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Vanna Mottarelli. Facciamoci causa, ma vogliamoci bene! 
Un ennesimo racconto di mala giustizia
Giustizia imbarazzante
Giustizia imbarazzante 
02 Giugno 2008
 

Vidi per la prima volta Lina Moretti, mamma di Bianca, Bruno, Franco e Peppino Gianoncelli, nel 1998, alcuni mesi dopo la dichiarazione di fallimento. Fu lei a chiedere di conoscermi. Aveva una grande pena nel cuore...

 

Il racconto di Lina

Nel 1975 – cominciò a raccontare – tenevo in casa un libretto di risparmio al portatore sul quale era depositata una somma di circa 50 milioni di lire. In quell’anno mio marito Diletto venne ricoverato in ospedale per un intervento chirurgico, al quale subentrò un infarto cerebrale, che gli cagionò danni irreversibili. Passavo intere giornate al suo capezzale. Mia figlia Bianca, facendomi presente che era troppo rischioso lasciare il libretto nel mio appartamento incustodito, mi propose di darlo in amministrazione e custodia a suo marito Francesco Fiori. Così feci. Il ricovero si protrasse per mesi. Seguirono anni duri. Mio marito, disorientato nel tempo e nello spazio e incapace di proferire parola (afasico, nda) necessitava di assistenza continua. Morì nel mese di giugno 1981.

La successione venne curata da mio genero, il quale mi convinse a rinunciare all’eredità (un consistente patrimonio immobiliare, di cui ero proprietaria al 50%). Con il senno di poi mi rendo conto di avere fatto il primo madornale errore.

Nel dicembre del 1985 mia figlia mi ospitò per un mese a casa sua a seguito di un intervento chirurgico. Mi trovai talmente bene che al termine della convalescenza le donai 30 milioni (una cifra sufficiente all’epoca per acquistare una casa di lusso, nda). Le dissi di prelevarla dalle somme in amministrazione e custodia. Nel 1990 commisi il secondo imperdonabile errore. Su proposta di Bianca e suo marito, donai ai mie figli il mio 50% di immobili, tenendomi, l’usufrutto. In fondo, pensai, ho da parte una consistente somma che mi consente di affrontare serenamente la vecchiaia. Avevo fatto i conti senza l’oste...

Nel 1996 mi ammalai e venni ospitata nuovamente in casa di mia figlia dove passai un periodo di sedici mesi. Fu un inferno. I rapporti diventavano ogni giorno più difficili. Quando, mossa dalla forza della disperazione, volli tornare a casa, chiesi a Bianca di consegnarmi il denaro in amministrazione e custodia e il rendiconto. Mi rispose che le somme non c’erano più. Inoltrai la richiesta per raccomandata. Mia figlia giorni fa venne qui per farmi sottoscrivere un documento già compilato in cui avrei dovuto dichiarare, tra l’altro: «Il denaro di cui sopra fa parte della somma di denaro che la sottoscritta ha donato alla figlia Bianca» Per tacitarmi mi proponeva di accettare un assegno di L. 22.500.000, somma pari a quella giacente su due libretti al portatore. Nella dichiarazione che mi voleva far sottoscrivere era indicato l’ammontare delle somme investite in titoli (L. 90.000.000 e L. 49.000.000) e in obbligazioni Arca (L. 25.000.000). Mi rifiutai di firmare. Mi sentivo ingannata, ferita e umiliata.

Al fine di porre rimedio, almeno in parte agli errori del passato, ho fatto testamento a favore dei miei nipoti Giorgio, Marinella, Patrizia e Diletto, che si stanno prendendo cura amorevolmente di me e sui quali sono sicura di poter contare fino alla fine dei miei giorni...

