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Annamaria Rivera. Dialogo fra un anarchico e una gattara
01 Ottobre 2008
 

Non so definire la nonviolenza né spiegare ad altri come vada intesa e praticata. È faccenda troppo complicata e scivolosa, intrico che alimenta paradossi. Ci sono guerrafondai che si proclamano nonviolenti. Veterani e neofiti della nonviolenza che votano i crediti di guerra. Nonviolenti da sempre che son soliti cibarsi di creature torturate e uccise atrocemente. Cantori della violenza degli oppressi che non farebbero male ad una mosca. E ci sono quelli dell'ultima ora: piccoli tattici della nonviolenza, ma ostentata come dottrina, che abitualmente praticano mimesi e metafore feticistiche della guerra.

Lo so, ci sono anche veri maestri e testimoni di nonviolenza, insigni e rispettabili. Mi hanno insegnato molte cose ma non mi hanno sciolto i dubbi.

Preferisco allora usare questi termini: forse, “quella cosa lì” è un processo che esige, prima di tutto, empatia e com-passione, senso dell'uguaglianza e della giustizia; esercitandoli si può apprendere a sublimare i conflitti.

Detta così, può suonare approssimativa e banale. Perciò provo ad esprimermi col frammento di un mio racconto inedito, al quale do questo titolo: Dialogo fra un anarchico e una gattara.

*

Talvolta mi soffermavo a riflettere se ciò che io chiamavo scetticismo non fosse la vera matrice di quella certa attitudine alla compassione che attribuivo ai gatti di strada. Non avevo risposte, solo la consapevolezza che le mie analisi alla buona erano in qualche misura il frutto delle mie proiezioni. Uno dei pochissimi con i quali potevo parlarne senza timore di essere compatita come una demente era il signor Errico, l'anarchico, che volentieri si poneva in sintonia con le mie meditazioni gattesche.

Cara signora, ciò che lei chiama compassione -sì, lo so, lei l'intende in senso etimologico, come com-passione - non è altro che prossimità alle radici e alle ragioni dell'esistenza vitale. I gatti hanno la capacità di riconoscere quando un'esperienza si è compiuta, che sia la nascita o la morte. Sono vicini all'essenza della vita e dunque sanno cogliere il senso ultimo delle cose. Sì, certo, “essenza” è un termine inappropriato, non mi fraintenda: non parlo di metafisica e neanche di pura e semplice biologia, semmai di quei contenuti vitali che trascendono le forme storiche.

E quando una volta la conversazione cadde sul luogo comune che attribuisce ai gatti una speciale aggressività, il signor Errico osò esprimere un pensiero che io avevo sempre tenuto per me stessa.

Lei che è una così acuta osservatrice dovrebbe sapere che i gatti non conoscono antagonismi assoluti, solo relativi e situazionali. Non concepiscono nemici, solo prede. E se hanno concorrenti o presenze ostili, per lo più scelgono la fuga o la manovra obliqua: attaccano solo quando non c'è altro da fare. Osservi dei maschi adulti non castrati: si renderà conto di quanto i loro conflitti, per una femmina o un territorio, siano stilizzati al massimo. Vede? Ho detto “territorio”: ancora una volta sono inciampato in una parola impropria! Anch'io sono vittima di luoghi comuni: solo gli umani possono concepire dei territori, cioè degli spazi circoscritti da confini fissi e lineari, magari blindati e sorvegliati con le armi. Le sembra che i gatti si muovano nello spazio come fosse un territorio? Mi perdoni, dunque: volevo dire che il loro azzuffarsi è tutta una pantomima fatta di avvicinamenti e allontanamenti, strusciamenti di muso e rapide ritirate, insomma di segnali -starei per dire simboli- per stilizzare e sublimare il conflitto. Se assumessimo i gatti come nostri maestri, ci renderemmo conto fino in fondo che i conflitti armati degli umani, per non parlare dell'innovazione delle guerre preventive e permanenti, appartengono alla pura follia, una follia innaturale: altro che istinto della specie! È per istinto che si può concepire e praticare un ossimoro orrendo come la guerra umanitaria?

Ascoltai in silenzio. Non era il caso di replicare: per quanto il signor Errico fosse enfatico, per quanto si beasse come sempre delle sue parole, questa volta era come se a parlare fossi stata io.

 

Annamaria Rivera

(da Voci e volti della nonviolenza, 1° ottobre 2008)

 

 

[Ringraziamo Anna Maria Rivera (per contatti: annamariarivera@libero.it) per questo intervento]


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