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Gino Songini. Non ci resta che piangere
25 Ottobre 2008
 

Caro Luciano Angelini,

le tue considerazioni sulla “fine della storia dei Tartanesi” sono assolutamente chiare, veritiere e condivisibili. Del resto, chi ti può capire meglio di me, che ho vissuto sulla mia pelle gli stessi traumi? Io ho visto morire la mia Valle, ho visto finire la mia storia, ho visto tagliare le mie radici. Sono nato e cresciuto tra le vecchie case di Cataeggio, in una cucina antica, con le travi annerite dal fumo e il grande focolare di granito intorno al quale nelle sere d’inverno decine di persone si riunivano per “passare la sera” e dove le storie raccontate, sempre belle, sempre affascinanti, sempre diverse, accendevano la fantasia di noi bambini che stavamo ad ascoltare. Non ho nostalgia del fumo e delle travi annerite, ma il mio dolore è grande nel vedere come un centro storico straordinario, nel quale per secoli si è svolta la vita dei miei antenati, sia finito in pochi decenni (diciamo in vent’anni) sotto i colpi dell’ignoranza, dell’incuria e dell’indifferenza. Case vecchie, di pietra e di legno, cantine profonde, con scale che scendevano lungo le vie selciate, forni per il pane che circondavano le antiche abitazioni come una magica cintura, balconi di quercia e di castagno, grandi tetti di “piode” che hanno sfidato i secoli. Tutto scomparso. Già, le ristrutturazioni. Parola che a me mette i brividi.

Poi i prati. Per secoli le falci della nostra gente hanno provveduto al taglio del fieno: due volte l’anno, a giugno e ad agosto. Prati che si stendevano nella luce della valle col loro splendore, in primavera ammantati di fiori, in autunno di un verde intenso, morbido e lucente come il più bel tappeto. Ora abbandonati. Ma abbandonati al punto che si può ben dire che non esistono più. Ricoperti di una vegetazione selvaggia, invadente e invasiva, con rovi sempre più fitti e sterpaglie sempre più grandi, buone soltanto a nascondere alla vista il cielo e la terra.

Poi i campi. Cosa ne può sapere un ragazzo di oggi di quello che erano i campi intorno ai nostri paesi? Nulla. Dei campi si potrebbe dire che si è persa perfino la memoria. Cosa ne sa un ragazzo di oggi delle splendide processioni di primavera, “le rogazioni” si chiamavano, quando si andava pregando e salmodiando per la campagna perché la terra non facesse mancare i suoi frutti?

La vigilia dell’Ascensione noi andavamo fino alla quattrocentesca chiesa di S. Bernardo, tra i campi coltivati di Còrnolo, dove il prete una volta l’anno celebrava anche la messa. Ora anche la chiesa è in rovina. Il bel campanile è ancora lì, anch’esso però in condizioni precarie. In compenso le sterpaglie, implacabili, stanno avvolgendo tutto.

Poi il fiume. Noi lo abbiamo sempre chiamato “fiume” il nostro torrente. Ricco di acque, provenienti dai nostri ghiacciai, ricchissimo di pesci. Quando c’erano le grandi piene capitava di trovare qualche trota perfino nei prati lungo le sponde. Poi vennero “i lavori” e quarant’anni or sono l’Enel provvide a prendersi l’acqua della Val dei Bagni, della Val di Mello e della Valle di Sasso Bisòlo. Per fortuna un poco di acqua riuscì a sfuggire alle grinfie predatrici e ancora scorre nel letto del Màsino. Ma ora, estate 2008, camion carichi di tubi dal diametro spaventoso vanno e vengono lungo la Valle per completare “le centraline” che stanno dando il colpo di grazia a quanto è rimasto. Nell’indifferenza generale gli scavatori rovesciano boschi, sentieri, sponde dei fiumi e provvedono a seminare nei nostri terreni monete d’oro che fioriranno sotto forma di guadagni portentosi per gli speculatori di turno. Non c’è Comune, non c’è privato, non c’è studio legale che possa opporsi. La forza del denaro è tremenda. Non bastava la nostra trascuratezza, la nostra incuria. Anche i soldi, venuti da vicino e da lontano, contribuiscono a uccidere il nostro ambiente, a rattristare le nostre anime.

Caro Angelini, forse era meglio che anche noi nascessimo senza tutto questo amore per la nostra terra, per la nostra storia, per le nostre radici. Perché tanto qualcuno ci dice sempre che noi soffriamo di nostalgie sterili e incomprensibili. Che delle case vecchie non se ne faceva più niente nessuno. Che l’economia è cambiata e che è giusto che i prati e i campi siano abbandonati. Che c’è bisogno di energia e che quindi bisogna costruire le centraline. Cosa vuoi. La Val Màsino era una valle da favola ed è ridotta come è ridotta. La Val di Tàrtano di una volta, che anch’io ho fatto in tempo a conoscere, non esiste più. I soldi l’hanno devastata e stravolta. Che vale rispondere che i centri storici si potevano salvare? In Svizzera, a Vicosoprano, che non è lontanissimo da noi, l’hanno fatto. A Soglio, sempre in Val Bregaglia, lo stesso. In Val Poschiavo i prati e i boschi ancora brillano nella luce del sole tanto sono curati e lavorati. Noi abbiamo scelto la distruzione e la rovina. Nessuno, ma proprio nessuno, ha cura del nostro territorio.

Caro Angelini, le nostre parole, le nostre lamentazioni, lasciano il tempo che trovano. Purtroppo non servono a cambiare le cose. Ma ci si consenta almeno questo lamento, questo pianto greco, questo grido di dolore che esce spontaneo dal nostro animo. Tu dal versante orobico della Valtellina, io da quello retico, uniti nel deprecare il destino crudele delle nostre valli.

 

Gino Songini

(da 'l Gazetin, settembre 2008)


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