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Gianfranco Spadaccia. Dalla moratoria al Satyagraha
Gianfranco Spadaccia
Gianfranco Spadaccia 
02 Gennaio 2008
 

Il prossimo numero della rivista Diritto e Libertà diretta da Mariano Giustino pubblica un editoriale di Gianfranco Spadaccia che affronta temi come quelli della nonviolenza, della pace, del Satyagraha. Ringraziamo dunque DeL per averci consentito di anticipare questo intervento, che affronta temi particolarmente attuali e utili per il nostro dibattito e la nostra riflessione.

 

L’approvazione a grande maggioranza all’Assemblea dell’ONU della moratoria della pena di morte rappresenta una grande vittoria della politica dei diritti umani, del Governo e del Parlamento italiano, del Parlamento europeo, della coalizione internazionale – inclusiva dell’Unione Europea – che l’ha proposta, sostenuta, portata al confronto e al voto. Essa giunge a coronamento di una lunga battaglia, condotta con tenacia e straordinaria determinazione per la durata di oltre 14 anni dall’Associazione Nessuno tocchi Caino e dal Partito Radicale nonviolento transnazionale e transpartito. Ed è singolare che a pochi anni dalla firma del Trattato istitutivo della Corte internazionale per i crimini contro l’umanità un altro successo così importante e così controcorrente rispetto alle tendenze e ai pericoli della politica internazionale giunga a compimento di lotte politiche intraprese da una forza politica le cui grandi ambizioni non sono fin qui mai riuscite a superare lo stato di progetto e la cui capacità di lotta si appoggia fondamentalmente sulle agili e insidiate organizzazioni politiche radicali italiane e su modesti anche se efficaci presidi politici e operativi a Bruxelles e a New York.

Di Pannella e dei radicali si dice a volte che sono dei visionari. Lo è, lo siamo ma non perché siamo dei pazzi (forse un po’ lo saremo pure e, fra tanti “normali”, non è una condizione necessariamente negativa). Siamo avvertiti come dei visionari semplicemente perché siamo capaci di avere una visione anticipatrice degli eventi e di costruire o tentare faticosamente di costruire una politica di pace, alternativa sia alle politiche falsamente realiste dei governi occidentali sia al pacifismo velleitario e impotente di una parte delle opinioni pubbliche. Forse Pannella è un Don Chisciotte ma i suoi e nostri avversari sono dei giganti reali e non dei mulini a vento.

Fu proprio questa capacità visionaria ad indurre Pannella a promuovere l’unica iniziativa che avrebbe potuto fermare la guerra in Irak, quella campagna per un “Irak libero” che chiedeva la contrattazione dell’esilio di Saddam in cambio della garanzia della incolumità per lui stesso, i suoi familiari, i suoi collaboratori. Le rivelazioni di Aznar oggi ci confermano che esistevano le condizioni per conseguire quell’esito pacifico che avrebbe portato all’insediamento provvisorio di un Governo delle Nazioni Unite, senza sconvolgere le strutture del paese e senza aprire la strada al terrorismo di Al Quaeda e alla guerra civile fra sunniti e sciti. Avevamo visto giusto, con il consenso alla nostra iniziativa della maggioranza dei componenti del Parlamento italiano, di fronte a un governo che rinunciava ad esercitare qualsiasi condizionamento nei confronti di Bush e ad un movimento pacifista il cui unico interesse non era costruire la pace ma denunciare l’imperialismo americano.

Qualcuno a sinistra dovrebbe chiedersi come e perché una forza politica apparentemente così debole e isolata possa essere riuscita a vedere così giusto come è accaduto nel caso di “Irak libero” e a costruire progetti di lunga durata che sono approdati, superando resistenze e difficoltà, a risultati come quelli della Corte penale internazionale e della moratoria della pena di morte, promuovendo e trascinando il consenso trasversale di vaste maggioranze dell’opinione pubblica e della stessa classe politica. E più d’uno dovrebbe riflettere su questa strana contraddizione: come mai proprio la forza politica che si definisce provocatoriamente “americana” col kappa, che non si stanca di ricordare i debiti storici che abbiamo contratto con gli Stati Uniti, che considera quello americano un modello insuperato di costituzione democratica, si sia trovata a costringere il Governo di Washington prima all’isolamento fra gli Stati democratici che hanno sottoscritto il Trattato istitutivo della Corte penale e poi alla sconfitta sulla moratoria nell’Assemblea dell’ONU, a fianco di stati come la Cina e l’Iran.

Solo pochi giorni prima dell’annuncio della vittoria della moratoria si è svolto a Bruxelles dal 6 all’8 dicembre un convegno indetto dal Partito Radicale nonviolento transnazionale e transpartito dal titolo significativo: “una sola rivoluzione nonviolenta, federalista, laica, liberale per Europa, Medio Oriente, Mediterraneo… e oltre”. Il titolo dà la misura delle ambizioni di questa politica e insieme della sproporzione, ancora una volta, fra queste e le forze di cui dispone e che dovrebbero promuovere, perseguire, realizzare il primo grande Satyagraha mondiale per la Pace, la Libertà, la Giustizia, la Democrazia che Pannella non si stanca di annunciare e invocare come necessario e doveroso puntando ancora una volta, come spesso ripete, sul possibile contro il probabile. A sorreggere queste ambizioni e a fronteggiare e tentare di superare questa sproporzione la suggestione evocativa del pensiero e della vita di Gandhi, di Martin Lutero King, di Popper e di Kant.