 

Le vicende giudiziarie

La signora Lina incaricò un legale, il quale invitò Bianca e il marito a restituire le somme in amministrazione e custodia e a rendere il conto della gestione. Appena ricevuta la richiesta, Francesco Fiori vendette i titoli e depositò le somme su un libretto di risparmio. Ebbe quindi un incontro con l’avvocato di Lina, al quale, cambiando versione rispetto al contenuto della dichiarazione che Bianca voleva far sottoscrivere alla madre, sviluppò la singolare teoria che essendo il libretto al portatore cointestato con Diletto Gianoncelli e avendo Lina rinunciato all’eredità del marito, la metà delle somme (L. 138.263.000 pari a € 71.406,88) apparteneva ai figli del defunto, di cui due (Franco e Peppino) falliti.

In altri termini, colui che si è occupato della dichiarazione di successione, rivelava, a distanza di diciassette anni di avere tenuto nascosta ai tre figli maschi di Diletto Gianoncelli l’esistenza di una consistente eredità in denaro. E pensare che Franco e Peppino sono falliti proprio a causa di carenza di liquidità.

Francesco Fiori mostrò al legale di Lina un rendiconto, privo di pezze giustificative, dal quale risultavano prelevamenti che affermava essere donazioni alla figlia Bianca e ai nipoti, Roberto e Annalisa Fiori. Il messaggio era fin troppo eloquente. Se Lina non avesse accettato di essere tacitata con la somma residua di L. 56.938.000, Bianca avrebbe informato i fratelli e il curatore dell’esistenza delle somme, cosicché parte di esse sarebbe andata al fallimento. Lina, per nulla intimorita, chiedendo nuovamente la restituzione integrale delle somme negava di aver effettuato donazioni, eccezione fatta per quella di 30 milioni nel mese di gennaio 1986.

Bianca, nel mese di maggio 1998 scriveva una lettera ai fratelli, del seguente tenore: «Vi rendo noto che negli anni che vanno dal 1975 al 1977 (non ricordo esattamente), i nostri genitori mi hanno consegnato un libretto bancario…». La stessa affermava che metà delle somme amministrate apparteneva ai quattro figli del defunto. La lettera indirizzata a Franco e Peppino venne ricevuta dal curatore del fallimento, il quale in quel frangente rimase inerte.

Lina, visto il rifiuto alla restituzione, sporse querela nei confronti dei coniugi Fiori. Il procedimento penale venne archiviato con la motivazione che la vertenza aveva natura civilistica. Si vide quindi costretta a fare causa alla figlia e al genero chiedendo la condanna dei medesimi alla restituzione delle somme (eccezione fatta per quella di L. 56.938.000, unica riconosciuta, che nel frattempo le era stata versata con assegno circolare).

Bruno Gianoncelli, che aveva rotto i rapporti con la madre dal 1993, intervenne volontariamente in giudizio chiedendo la condanna dei coniugi Fiori al pagamento di quella che riteneva essere la sua porzione di eredità. Lina, a 88 anni compiuti, si presentò all’udienza di comparizione parti. Non altrettanto fecero la figlia Bianca, il genero e il figlio Bruno.

Nel mese di marzo 1999 (nel frattempo per una serie di lungaggini che non sto a raccontare non venne più tenuta alcuna udienza) venne esteso il fallimento a Bruno Gianoncelli. La causa venne interrotta. Lina fu costretta a riassumere il giudizio.

Il curatore dei fallimenti, rimasto fino a quel momento inerte, si costituì in giudizio, con due distinti interventi volontari chiedendo, con il primo la condanna di Bianca Gianoncelli e Francesco Fiori al pagamento della quota di eredità di pertinenza di Bruno e con il secondo la condanna dei medesimi al pagamento della quota di pertinenza di Franco e Peppino. La causa andò per le lunghe. Lina, motivando che il tempo per lei era tiranno, chiedeva di anticipare l’udienza in cui avrebbe dovuto rendere interpello. La richiesta non venne accolta.

