mantello

 

Rude mantello,

non puoi fare altro che meravigliarti,

disponi la tua scapola

che l’angelo delle zucche

vuole intraprendere il viaggio.

 

Rude mantello.

Niente se non questa rude malinconia che è un uccello.

Forse se egli disponeva il becco tra due nubi

quando per non vedere il cielo i negri si tuffavano in acqua.

 

Rude mantello,

più bianco che il fazzoletto delle garze.

Oggi sono nati cinque mostri con suono d’arpa.

Se qualcuno è triste può sedersi sul palco.

 

Rude mantello,

mi perseguita il bordo del tuo vestito ferocemente svelato,

mi perseguita la risata della negra in extremis,

l’odore della strada dove un cavallo non portava nessuno.

 

Rude mantello,

questa scarpa potrebbe interrompere la tua solitudine,

ma io sto vigilando la luce

dal petto di una dama abituata alle lusinghe.

 

Rude mantello,

furioso e con un colpo sapevi

tutta la quantità di lebbra che porti

per ossequiare i venditori di stampe.

 

Tu povera spina dorsale facendo riverenze

ai frutti marciti nel suolo

che mai oseranno salire fino al petto del rude mantello.

 

Rude mantello,

quasi un singhiozzo soffoca quest’ora solenne

delle sbronze e la solitudine che opprime.

Neanche la più lieve brezza perdonerebbe questo collo di cigno

o la proboscide di elefante

che nottetempo si avvolge al collo di un’orchidea.

 

Rude mantello,

la tristezza di un casco sospeso nell’aria

può scatenare una guerra tra i girasoli

e instaurare il tremendo regno della luna.

 

Rude mantello,

esplodi biancheggiando per dimenticare i mistici.

Altra cosa non posso offrirti,

mantello con artigli.

E lo spaventoso seno della negra

macchi eternamente la tua purificata dimensione,

mentre io rido dopo aver gettato la mia bocca nel fango.

 

(1944)

 

 

 

Fardello

 

In piedi davanti alla finestra,

crudele, incompiuto, prigioniero.

Il vento? No, il pipistrello

che fende con le sue zampe l’aria.

Penosamente tento la carta

della libertà levando l’ancora.

Nel quartiere voci di alcune donne

che strillano davanti alla comparsa del sangue

della donzella che vive a piano terra.

Sua madre testarda stiratrice,

questo ombelico che mi obbliga a guardarlo,

la cravattina di tutti i giorni e le acque splendenti.

Splendenti in questa miseria di allegria di cocco

e di fette di banana?

Ah, la pelle gialla!

La bottega all’angolo piena di cadaveri,

la bottega che libera le ammirevoli barche di alcol.

Una riprovevole emozione nella notte,

una pioggia di orina che cade dal tetto.

Morirai, sì, morirai in pochi secondi;

divora la tua ultima banana,

affrettati, inghiottila, divorala subito.

La metà della banana cade pesantemente sul pavimento di terra.

Spara le tue ultime cartucce.

Un dolore di stomaco. Salve!

Come vendicarsi, come affondare la lingua,

e tutte le famiglie che stirano le loro cravatte,

senza sapere se verso l’alto, senza sapere se verso il basso.

Una pedata.

Che esca quell’automobile con la dama ingioiellata e il seno perforato,

molte malattie sotto la seta che fruscia,

le pustole che spiano e il detenuto codardo.

Al quinto piano, al quinto piano!

Vado a raccogliere le lacrime.

No, lei non può venire,

prima deve sapere che è un quinto piano,

un quinto piano pieno di quadri,

un quinto piano con il suo pittore al centro,

il pittore che dà pedate e tira fuori i suoi angeli.

Al quinto piano! Al quinto piano!

Oh, mare, che stai di fronte!

Sono strani segnali, nessuno può sapere senza prima denudarsi.

Al quinto piano! Al quinto piano!

Il pittore morirà sbranato

mentre guarda attraverso uno specchio i suoi paesaggi.

Una grande lingua che esce dal sole!

 

(1944)

 

 

 

Molte lodi

 

Le migliori lodi, la nostra più grande ammirazione

per questo mercato con dodicimila galline sgozzate;

le migliori lodi perché può quel sacco di zucchero

fare di un normale testicolo una festa gradevole.

E le deboli risa per i dodicimila epatici.

 

Molte lodi per il canceroso,

le usanze della musica nella bocca del cancro,

le intestinali evoluzioni delle trombe sono refrigeranti balsami,

in fondo al giardino allegramente putrefatto.

 

Molte lodi per la grande città,

i suoi uomini ridono davanti al cadavere.

La polvere può rovinare quegli occhi.

Nel fallo di un negro la creazione si mostra

e schiaccia la mosca nella bocca del morto.

 

Molta allegria, molte lodi.

Tutti noi resteremo qui senza guardare in alto,

molte lodi, copulazioni numerose,

si fanno libagioni matematicamente.

Noi resteremo.

Sapete mordere la polvere?

 

I venditori di tristezza insieme alle allegre ragazze,

le portatrici di sifilide mentre offrono la loro mercanzia,

i genitori mentre danno forti abbracci,

però tutti con la dignità del loro ruolo.

Mentre erano sgozzate le galline defecarono fisiologicamente.

