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Conservazione delle cellule staminali cordonali. Chiara Lalli intervista Irene Martini
Irene Martini
Irene Martini 
12 Aprile 2008
 

Nel gennaio 2008 è stato approvato il decreto milleproroghe: qual è la sua importanza e che cosa manca da fare in Italia sulla conservazione del sangue cordonale?

Il milleproroghe è importante perché offre finalmente la possibilità alle coppie italiane di avere una alternativa. Parliamo di diritto della famiglia, della possibilità di scegliere se donare o conservare il cordone ombelicale alla nascita. Con la condizione, qualora il decreto dovesse essere attuato, di dover donare dove ci sia una compatibilità con una persona che ha bisogno di cellule staminali.

Quanto è stato approvato è sintetico e non descrittivo (per merito di Donatella Poretti, che lo ha voluto fortemente anche a partire da un suo vissuto personale: non ha potuto conservare il cordone della propria figlia).

Si sente poche volte dire, sul sangue cordonale, che è una questione riguardante il diritto di famiglia, la possibilità di scegliere, e la salute – e non un capriccio.

È previsto dalla direttive europee. E i cittadini devono avere l’alternativa. Se è vero che oggi sono poco più di 70 le patologie (rare) per cui le staminali cordonali possono essere utilizzate, è però vero che in funzione dell’avanzamento biotecnologico le potenzialità saranno ben altre. Anche come scommessa ha un senso. Per la famiglia piuttosto che per il bimbo stesso. Infatti un terzo dei trapianti oggi viene fatto per uso intrafamiliare, tra persone imparentate, ha il doppio di possibilità di successo rispetto al trapianto tra non siblings.

Perché in Italia c’è tanta opposizione a questo?

Perché il mondo delle staminali emotapoietiche era legato fino ad oggi alla ematologia, che è una lobby. È giusto incentivare la donazione, ma impedire la conservazione per uso privato è sbagliato.

Il cordone appartiene al bambino (la legge inglese dice alla mamma fino alla maggiore età, e su questo ci sarebbe da discutere). Noi facciamo firmare entrambi i genitori fino alla maggiore età del bambino. È materiale privato. Ripeto: è giusto che vada anche a beneficio della popolazione. Un terzo dei trapianti si fa tra familiari; un terzo avviene grazie a campioni reperiti nei registri internazionali (più di 300.000 campioni) usati in caso di istocompatibilità tra due soggetti.

Il sangue cordonale ha un vantaggio: viene accettato meglio dal ricevente, è preferibile soprattutto in età pediatrica. Un terzo di persone che avrebbe bisogno di un trapianto non trova risposta. Un aspetto importante riguarda l’informazione sulle possibilità (sia di donare che conservare): il sangue cordonale è fonte di vita, è etico e buttarlo è davvero uno spreco imperdonabile.

Conservazione e donazione non sono in contraddizione, quindi sarebbe possibile fare entrambe le scelte.

Infatti: a condizione che una banca di tessuti abbia i sistemi di verifica e di conservazione che standardizzano i laboratori e danno un denominatore minino affinché i campioni siano ben registrati e conservati. Appartenendo ad uno di questi network si può sia donare che conservare. Dovrebbe essere una scelta consapevole della famiglie.

La difficoltà di interpretare il milleproroghe riguarderà l’elenco di patologie previste per le quali ci sarà il diritto all’esproprio. E se ci si trova di fronte ad una nuova patologia non prevista? La condizione dell’esproprio è comprensibile, soprattutto dal mondo cattolico. Però ci dovrebbe essere un decreto attuativo che indichi le condizioni di eleggibilità. Per essere considerato un donatore oggi basta corrispondere ad una anamnesi di patologie familiari e rispettare dei criteri di analisi infettivologiche; ma non sono previste analisi per riscontrare la presenza di markers tumorali o di altre patologie. È evidente l’importanza di queste analisi. Soprattutto perché i campioni viaggiano. La conservazione permette la reperibilità diagnostica. La donazione deve avere dei criteri seri per non rischiare sulla salute dei cittadini.

Non si deve giocare al ribasso, ma al rialzo. Il 65% dei campioni donati in Italia non sono tipizzati e non sono disponibili sui registri internazionali. Non ci sono i soldi per questo. Ma è un terribile spreco, una limitazione delle possibilità terapeutiche.

La mappa della donazione è profondamente disomogenea. Al nord ci sono ottimi centri di donazione e trapianti; qualcuno al centro; al sud non c’è alcun centro. Non è garantito ai genitori nemmeno il diritto di essere donatori.

Che deve fare oggi una persona che vuole donare il cordone del proprio figlio? Quanto costa?

