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Vanna Mottarelli. Il prezzo della verità 
“Caso Gianoncelli” e libertà di stampa. Eseguita la sentenza d'appello
'Il ricco Epulone ed il mendico Lazzaro', ill. da 'La storia sacra' (Stab. Benzinger & Co., 1881) 
03 Ottobre 2009
 

La norma capestro della provvisoria esecuzione delle sentenze

Le sentenze sono provvisoriamente esecutive. Ciò significa che gli importi stabiliti con sentenze pronunciate in gradi inferiori debbono essere immediatamente pagati e, in caso di vittoria nei gradi superiori (Corte d’Appello per le sentenze del Tribunale e Cassazione per le sentenze della Corte d’Appello), gli importi verranno restituiti...

Detta così, la cosa potrebbe sembrare una banalità. Ma, in concreto, ha risvolti drammatici in quanto costituisce limitazione o preclusione al diritto di difesa.

Si pensi, per esempio, a coloro (e ve ne sono molti) che, impossibilitati a far fronte all’immediato pagamento di sentenze provvisoriamente esecutive subiscono un pignoramento immobiliare e conseguente (s)vendita degli immobili.

A trarre vantaggio da tale dramma umano sono gli speculatori, i quali, stanno in agguato come sciacalli (chiediamo scusa agli sciacalli) in attesa che la vendita, di ribasso in ribasso, si tramuti in un lucroso affare.

E se (dopo molti anni) la sentenza verrà annullata al danno subentrano le beffe. Chi restituirà al malcapitato di turno la casa (s)venduta? Chi lo indennizzerà per il danno subito? Per ottenere il rimborso e il risarcimento danni cagionati dalla provvisoria esecutività deve promuovere nuova causa. Con quali mezzi? Con quali tempi? Con quale esito?

La possibilità di chiedere la sospensione della provvisoria esecutività della sentenza è contemplata dal nostro ordinamento, ma si tratta di mera ipotesi accademica. I ricorsi (salvo rarissime eccezioni che confermano la regola) vengono sistematicamente rigettati con la motivazione che non esistono (nemmeno se ci si trova di fronte a pignoramenti immobiliari) i presupposti di danno grave e irreparabile.

È questa la tanto decantata giustizia di cui l’Italia va fiera?


Il ricco Epulone, il povero Lazzaro

La Cooperativa Labos, come noto ai lettori, si trova in perenne difficoltà economico/finanziaria e se non ha chiuso i battenti lo deve al volontariato gratuito di tutti coloro che collaborano, ivi compresi i redattori, i direttori dei periodici, il presidente e il Consiglio di Amministrazione. Le vendite (ora solo per abbonamento) e la non certo sovrabbondante pubblicità riescono a malapena a coprire i costi di tipografia, ai quali debbono essere aggiunti i costi fissi di gestione (affitto, spese condominiali, ecc).

La somma liquidata con la sentenza della Corte d’Appello di Milano, pari a due anni di entrate derivanti dalle vendite dei prodotti editoriali pesa sulla Labos come un macigno.

Invano abbiamo posto in essere iniziative per differire il pagamento delle spese liquidate a favore di Marco Cottica per quella che la Corte d’Appello, con la sentenza impugnata per Cassazione, ritiene essere diffamazione ma che in realtà altro non è che il resoconto di amari e drammatici fatti di cronaca. Invano abbiamo chiesto la dilazione in attesa della pronuncia della Cassazione o quantomeno la rateizzazione in attesa che la Corte d’Appello si pronunciasse sul giudizio di sospensione.

Marco Cottica, comportandosi (metaforicamente parlando, ben s’intende) come un guerriero indiano che mostra con orgoglio lo scalpo del nemico, ha voluto tutto e subito (si sta parlando di ventinovemila euro e rotti) andando così a precostituire il presupposto dell’avvenuto pagamento e, quindi, a sostenere in Corte d’Appello che, essendo avvenuto l’integrale pagamento delle somme, non sussisteva il presupposto per concedere la sospensione. Il medesimo dimostrava, producendo la (propria) dichiarazione dei redditi, di essere talmente ricco da non avere difficoltà alcuna al rimborso della somma qualora la Cassazione avesse accolto il nostro ricorso.

