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Vittorio Giorgini. La crisi
08 Dicembre 2008
 

Inizierò a trattare l’argomento da lontano.

Tutti gli animali – quasi tutti – hanno un habitat che varia a seconda del territorio, della specie, dell’individuo o del gruppo. Si tratta di una superficie capace di dare all’individuo o al gruppo le condizioni necessarie alla loro sopravvivenza, che comprende fra l’altro la necessità di proteggersi, di nutrirsi e di procreare. È per questo che, forse, una delle prime forme di lotta, caratteristica di tutte le specie, è proprio stata quella per la conquista e la difesa del territorio.

Per quanto riguarda la nostra specie, le prime lotte più organizzate, a parte le “scaramucce” fra gruppi nomadi, sono state quelle delle tribù stanziali; dopo la costruzione dei villaggi, iniziavano le lotte per la supremazia territoriale: si invadevano villaggi limitrofi, uccidendo o facendo fuggire gli abitanti, per allargare il proprio territorio e quindi la propria disponibilità di vegetali, animali, acqua ecc. È questo il meccanismo che via via ha prodotto dai villaggi le città, dalle città gli Stati, le Nazioni e gli Imperi. Così la storia si è arricchita di tutte le rapine delle cose altrui, che vanno dal “semplice” ladrocinio individuale alle guerre di conquista.

Lo sviluppo delle nazioni europee e l’egemonia della religione cristiana fecero sì che i paesi cosiddetti occidentali, che avevano acquisito nel tempo tecniche più avanzate, fra cui quelle nautiche e delle armi fino a quelle da fuoco, furono in condizioni di occupare territori anche molto lontani, arricchendosi di nuove materie, di schiavi e altro. Così si sviluppò il colonialismo, che, fra l’altro, deriva il suo nome dal latino colonus, il contadino che lavora la terra per farla produrre (termine inesatto, perché nel caso del colonialismo si trattò di uomini armati la cui occupazione non era di coltivare, ma di depredare).

Tutte queste appropriazioni divennero situazioni stabili: i paesi conquistati si chiamarono colonie, il fatto di trasformarne usi, costumi e religioni si chiamò colonizzazione e quei paesi occidentali, come l’Inghilterra, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda, allargarono la propria azione di deculturizzazione. In quegli anni il fatto di appropriarsi di territori altrui e di arricchirsi significava l’aumento del potere a livello internazionale, inclusi i mezzi per sviluppare scienze e tecniche. Così successe con la Gran Bretagna, che divenne la più grande potenza marinara e il primo impero moderno del periodo industriale.

L’abuso di quelle Nazioni, che si sono arricchite a spese di territori tecnicamente meno evoluti, ha creato una situazione di scompenso fra i Paesi sfruttati e i Paesi che con questo sfruttamento traevano benefici. Che sia a livello individuale o collettivo, la questione è sempre la stessa: mors tua vita mea, un concetto romano che fu precisato e divulgato da Thomas Robert Malthus (1766-1834).

Nonostante tutti i soloni delle opinioni, delle filosofie e delle ideologie, il rispetto fra le persone e fra queste e le cose non ha fatto molta strada, anche se alcuni filosofi della Grecia e della Magna Grecia, fra i due e i tremila anni fa, qualcosa avevano detto.

È solo con l’Illuminismo che si è raggiunta una coscienza più specifica su quelli che sono i diritti umani e i diritti ambientali; ma questa coscienza, nata lentamente, non si è evoluta come sarebbe stato auspicabile e ancora oggi ha difficoltà a farsi strada: egoismo, egocentrismo, avidità e quant’altro riescono, seppure molto spesso mascherati, ad avere la meglio e a mantenere lo status quo. Abilissime in tale politica per l’Occidente sono state, negli ultimi due millenni, le Chiese cristiane: hanno avuto in mano l’educazione, la cultura, e anche i mercati e le idee di cui si appropriavano via via che cambiavano i tempi. I cambiamenti dei tempi obbligavano la Chiesa ad adeguarsi a volte in maniera autoritaria e violenta; queste violenze sono oggi oscurate dalla Chiesa stessa, sfruttando l’assenza di memoria storica e con l’atteggiamento di solidarietà buonistica e di elemosine virtuali.