L’interpello, come temuto, non poté essere reso dall’interessata in quanto affetta da broncopolmonite. Lina giustificò l’assenza con due certificati medici, di cui il primo senza l’indicazione della patologia (il medico l’aveva omessa in base alla legge sulla privacy) e il secondo, viste le contestazioni degli avvocati dei coniugi Fiori e dei fallimenti, con indicata la patologia.

 

La sentenza del Tribunale di Sondrio

Il Tribunale di Sondrio, Giudice Unico dott. Pietro Paci, con sentenza . 544/02 in data 9.11.2002, così decideva:

«accertato e dichiarato che la somma di lire 138.263.000 (quantificata al 3.3.1998) rientra nell'asse ereditario del defunto Gianoncelli Diletto e come tale, la detta somma non spetta a Moretti Lina ma tocca agli eredi del detto “de cuius”;

«condanna Gianoncelli Bianca in Fiori e Fiori Francesco, in solido tra di loro, a pagare a Gianoncelli Franco e Peppino (a loro spettante in qualità di eredi legittimi di Gianoncelli Diletto) e conseguentemente al fallimento Gianoncelli Franco, Peppino e Bruno s.n.c. per i soci in proprio Gianoncelli Franco e Peppino in persona del curatore del fallimento dr. Marco Cottica la somma di lire 69.131.500 (euro 35.703,44) oltre interessi legali dal 3.3.’98 al saldo;

«condanna Gianoncelli Bianca in Fiori e Fiori Francesco a pagare all’intervenuto Gianoncelli Bruno (in qualità di erede legittimo di Gianoncelli Diletto) e conseguentemente al fallimento del socio in proprio Gianoncelli Bruno in persona del Curatore del fallimento dr. Marco Cottica, la somma di lire 34.565.750 (euro 17.851,72) oltre interessi legali dal 3.3.’98 al saldo;

«accertato e dichiarato che i prelievi, le dazioni e le donazioni descritti nella narrativa della comparsa di risposta di parte convenuta operati sul conto dell’attrice sono validi e perfetti».

Le spese di giudizio vennero compensate.

Le motivazioni addotte dal Giudice Paci a sostegno del rigetto delle domande di Lina Moretti, lasciano, a dir poco, sconcertati:

«Altro importante elemento di prova che dimostra la circostanza che la somma depositata era di proprietà al 50% del signor Gianoncelli Diletto è rappresentata dal fatto che la parte attrice Moretti Lina non ha risposto all’interrogatorio formale ritualmente chiesto da parti convenute Fiori-Gianoncelli e dai terzi intervenuti fallimento Gianoncelli s.n.c. (si veda verbale di udienza 16.3.01).

«Pertanto il Giudicante tiene conto di tale mancata comparizione a rendere l’interrogatorio formale ai sensi dell’art. 232 c.p.c. e conseguentemente può ritenere come ammessi i fatti dedotti nell’interrogatorio formale ai sensi dell’art.232 c.p.c. e conseguentemente ritenere come pienamente provata la circostanza che la somma in questione fosse di proprietà del signor Gianoncelli Diletto e che conseguentemente spettasse agli eredi dello stesso. Nel caso di specie particolare importanza assume il fatto che la signora Moretti si sia sottratta all’interrogatorio formale (tenuto conto che la stessa all’udienza di comparizione delle parti era presente) visto che in sostanza l’unica persona che afferma essere proprietaria esclusiva della somma in questione è Lei stessa nei suoi atti».

Lina, nel 1998, quando si è tenuta l’udienza di comparizione delle parti (a cui era presente lei sola) aveva 88 anni, mentre quando si è tenuta l’udienza per interrogatorio formale in data 16 marzo 2001, a cui non ha potuto partecipare causa broncopolmonite comprovata da certificato medico, aveva 91 anni. Traggano i lettori le debite considerazioni...

Nella sentenza si legge inoltre: «se i convenuti avessero voluto fare i furbi avrebbero certamente tenuto un comportamento diverso rispetto a quello poi tenuto, comportamento che li vede costretti a restituire ai legittimi proprietari quasi l’intera somma da loro detenuta e fatta fruttare nel corso degli anni».