C’è da chiedersi perché Cottica, visto che non ha bisogno di denaro, non abbia ritenuto di attendere l’esito del ricorso per Cassazione invece di pretendere il pagamento in forza di una sentenza solo provvisoriamente esecutiva. Per lui l’attesa sarebbe stata irrilevante. Se la Cassazione avesse accolto il nostro ricorso non avrebbe dovuto restituire le somme mentre, se lo avesse rigettato, la somma gli sarebbe stata riconosciuta maggiorata di interessi. Per la Labos, che al contrario di Cottica ha costantemente bisogno di denaro, il fatto di non dover sborsare le somme nell’immediato avrebbe consentito di respirare una boccata di ossigeno fino al deposito della sentenza della Cassazione.

Chissà perché quando penso a queste cose mi martella in testa la parabola del Ricco Epulone e del Povero Lazzaro (Vangelo secondo Luca 16, 19-31, cfr. box).


Gli ultimi Samurai

Nessuno ha messo in dubbio che, ove la Cassazione dovesse darci ragione (ne siamo pienamente convinti, e se così non fosse andremo alla Corte Europea per i diritti dell’uomo), Marco Cottica sarà in grado di rimborsare la somma fino all’ultimo centesimo. Il problema è un altro.

Il danno grave e irreparabile per la Labos non riguarda le future possibilità di recupero della somma, ma la mancanza nel presente di risorse economiche e finanziarie, tanto che per dar corso al pagamento ha dovuto contrarre prestiti. La somma di € 29.055,23 costituisce per la Cooperativa una perdita aggiuntiva rispetto a quella ordinaria annuale. Se la perdita non verrà ridotta mediante contributi o non verrà ripianata mediante versamento in conto capitale a fondo perso dei soci, la Cooperativa dovrà necessariamente cessare l’attività.

Forse, più che la bramosia di denaro, è stata la speranza di mettere in difficoltà la Labos (e di togliere dalla circolazione ‘l Gazetin!) che ha spinto il ricco Marco Cottica a opporsi con fermezza alla dilazione e alla rateizzazione delle ingenti spese di causa chieste alla Cooperativa, ormai ridotta alla canna del gas...

La Labos è stata fortemente voluta per impegno civico. Le notizie pubblicate su ‘l Gazetin a volte “disturbano” perché scomode ma sono tutte documentate e assolutamente veritiere e spesso la loro diffusione ha contribuito alla soluzione dei problemi. Ed è in forza degli ideali in cui crediamo che Enea e io, assieme ai soci e ai collaboratori tutti, nonostante le difficoltà che incontriamo strada facendo, non ci arrendiamo e continuiamo a sperare che le ingiustizie, prima o poi (meglio prima che poi!), abbiano a cessare.

La sentenza della Corte d’Appello e il “pignoramento selvaggio” nei nostri confronti non hanno scalfito il nostro impegno per ‘l Gazetin e per il giornale web Tellusfolio. Non è nemmeno da escludere che la Labos possa pubblicare un libro documentale sulle intricate vicende Gianoncelli. Continueremo a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni (che al momento si comportano come le tre scimmiette) affinché fatti drammatici come quelli occorsi alla famiglia Gianoncelli abbiano a cessare e fatti analoghi non debbano più ripetersi per il futuro...

Forse siamo dei sognatori o degli inguaribili illusi. O forse siamo semplicemente “gli ultimi Samurai”.


Cronaca di un “pignoramento selvaggio”

Quando ci è stato notificato il precetto non abbiamo dato corso al pagamento in quanto avevamo presentato ricorso per Cassazione e chiesto alla Corte d’Appello di Milano la sospensione della provvisoria esecutività della sentenza. Se avessimo pagato, non vi sarebbe stata alcuna possibilità di ottenere la sospensiva.

Marco Cottica è però riuscito a stupirci notificando a nostra insaputa, alla Banca Popolare di Sondrio e al Credito Valtellinese atto di pignoramento presso terzi per bloccare ipotetici crediti della Labos, di Enea Sansi e di Vanna Mottarelli. L’atto di pignoramento è stato notificato a noi solo dopo alcuni giorni. Il curatore, per bocca del suo legale, all’udienza davanti al Giudice dell’Esecuzione ha precisato che la notifica agli istituti di credito prima che agli interessati è un modo per evitare la fuga di capitali (portandoli all’estero e facendoli rientrare con lo scudo fiscale???).