Molte lodi.

 

Adesso si avvicinano i portatori di risa,

bei fiaschi di risa mostrano nel mercato,

i numerosi metodi alle parti del corpo:

sanguisughe, impiastri, trasfusioni di risa,

la vedova divora rapidamente un vassoio di risate.

Molta allegria, molte lodi.

 

Molta allegria nella lisca di pesce,

molta allegria nell’ernia strozzata.

Tutti morderemo la polvere.

Forse insinuo la malinconia?

La morte non potrà morire,

qui sta il nostro trionfo.

E molta allegria, molte lodi.

 

(1944)

 

 

 

Ah, dall’hotel…

 

I

 

È una catena?

Verso sera comincia il tribunale

E le aggressioni del leone sono ogni volta più numerose.

È davvero una catena?

Il tunnel passa e torna a passare davanti al tribunale

con i suoi rumori avvolti in un tappeto giallo.

Una catena con i suoi anelli?

Oggi giudicheranno il leone.

Tu, la piega del braccio destro, guarda e prostrati

fino a quando il manicomio intero sia entrato nel tunnel.

 

Passava una ragazza dalla falsa giovinezza?

Passavano le spaventose vecchie del salone verde?

E tu, tribunale, agita la campanella, tribunale mio, agitala con furia

che finisce di scendere l’ascensore.

Vuole salire con me?

È che davvero ho tanto coraggio

che desidererei accompagnare coloro che saliranno questa notte.

Ma non ci hanno ancora detto dove saremo giudicati,

sì, il leone sa dove saranno ascoltate le sue discolpe,

ma lui è sicuramente il re degli animali,

e io dico, noi, i residenti di questo hotel

con il suo tunnel che circoliamo senza la minima pietà.

È notevole, le voci non riescono a salire più in alto del primo piano,

e io so che c’è gente in attesa di certe chiamate…

Dicono che il leone sarà assolto.

Nel frattempo facciamo un giro per il quartiere.

 

Noti forse gli alberi o meglio la lingua del tunnel

che esce da quella finestra?

Non so se davvero sia una catena.

Subito annunciano con voce stentorea:

Assolto il leone! Tutti si commuovono.

Anima mia, sarà meglio che entri nel tunnel.

Con grande stupore del tribunale il leone finisce per suicidarsi.

 

II

 

No, se io circolo, se faccio lievi inclinazioni a destra e a sinistra,

se mi apro la camicia e mostro il petto,

no, non è quella la vera causa,

è, piuttosto, la mia resistenza, il mio orrore magnifico a non essere giudicato

alle sei della sera.

In qualche modo sarò rimpiazzato,

scenderò tra grandi calori fino al piano terra.

Allora non potrai invitarmi perché l’interrogatorio sarà molto lungo.

Ci sono diversi casi,

e non so per quale motivo mi si voglia giudicare proprio

alle sei della sera.

Tutti sanno che io sono uno arrivato da poco.

Neppure conosco il corridoio che porta alla cucina,

né le due pareti alte che si uniscono alle dodici del mattino

perché muoiano i ratti che infestano il cortile delle acque pluviali.

Sai, anima mia, che sono un semplice mortale,

che mi piace essere il timbro della grande città

e mi piace la banda musicale nel parco.

 

Però sì, devo protestare,

parlerò con l’ometto dell’ascensore,

griderò.

Oh, che strano!

ogni volta che lancio un grido il tunnel impallidisce,

si mette una rosa funebre e dice:

Povero me!

 

III

 

Dall’hotel un dorato ginocchio comincia la genuflessione,

attraendo tutto quel che è gelido documento alle sei della sera,

tutto quanto può essere più tardi o prima ardente,

ma che in quel momento delle sei è la congelazione del sole.

 

Possiamo ancora affermare che sia una catena?

Vedo come il grande animale salta,

i suoi anelli si rifugiano nel seno delle dame,

vedo come le toghe del tribunale si muovono al ritmo dei suoi grugniti,

la sua lingua esige la saliva di tutti,

la sua lingua, molto degnamente, asperge qui e là.


Contro pareti gialle, contro epitaffi che non si vedono, striscia,

decifra i messaggi lasciati dalla polvere delle scarpe nei mosaici,

nessuno sfugge alla lucentezza della sua lingua,

nessuno resiste alla sua perfetta mobilità,

gli uni e gli altri si osservano con lo sguardo tipico degli attori in scena

per comunicarsi che tutti sono alla fine la gran lingua.

E io pure, sì, io mi muovo per il salone con velocità sorprendente,

sono la gran lingua,

tutto quanto urta contro la mia porpora diventa porpora composta da

ferree aste,

ma già non sono le sei della sera. Sono stato condannato.

 

Qualcuno mi precede in questo salone che è come un piatto di sangue,

un piatto di sangue con una testa di bue che galleggia,

una testa di bue per alimentare la tua lingua, per placare la tua sete.

Che risa, la mia lingua sullo stesso boccone!

Il giro eterno e quegli uccelli che escono dalle sue papille,

quei grandi uccelli che si alzano in volo fino a perdersi nella coda del sole,

quei grandi uccelli sopra al silenzio.

 

(1944)

 

 

Traduzioni di Gordiano Lupi


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