 

La crisi odierna viene paragonata alla crisi del 1929 negli Stati Uniti, ma quest’ultima, come altre crisi del passato più o meno importanti, è stata di diversa natura.

È però vero che la crisi attuale, dati gli ultimi sviluppi delle tecniche, dei modi di sfruttamento istituzionalizzati e dei relativi mutamenti della vita, ha fatto sì che le violenze dei Paesi sviluppati, che si arricchivano a spese di popolazioni ancora allo stato preindustriale, abbiano raggiunto quel punto che si chiama “resa dei conti”. Lo sfruttamento di individui su individui, di aziende su aziende, di Paesi su Paesi, con lo svilupparsi delle scienze e delle tecniche, ha prodotto un aumento della popolazione a ritmi esplosivi. Tale aumento è stato visto come fatto positivo tanto dal punto di vista religioso che da quello economico/mercantile: per quanto riguarda il primo, più persone significano più pecore, cioè più servi e questue per la Chiesa; dall’altro lato più produttori significa più consumatori per le finanze e più capitali.

L’assoluta incapacità dei nostri signori del potere, con quegli intellettuali da questi prezzolati, non ha saputo capire che questa attività predatoria aveva dei limiti; la società, ubriaca dei cosiddetti benefici che credeva di acquisire, si è trovata senza saperlo e senza capirlo di fronte a una grande ondata – oggi va di moda lo tsunami – che io chiamo il colonialismo di ritorno. Come noi occidentali eravamo prima emigrati in altri Paesi per trarre ricchezze, e scavare miniere, trovando anche lavoro, oggi da quei Paesi esiste un fiume inarrestabile di persone che vogliono venire da noi per godere di quegli stessi benefici che gli erano stati sottratti. Queste logiche immigrazioni appaiono, insieme ai degradi ambientali e climatici, come una naturale controffensiva a seguito dell’offensiva che le nostre società da millenni avevano messo in atto, in tempi più antichi per ragioni di sopravvivenza, poi, con l’organizzarsi delle società, l’eccesso di cupidigia ha portato ad azioni contro se stessi e contro l’ambiente.

Ciò che non si riesce a vedere è che, nel colonizzare, la popolazione mondiale è passata nel XX secolo da un miliardo a oltre sette miliardi di individui – anche se si dice sei –. Ecco che oggi esistono in quei Paesi da noi già depredati, e quindi senza sviluppo e con risorse probabilmente in via di esaurimento, miliardi di persone che bene a ragione verranno in breve tempo a soffocarci.

Questa è la vera crisi di cui non vogliamo prendere coscienza! Costi sociali assolutamente non sostenibili tanto nei Paesi poveri che in quelli ricchi, mancanza di mezzi di sostentamento con le conseguenti esplosioni di ribellione, di rivolta, di rivoluzioni, guerre e simili, senza contare le malattie causate da situazioni di miseria, mancanza di igiene e avvelenamento dell’ambiente, tutte cose che chi volesse aprire gli occhi già potrebbe riconoscere in molti degli avvenimenti che già sono accaduti nel XX secolo e ancor più si prospettano nel XXI, per non parlare poi degli avvelenamenti e dei consumi delle risorse, con la conseguente impossibilità di gestire un habitat sano e confortevole, ma soprattutto sufficiente per tutti.

Speriamo di arrivare presto a capire che questa crisi è diversa da tutte le altre: potremmo dire che è la massima espressione di tutte le crisi già sperimentate nel tempo e, ahimè, se non ce ne rendiamo conto, sarà l’inizio della crisi finale, perché probabilmente lo sfruttamento avido ed egoistico delle nostre istituzioni, tutte, ha forse raggiunto quel punto che si chiama di non ritorno.

La comprensione di quanto qui detto inizia già ai tempi dei presocratici, ma è un granello che si allarga fra il Rinascimento e durante lo sviluppo dell’industria: già nell’Ottocento le nostre politiche venivano denunciate da pochi, che erano definiti disfattisti, catastrofisti, pessimisti e tutto ciò che del genere si può aggiungere. La situazione si aggravò molto nel dopoguerra e dalla metà del Novecento si continuano a nascondere i segnali di pericolo: a tutt’oggi esiste una forte corrente che cerca di occultare l’apocalisse di fronte alla quale ci troviamo.

 

Vittorio Giorgini


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