Qualsiasi commento è superfluo.

 

La sentenza della Corte d’Appello di Milano

Lina Moretti morì il 4 aprile 2003. Gli eredi Giorgio, Marinella, Patrizia e Diletto, in ossequio alla sua volontà, presentarono appello contro la sentenza n. 544/02 del Tribunale di Sondrio. L’appello si concluse con la sentenza n. 1505/06 con la quale, da un lato, è stata confermata la sentenza di primo grado per quanto riguarda la condanna dei coniugi Fiori a versare ai fallimenti le somme ritenute di pertinenza del marito Diletto Gianoncelli e dall’altro sono stati condannati «Fiori Francesco e Gianoncelli Bianca a restituire a Gianoncelli Giorgio, Gianoncelli Marinella, Gianoncelli Patrizia, Gianoncelli Diletto quali eredi di Moretti Lina la somma di € 30.447,45 oltre interessi dalle date dei singoli prelievi al saldo».

Le spese di entrambi i gradi di giudizio tra gli appellanti eredi di Lina Moretti e i coniugi Fiori, sono state integralmente compensate.

Anche le spese di entrambi i gradi di giudizio inerenti gli interventi volontari dei fallimenti promossi nei confronti dei coniugi Fiori, risultati soccombenti nei confronti dei primi, sono state poste a carico degli eredi di Lina, con la motivazione che «la richiesta dei fallimenti è stata fortemente contrastata dalla attrice Moretti, che, in primo grado ha chiesto di dichiarare l’inammissibilità dell’intervento del Fallimento, la carenza di legittimazione dello stesso e ha chiesto, ancora, nel merito, il rigetto delle domande del Fallimento. L’accoglimento delle domande del fallimento comporta dunque, che la Moretti e dunque, oggi gli odierni appellanti, alla rifusione delle spese sostenute dal fallimento Gianoncelli nel giudizio di primo grado…

«Anche le spese del presente grado sostenute dal fallimento Gianoncelli vanno poste a carico degli appellanti, i quali hanno insistito per ottenere la restituzione delle somme che vengono, invece, ritenute di spettanza del Fallimento e, dunque, sono soccombenti anche nel presente grado di giudizio».

In altri termini: Lina e i suoi eredi sono stati condannati alle spese a favore dei fallimenti perché hanno “osato” difendersi.

Il giudice di primo grado, per quanto riguarda l’appartenenza della somma di L. 138.263.000 all’asse ereditario del defunto Diletto Gianoncelli, ha fondato la propria decisione sul fatto che Lina non si era presentata all’udienza di interpello, mentre il giudice d’appello, non considerando le risultanze istruttorie (tra cui quella in cui i coniugi Fiori dichiaravano che le somme non appartenevano all’asse ereditario di Diletto Gianoncelli) giustificava la propria decisione con il fatto che Lina all’udienza di comparizione parti affermava «spontaneamente che la somma portata dal libretto di risparmio, cioè il risparmio mio e di mio marito, il libretto era intestato a me e mio marito».

Gli eredi di Lina hanno proposto ricorso per cassazione contro il quale i soli fallimenti hanno proposto controricorso.

 

Una sospetta alleanza

Nella duplice veste di procuratore generale di Lina Moretti, che ha per questo partecipato alle udienze, e di creditore privilegiato dei fallimenti, posso parlare con cognizione di causa. I fallimenti e i coniugi Fiori, sia nelle memorie che alle udienze, si sono comportati da alleati nonostante la loro posizione in conflitto. Che interesse aveva, infatti, il curatore a costituirsi volontariamente in giudizio? Nessuno. Assolutamente nessuno. Gli sarebbe bastato, al ricevimento della lettera con la quale Bianca Gianoncelli informava i fratelli di avere loro tenuta nascosta l’esistenza dell’eredità del padre morto nel 1981, chiedere l’erogazione delle somme che gli venivano offerte su un piatto d’argento. I creditori avrebbero potuto contare sul riparto di tali somme già dal mese di maggio 1998. In alternativa, visto che la causa vedeva coinvolti soggetti estranei al fallimento, avrebbe semplicemente dovuto, come si suole dire, “stare al balcone a guardare” presentandosi all’incasso qualora le somme, con sentenza passata in giudicato, fossero risultate di pertinenza dell’asse ereditario di Diletto Gianoncelli. Il tutto senza far spendere un centesimo ai creditori del fallimento (perché il curatore non paga certo di tasca sua) e senza cagionare danni di sorta a Lina Moretti e ai suoi eredi, come invece avvenuto.