Non è stato declinato. La fotografia dell’Italia presenta ancora molte variabili non descritte. È stato stimato un costo minimo di 1.200 euro per la donazione. Ma non è sufficiente; il Sistema Sanitario Nazionale se ne sta facendo carico. Sono pochissimi i campioni donati, molti sono dispersi per ospedali e molto dipende dalle aree geografiche, l’efficienza del sistema va rimessa in regola. Se io privato pago per avere una conservazione ove non ci sia un ricevente compatibile, tutto questo deve essere descritto e essere quantificato. Quanto pagano? Se non mi garantiscono la tipizzazione del campione? La finestra sale. Vengo rimborsato se dono? Noi come banca privata prevediamo un rimborso, perché è qualcosa di importante che il privato fa per la comunità. Il costo viene ammortizziamo e lo facciamo perché i criteri sono chiari: siamo in grado di far sapere cosa, come e dove conservi, quando effettivamente si trova compatibilità. In una parola c’è la possibilità di sapere se il percorso che fatto è effettivo, porta cioè ad un risultato. Oggi non c’è visibilità tra il mio atto di donazione e il risultato finale.

I campioni che effettivamente compiono l’intero percorso, entrano nei registi internazionali e trovano un ricevente compatibile sono 1 su 40.000 tra non parenti, molto poco. Chiuso il cerchio io voglio (e dovrei avere la possibilità di) sapere che è valsa la pena di aver tolto quel campione alla mia famiglia. Se mio figlio si ammala di una patologia che può fare uso terapeutico delle cellule staminali, che faccio? Bisogna donare con la consapevolezza e la garanzia che si sta facendo bene.

La donazione se viene imposta non è più donazione…

È un modo per avere più campioni, e come fine sociale va anche bene, ma devono esserci delle garanzie: dove e come conservo, quanto pago. Non ci sono le strutture adeguate. Solo a Pavia e a Milano. Nessun altro laboratorio ha la possibilità di corrispondere a criteri adeguati. I centri campione sono in overbooking e buttano molti cordoni ogni 10 anni. Questo è assurdo. Soprattutto perché i materiali ben conservati resistono anni in condizioni ideali di isotermia, a meno 196 gradi celsius e con un controllo di qualità. Non decadono. Dalla fase di scongelamento a quella di scongelamento c’è una perdita percentuale del materiale cellulare (dal 5 al 10%), ma una volta conservato non scade. La storia di utilizzo delle staminali ha venti anni, non c’è ancora una prova clinica per un tempo più lungo. Ma sicuramente per oltre 15 anni la vitalità è incredibile. Il sistema pubblico deve attrezzarsi per essere competitivo rispetto al privato, e il privato dovrà essere convenzionato al sistema pubblico. Ci vorrebbe una authority indipendente di controllo.

Come dovrebbe essere organizzata?

Come in Inghilterra e in Germania. C’è la possibilità di conservare privatamente e quella di donare; è una condizione mista tra il pubblico e il privato. Tutto questo è regolamentato da authority indipendenti. Un laboratorio per essere una banca di tessuti in Inghilterra deve essere accreditato con l’HTA, deve avere una specie di braccio armato (MHRA) che compie controlli periodici. In Italia non esiste niente del genere. Se il pubblico gestisce il pubblico e il pubblico gestirà il privato, attraverso i centri nazionali di trapianti e il centro nazionale del sangue, o si riesce a dare e a garantire standard operativi limpidi e funzionanti, oppure è solo mercificazione. Questi criteri devono basarsi sulla qualità. E il pubblico non regge la sfida oggi.

L’intervento del pubblico potrebbe essere giusto anche per contrastare la discriminazione su base economica.

Quello che la gente non sa è che se doni, se la sacca viene chiusa, analizzata, tipizzata dopo avere effettuato analisi pre e post parto (obbligatorie per la legge europea sui trapianti ma mai richieste qui), è venduta almeno a 17.000 euro l’una. Il sistema pubblico beneficia quindi del corretto funzionamento dell’intero percorso. Il problema è che ci sono tanti buchi neri: la donazione si può fare solo in certi orari, in certi giorni e in certe aree geografiche. È molto difficile donare.

Cosa serve oltre ad una buona legge?

Sarebbe necessario uno sviluppo culturale su questi argomenti. La biologia cellulare e la biologia delle staminali è comprensibile a tutti. I genitori hanno il diritto di capire le scelte che possono fare o quelle che stanno facendo. Anche il privato ha dei buchi neri. Difendo un modo di lavorare e di pensare, non la categoria “privato” o “pubblico”. Noi cerchiamo di fare un discorso di qualità, non di quantità. Non è un mercato di frutta e verdura. Bisogna essere onesti sulle potenzialità e sulle modalità. Ci sono tre aspetti fondamentali: la ricerca in laboratorio, la ricerca applicata e infine l’applicazione terapeutica. Tre gradini di un percorso lungo. Oggi se sei parkinsoniano non trovi terapia con le staminali. Ma proprio il morbo di Parkinson è una patologia per la quale è più vicino un traguardo.

Noi facciamo dei corsi ai genitori romani cercando di spiegare loro come le staminali cordonali funzionano e a cosa servono, la differenza tra cellule totipotenti e cellule multipotenti. Le cordonali hanno una doppia valenza: sia popolazioni multipotenti che pluripotenti. A differenza da quelle di midollo.