Il pignoramento “selvaggio” a quanto pare costituisce procedura in voga ritenuta assolutamente regolare. Della serie: “In guerra e in amore tutto è lecito”.

Ma torniamo ai fatti. Il pignoramento, per quanto riguarda la Labos e Sansi, non ha sortito alcun esito, nel senso che nessun conto corrente avevano presso il Credito Valtellinese e presso la Banca Popolare. Per quanto riguarda la mia posizione, il pignoramento è andato parzialmente a buon fine (per il Cottica, ben s’intende) presso il solo Credito Valtellinese, dove sono intestataria di conto corrente utilizzato per la mia attività professionale. Sono venuta casualmente a conoscenza del pignoramento dopo che erano state respinte ricevute bancarie in scadenza. La somme pignorata (€ 6.000,00) era poca cosa rispetto alla somma che in solido avremmo dovuto pagare Enea, la Labos e io. Se il pignoramento fosse avvenuto pochi giorni prima, il tentativo sarebbe addirittura andato buco anche presso il Credito Valtellinese in quanto il conto era in profondo rosso (la crisi è, infatti, sentita anche da clienti del mio studio). Il blocco del mio conto corrente avrebbe danneggiato dipendenti, fornitori, erario, istituti previdenziali, a favore dei quali non avrei potuto dar corso a pagamenti, nemmeno allo scoperto.

Testardi sì, ma non incoscienti: visto che nessun altro doveva essere penalizzato a causa nostra, abbiamo presentato domanda di conversione prima che l’atto venisse a noi notificato e, quindi, prima ancora che il pignoramento venisse registrato presso il Giudice dell’Esecuzione. Con l’istanza di conversione (rimasta in sospeso parecchi giorni), evidenziando la pendenza del ricorso per Cassazione e del ricorso per la richiesta di sospensione della provvisoria esecutività della sentenza, abbiamo manifestato l’intenzione di versare l’intera somma purché dilazionata in attesa dell’esito di tali ricorsi e, in ogni caso, debitamente rateizzata. Il difensore di Marco Cottica si opponeva sia alla dilazione che alla rateizzazione.

Il Giudice, a tal punto, decideva che la somma avrebbe dovuto essere versata in un’unica soluzione entro l’udienza appositamente fissata. Diversamente avrebbe assegnato al Cottica, la somma pignorata (€ 6.000,00). Eravamo fortemente tentati di optare per tale ultima soluzione. Il Cottica per recuperare il saldo avrebbe dovuto effettuare altri pignoramenti. La Labos, tuttavia, al fine di prevenire uno stillicidio che avrebbe, tra l’altro, determinato la lievitazione delle spese legali in maniera esponenziale, ha optato per contrarre prestiti al fine di far fronte al pagamento. La somma, salita nel frattempo a oltre € 29.000,00 (la “mossa strategica” di Marco Cottica di eseguire pignoramento presso terzi, peraltro anche laddove i crediti erano inesistenti, ha comportato spese legali aggiuntive per circa € 2.000,00) è stata depositata su un conto corrente del Tribunale entro la data indicata dal Giudice dell’Esecuzione.

Nel frattempo la Corte d’Appello di Milano aveva fissato udienza al 16 giugno 2009 per discutere sulla sospensione della sentenza impugnata per Cassazione. Abbiamo chiesto al Giudice dell’Esecuzione di posticipare l’udienza per l’assegnazione della somma a dopo la pronuncia sulla sospensione. Il difensore di Marco Cottica si è opposto. L’obiettivo, fin troppo evidente, era quello di poter sostenere avanti la Corte d’Appello che non vi erano più i presupposti per concedere la sospensione in quanto la somma era stata nel frattempo assegnata per intero. Il Giudice dell’Esecuzione ha fissato al 6 luglio 2009 l’udienza per l’assegnazione definitiva delle somme (unica nota apprezzabile di questa assurda vicenda).