È ragionevole sospettare che l’intervento volontario del curatore sia stato posto in essere al solo fine di dare man forte ai coniugi Fiori per ostacolare il recupero da parte di Lina delle somme date in amministrazione e custodia. È, infatti, singolare che i fallimenti abbiano preso posizione in giudizio anche in ordine al rigetto della richiesta di restituzione dei prelevamenti per asserite donazioni, circostanza che nulla ha a che fare con l’eredità di Diletto Gianoncelli. È inoltre inquietante l’insistenza con cui i fallimenti hanno chiesto la condanna di Lina e dei suoi eredi al pagamento delle spese di giudizio per il loro intervento volontario invece di chiedere la condanna nei confronti dei loro avversari, ossia i coniugi Fiori.

Questi ultimi, ricambiando la cortesia, hanno chiesto espressamente nelle loro memorie che i fallimenti venissero tenuti indenni dalle spese di giudizio.

Della serie: Facciamoci causa ma vogliamoci bene.

Le aspettative di quelli che avrebbero dovuto agire (quantomeno all’apparenza) da avversari sono state esaudite. I coniugi Fiori sono stati condannati a pagare ai fallimenti (invece che a Lina Moretti) tre quarti della somma di L. 138.263.000. Il tutto senza che i detentori delle somme venissero condannati al pagamento delle spese, che sono invece state poste a carico di chi ha fatto uscire allo scoperto la cosiddetta eredità nascosta.

Qualcosa è però andato storto anche agli “strani alleati”. I coniugi Fiori, sebbene a spese compensate, sono stati condannati a restituire agli eredi di Lina Moretti la somma di € 30.447,45 oltre interessi dalle date dei singoli prelievi al saldo.

Il curatore ha intimato di pagare, alle sole Patrizia e Marinella Gianoncelli in un unico precetto, l’importo complessivo € 37.327,08, pari alla somma delle spese legali liquidate a favore dell’avvocato Nicola Marchi con la sentenza n. 1505/06 della Corte d’Appello di Milano (€ 13.393,14) e delle spese legali liquidate al medesimo con la sentenza n. 144/06 del Tribunale di Sondrio (€ 14.801,05) inerente questa ultima alla causa di impugnazione testamento (di cui parlerò nel prossimo numero) e ha pignorato e messo in vendita l’appartamento di Patrizia Gianoncelli.

Se, per Enrico IV di Francia, “Parigi val bene una messa”, per il curatore dott. Marco Cottica, il giudice delegato dott. Fabrizio Fanfarillo (che ha dato la sua autorizzazione) e l'avv. Nicola Marchi (difensore dei fallimenti) “Due cause valgono bene un appartamento”.

Intanto la somma di € 62.840,46 versata dai coniugi Fiori nel 2003, non rendicontata né distribuita dal curatore dei fallimenti ai creditori, ...si è dissolta come neve al sole.

È questa, cari lettori, la tanto agognata giustizia di cui dovremmo andare fieri?

 

Vanna Mottarelli

(da 'l Gazetin, maggio 2008
IL GIORNALE È ANCORA DISPONIBILE IN TUTTE
LE EDICOLE DELLA PROVINCIA DI SONDRIO
)

 

 

Qui per documentazione sul Caso Gianoncelli


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