All’interno del cordone non c’è una unica popolazione ma sei popolazioni di cellule staminali, anche quelle potenzialmente utilizzabili per la medicina rigenerativa, che ha lo scopo di rigenerare un tessuto danneggiato. Si basa sul principio dell’autologo più che sull’allogenico, perché riconosco le mie cellule come self e queste cellule possono fare un mestiere che mi aiuta a recuperare il danno. Le cordonali hanno il vantaggio di essere immediatamente reperibili, di essere il sistema più economico di conservazione, di essere etiche e di avere veicolo di minore rigetto.

Se fino ad oggi si tendeva a dire che c’era 1 probabilità su 20.000 di fare uso delle proprie cellule staminali, in realtà anche alla luce della vita più lunga, c’è 1 probabilità su 200. La prospettiva cambia.

Questa è una realtà importante e che le persone dovrebbero conoscere.

Si parla sempre di uso egoistico o altruistico e non ci si sofferma a spiegare o a dire che la probabilità di essere donatore all’interno del nucleo familiare è di 1 su 4 contro 1 su 40.000 (nel caso di persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare).

O a sottolineare l’importanza dei controlli e delle analisi dei campioni: un campione prelevato da una persona affetto da un tumore presenta cellule tumorali. Se fosse donato senza compiere le analisi dei markers tumorali, il ricevente sarebbe contaminato dal tumore del donatore.

Qual è il vostro percorso di conservazione?

I genitori ci richiedono per internet il kit per la conservazione, che contiene i componenti sterili, le istruzioni e il contratto che noi rendiamo pubblico (siamo in pochi, perché molti non lo pubblicano per timore di essere copiati). Noi lo pubblichiamo per una questione di trasparenza. Cerchiamo di non alzare altre barriere e di permettere alle persone di scegliere.

Per questo noi facciamo anche dei corsi per ostetriche per il prelievo. Sia per incentivare il prelievo che per formare il personale sanitario.

La nostra banca inglese è in uno dei più grossi poli universitario (Plymouth), 3 camere bianche, è un centro serissimo con licenze e autorizzazione che garantiscono la qualità del percorso e la conservazione. Parte del sangue contaminante non aiuta conservazione e trapianti, solo una parte è conservata a meno 196 gradi celsius con sistemi computerizzato per il controllo costante della temperatura. Un campione è usato per una per la conta delle cellule del sangue e analisi microbiologiche. Alla fine del percorso i genitori ricevono un certificato che li mette in diretto contato con il laboratorio e offre loro tutte le informazioni: cosa c’è nel campione, quando è stato processato, quante cellule ci sono, quale vitalità, quale volume. Molte banche non lo fanno.

Noi siamo per la conservazione centralizzata e non decentrata. È meglio fare meno passaggi. Abbiamo la garanzia anche per parti pretermine (pensiamo ai gemelli): all’interno del sangue cordonali la concentrazione del numero di staminali con il tempo decresce. Maggiore concentrazioni per i parti pretermine.

Per conservare all’estero serve l’autorizzazione sanitaria. Il ministero della salute dice che il 60% del materiale non è idoneo; nel nostro caso meno del 2,8% (e per scarsità di volume).

Quali sono le prossime tappe?

Il 4 maggio scade l’ordinanza ministeriale che prevede il percorso di autorizzazione all’estero.

Probabilmente il Ministero della Salute farà una proroga per la conservazione all’estero (spero garantendo l’alternativa). Il 30 giugno ci dovrebbe essere decreto attuativo, come stabilito dal milleproroghe, che legifera su quanto dovrebbe avvenire.

È vero che sia un polmone finanziario di garantire una conservazione privata e solidaristica, ma per far questo ci vuole finanziamento da parte del sistema pubblico. Il sistema pu deve avere la capienza e la possibilità di offrire un servizio serio.

 

Chiara Lalli

(da Persona e Danno, 10/04/2008)

 

 

Irene Martini è direttore scientifico SmartBank, biobanca delle cellule staminali del cordone ombelicale. Pioniera della conservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale in Italia, Irene Martini, biologa cellulare è stata la prima che ha aperto in Italia una biobanca del cordone ombelicale, la SmartBank, consentendo alle mamme italiane di conservare le cellule staminali del cordone ombelicale. E oggi aprendo anche alla possibilità di conservare per donare in caso di compatibilità con un ricevente.

 

Chiara Lalli. Si è laureata in Filosofia Morale e specializzata in Bioetica presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Ha svolto il Dottorato di Ricerca sull’insegnamento della bioetica nel Dipartimento di Filosofia, Scienze Umane e Scienze dell’Educazione (Università “G. d’Annunzio”, Chieti). Insegna Logica e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia (“Sapienza”, Roma) e Epistemologia delle Scienze Umane presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione (Università di Cassino).

Tra le sue pubblicazioni: Libertà procreativa (2004) e Dilemmi della bioetica (2007), entrambi per Liguori (Napoli).

Collabora con alcune riviste scrivendo di filosofia pratica, implicazioni morali delle biotecnologie e diritti civili ed è editorialista per DNews.


Foto allegate

Chiara Lalli
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