Il 16 giugno 2009, come era nell’aria, il Cottica chiedeva alla Corte d’Appello il rigetto della sospensione motivando che la somma nel frattempo era stata versata e dimostrando, mediante deposito della propria dichiarazione dei redditi, che in caso di accoglimento del nostro ricorso da parte della Cassazione non avrebbe avuto difficoltà a restituire le somme. Anche la Labos allegava le dichiarazioni dei redditi, dimostrando però di essere in perdita da anni. La Cooperativa documentava inoltre l’avvenuta contrazione dei prestiti. La Corte d’Appello, ritenendo infondato il timore del danno grave e irreparabile, rigettava la richiesta di sospensione della sentenza. E così Marco Cottica il sei luglio si è visto assegnare (provvisoriamente) la tanto agognata somma: il prezzo della verità.

Per il resto nulla è cambiato. A ciascuno il proprio orgoglio. A lui l’orgoglio di avere vinto la seconda battaglia (la prima l’abbiamo vinta noi). A noi l’orgoglio di essere vicini alla famiglia Gianoncelli e di aver raccontato senza timori la storia di un fallimento che, perdendo di vista le finalità per cui è stato dichiarato (interesse dei creditori), ha destinato tutte le risorse (eccezione fatta per una somma di € 36.152,00 distribuita ai creditori nell'ormai lontano 1999) per il pagamento di coloro che se ne occupano (curatore, consulenti e avvocati). Ci auguriamo che, in attesa dell’esito della guerra (Cassazione), il denaro sborsato con tanto sacrificio dalla Labos gli basti per vivere per lo stesso periodo (due anni) che all'incirca impiega il direttore del giornale, che svolge attività di lavoro dipendente, a guadagnare quella somma. Se invece dovesse durare quanto un battito d’ali è proprio il caso di dire, citando un noto proverbio dialettale valtellinese, che 'ndue gh’è la ganda el va i sass (i sassi vanno dove già c’è già il cumulo di altri sassi).


Ma dov’è la diffamazione?

Molti lettori hanno chiesto cosa ci sia di diffamatorio negli articoli pubblicati su ‘l Gazetin a cura del Comitato Insieme per la Giustizia nel periodo settembre 2000/aprile 2001.

Ce lo siamo chiesti anche noi. La Corte d’Appello di Milano, a fronte di fatti corrispondenti alla verità storica (accertata dal Tribunale di Sondrio e mai smentita), ha ritenuto diffamatorie frasi che non trovano riscontro letterale negli articoli e ha attribuito significato totalmente avulso dalla realtà a espressioni estrapolate alla rinfusa dal contesto in cui erano state scritte.

Ne è esempio lampante il fatto che l’appello dell’associazione Insieme per la Giustizia, pubblicato su ‘l Gazetin del mese di gennaio 2001: «Vorremmo rivolgere una domanda a coloro che, forti del potere, fanno del male alle persone deboli e indifese: Se un giorno i vostri figli o i figli dei vostri figli si trovassero in difficoltà e incontrassero sul loro cammino persone come voi ne sareste felici?» sia stato così stravolto: «E che dire infine, della pesante accusa indirizzata al curatore e al G.D., indicati come emblema di crudeltà assolutamente da evitare: “se un giorno i vostri figli e i figli dei vostri figli si trovassero in difficoltà e incontrassero nel loro cammino persone come voi, ne sareste felici?”».

I destinatari dell’appello dell'Associazione (coloro) sono una pluralità di soggetti non meglio identificati che rivestono ruoli istituzionali di potere e non sono certo riconducibili al curatore Marco Cottica e al giudice delegato Fanfarillo (estraneo alla causa), i quali, peraltro, a quanto ci consta, all’epoca in cui gli articoli sono stati scritti non avevano figli.

Senza contare che è assurdo ritenere diffamatoria quella domanda (perché di domanda si tratta), in quanto chiunque (a meno che non avesse la coda di paglia) avrebbe ben potuto rispondere: “Sì, ne sarei felice”.



LA PARABOLA. DAL VANGELO SECONDO LUCA

Il ricco Epulone e il povero Lazzaro


C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento.

Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi.

(Luca 16, 19-31)


Vanna Mottarelli

(da 'l Gazetin, agosto 2009)

 

Qui per documentazione sul Caso Gianoncelli

 


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