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Valter Vecellio. La “resistenza” non è una metafora 
Significa acquisire consapevolezza di quello che accade, e che ci accade
Valter Vecellio (foto Marco Gentili)
Valter Vecellio (foto Marco Gentili) 
25 Marzo 2009
 

Questo intervento si collega e intende sviluppare il discorso avviato da Guido Biancardi con il suo “Quando a ripresentarsi sono domande impellenti, senza risposta” (Notizie Radicali del 23 marzo). Ora la diagnosi, sfumatura più o meno, è tutto sommato piuttosto facile da fare, ed è da credere, che ci trovi tutti concordi; la realtà quotidiana è sotto gli occhi di tutti, visibile a chiunque non si metta fette di prosciutto sugli occhi: il centro-destra è quello che è, il peggio del “vecchio” che si salda con il peggio del “nuovo”; su quel fronte c’è poco da coltivare illusioni: Silvio Berlusconi ogni giorno, con la sua azione di “sgoverno” testimonia come sia calzante la definizione di “buono a nulla, capace di tutto”: il pasticcio del cosiddetto “piano casa”, annunciato, spiegato, chiosato ampiamente sui giornali “di casa” per poi essere clamorosamente smentito, è emblematico. Ma è solo l’ultimo degli innumerevoli esempi che si possono fare: una politica con accenti e vocazioni peroniste, quella di Berlusconi, una sommatoria di castronerie i cui effetti deleteri paghiamo, abbiamo pagato, e ancor più pagheremo. L’anomalia costituita da Gianfranco Fini, è, appunto, un’anomalia. Felice, interessante, che va studiata e se possibile, valorizzata; ma è pur sempre un’anomalia. La sua “solitudine” si è colta in modo inequivocabile nei giorni dell’ultimo congresso di Alleanza Nazionale: basta ascoltarli, i Gasparri, i La Russa, i Matteoli e tutti gli altri: Fini ormai è un alieno per il suo stesso partito.

 

Il centro-sinistra: dalla “zuppa” di Walter Veltroni con tutti i suoi possibili (e inimmaginabili) errori e felpate arroganze, siamo passati al “pan bagnato” di Dario Franceschini. L’Unità continua nella sua masochistica politica filo-dipietresca; Europa è una piccola tribuna dove si viene ospitati. Ma bisognerà pur annotare che interventi di dialogo e di proposta di Marco Pannella e di Gianfranco Spadaccia non sembra abbiano suscitato interesse. Proprio sicuri, al PD, che sia utile, saggio, giusto rinunciare al contributo militante e di elaborazione politico-culturale dei radicali e di quanti nei radicali si riconoscono? È un interrogativo, che certo non bisogna cessare e stancare di porsi. Ma è pur una risposta (e che risposta!) che finora le questioni poste siano rimaste inevase.

 

A completare il quadro, quelli che un tempo si sarebbero detti “cespugli”. Quello che resta di Rifondazione Comunista e la pattuglia dei Comunisti italiani, non sono un problema: coerenti nelle loro logiche settarie e ultra-minoritarie, seguono i loro impulsi e le loro vocazioni masochiste: per loro i radicali continuano a essere, per usare l’espressione coniata da Oliviero Diliberto con fine eleganza da comunista d’antan, “una rogna” da cui tenersi lontani. L’altro cartello, quello dei seguaci di Nichi Vendola, dai Verdi e dai socialisti, fa baluginare di tanto in tanto la possibilità che nella loro lista possa essere ospitato Marco Pannella; nel dirlo, nel proporlo, non si rendono conto neppure dell’offesa. E questo già di per sé costituisce la cifra del loro essere, e fa intendere in cosa consiste il loro “fare”.

 

Tutto questo per dire che dopo una ventina d’anni è molto probabile, quasi certo, che verrà meno una presenza radicale al Parlamento Europeo. Non è, evidentemente, un problema di Pannella: lui continuerà a essere e a fare quello che è e che fa; il problema sarà, soprattutto, nostro di cittadini, di questo paese. Che ci siano o non ci siano dei radicali al Parlamento Europeo, è la stessa cosa? Davvero non è un problema da porre e da porsi? È pur indicativo dello stato delle cose che nessuno – al di là dell’ambito radicale – si ponga il problema, almeno lo sollevi, ponga la questione.

«Mi sembra», annota Biancardi, «che quasi tutto sia stato già scritto». È vero: in termini di premesse, c’era e c’è già tutto; ed è una partita difficilissima, quella che vede impegnati i radicali. Molta parte del problema è costituito dall’informazione, per essere più esatti, dall’informazione negata. Anche qui c’è poco da aggiungere al già è noto; e che il problema sia posto e se lo pongano i soli radicali, anche questo non è privo di significato.

La “cosa” radicale dura da cinquant’anni; ora però un salto di qualità si impone. La stretta di regime è palpabile, si “respira”. Occorre trovare nuove risposte, nuove forme di lotta, dotarsi di nuovi strumenti e utensili. Occorrerà riflettere e tirare le fila dalle varie Chianciano, gli appuntamenti politici che sono stati organizzati nel 2008 e nel 2009 per consentire ai radicali e a tutti coloro che hanno ritenuto di cogliere l’occasione, una riflessione collettiva sul fa fare e sul come farlo.

Non credo esistano soluzioni taumaturgiche né per l’immediato né per il futuro prossimo; piuttosto occorrerà assumere più di quanto non si sia già cercato di fare, la mentalità del “guerrigliero”: ritirate, fughe, incursioni; non ci potranno essere comportamenti lineari, anzi sarà per forza di cose un procedere tortuoso, contraddittorio all’apparenza, e per questo si verrà sottoposti alle “intelligenti” critiche e osservazioni dei “coerenti” che si spezzano ma non si piegano. Salvo ogni volta, spezzarsi e piegarsi alla prima occasione. La linearità radicale sarà costituita dalla capacità di essere flessibili; e dalla velocità, dalla fantasia, dalla spregiudicatezza e freddezza nel profittare di ogni occasione che ogni giorno, ogni ora, si presenterà. Sarà una lunga marcia, difficile, faticosa, forse la più difficile e faticosa tra quelle intraprese. Non c’è dubbio che paghiamo stanchezze, logoramenti, scarsità di risorse. E quanta poca sia l’acqua su cui galleggiare, lo si riscontra ogni giorno. Per inciso: non è certo sufficiente avere una tessera radicale in tasca, per essere diversi dagli altri; e dunque si pagherà, come si paga, l’essere a volte “uguali”: con riflessi, tentazioni, miopie, limiti “uguali”, che non corrispondono e anzi configgono con l con gli obiettivi ambiziosi che ci si è dati.

 

La durata è la forma delle cose, rammenta spesso Pannella. La durata sarà data dalla capacità di saper fare – e coniugare insieme – cose straordinarie e ordinarie: la lotta quotidiana, gli impegni in cui già i radicali sono mobilitati; e l’ulteriore impegno che la situazione impone. La “resistenza” non è una metafora, va intesa nel suo senso letterale. Nessuno può garantire che un giorno nel nostro orizzonte vedremo arrivare gli americani, tantomeno che vi sia una Stalingrado che resiste alle armate naziste. Anzi, una lettura “realista” della situazione tenderebbe ad escluderlo. Però è pur vero che il calabrone vola, e sfida ogni legge di gravità. In questo senso ho parlato di necessità di “essere”, di garantire sempre e comunque una presenza. “Resistenza” significa anche acquisire coscienza e consapevolezza di quello che accade, e che ci accade. Con pazienza, ostinazione, è da qui che si dovrà cominciare e proseguire.

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 25 marzo 2009)


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