C’è alla base di queste ambizioni una forte, fortissima convinzione ideale e una grande spinta utopica. Ma c’è anche e soprattutto una strategia politica, un progetto, la “visione” di una evoluzione possibile e diversa di rapporti internazionali oggi governati solo dalla realpolitik degli interessi nazionali e per questo minati da conflitti sempre più gravi e minacciosi, la cui unica possibilità di soluzione è affidata solo alle armi. Nonviolenza e federalismo sono invece le alternative a cui si può e si deve affidare la ricerca della loro soluzione pacifica e del loro superamento. E una azione costante di promozione e diffusione nel mondo della democrazia e dei diritti umani può e deve costituire l’alternativa sia a una politica internazionale basata solo sulla logica degli interessi e dei rapporti di forza sia alla illusione neoconservatrice che la democrazia possa essere “esportata” con le armi.

Kossovo, crisi mediorientale e israelo-palestinese, ingresso della Turchia sono le tre grandi questioni che chiamano in causa la responsabilità politica dell’Unione Europea. Da esse, non c’è da farsi illusioni, dipende in grande misura il futuro politico dell’Europa e la possibilità stessa di rimuovere le cause di un nuovo conflitto mondiale. La crisi balcanica rischia di riesplodere sulla questione dell’indipendenza del Kossovo. Il conflitto mediorientale rimane una miccia accesa che può accendere un incendio generalizzato. La chiusura delle porte dell’UE alla Turchia rischia di consegnare l’unica democrazia islamica al nazionalismo e al fondamentalismo. E ciò che è accaduto in Pakistan con l’assassinio di Benazir Bhutto e le conseguenze che esso ha avuto su un paese che è una potenza nucleare insidiata dal fondamentalismo ci dice quanto siano fondati i pericoli di un conflitto mondiale.

C’è chi pensa che la politica dell’allargamento dell’UE sia stata la causa dell’attenuazione delle caratteristiche sovranazionali e potenzialmente federaliste dell’Unione. Ma i progressi verso una Europa politica avevano segnato il passo e subito un arresto, dopo le moderate speranze di Maastricht, prima, molto prima che si verificasse l’allargamento ai paesi dell’Est. Non esiste dunque una alternativa fra il rafforzamento istituzionale dell’Europa politica e l’allargamento dell’Unione a Israele, alla Turchia, agli altri paesi del mediterraneo. Le due cose vanno di pari passo: stanno insieme o cadono insieme.

Il nazionalismo, l’ideologia dello Stato-Nazione non solo provocano di nuovo ovunque nel mondo conflitti, nuove intolleranze, oppressione delle minoranze etniche, culturali e religiose ma riprendono piede nel mondo occidentale e tornano minacciosamente ad insidiare la stessa Europa, non solo ai confini dell’UE (i Balcani, il Medio Oriente) ma all’interno stesso dell’Unione dove l’ideologia dell’Europa delle Patrie torna a sostituirsi all’obiettivo della Patria europea. Una Europa divisa e paralizzata dalla politica dei veti e dalla logica degli interessi nazionali mette in crisi non solo i rapporti con i suoi naturali partner del mediterraneo e dell’est europeo ma rischia di accrescere le tensioni, le incomprensioni, le distanze fra “Vecchia Europa” e cosiddetta “Nuova Europa”, fra club dei paesi fondatori dell’Europa Occidentale e nuovi Stati membri. Eppure fu proprio il mito dell’Unità europea democratica e sovranazionale, assai più della pur necessaria politica di contenimento e di deterrenza militare, a corrodere dall’interno e a far implodere il blocco comunista. Le delusioni, l’arresto del processo di Unità politica, l’assenza di una politica estera unitaria, la mancanza di progressi nella politica di trasferimento di porzioni di sovranità nazionale in settori chiave della politica internazionale rischiano ora di respingere paesi come l’Ucraina nelle braccia del nuovo imperialismo russo e di indurre i nuovi partner della Comunità a privilegiare i rapporti politici con gli Stati Uniti e quelli economici ed energetici con la stessa Russia nell’illusione che essi possano supplire alle debolezze e ai fallimenti europei.

Questo numero della rivista affronta alcuni degli obiettivi, delle idee forza che dovrebbero, dovranno animare il Satyagraha mondiale per la Pace, la Libertà, la Giustizia, la Democrazia e le iniziative politiche del partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito. Riguardano l’Unione Europea, la crisi mediorientale, l’ingresso della Turchia nella UE, la promozione dei diritti umani e della democrazia nei paesi dove sono negati. Non occorre sottolineare la distanza che li separa dalle politiche correnti negli Stati occidentali. Eppure si tratta di problemi che non possono essere lasciati incancrenire e che richiederebbero politiche e soluzioni coraggiose. Già altre volte l’assenza o il rinvio di scelte tempestive hanno causato disastri. È accaduto per l’Irak quando invano abbiamo proposto la politica Irak libero a una Europa divisa fra Stati che si ritraevano di fronte all’ipotesi di una guerra e Stati che subivano passivamente le scelte del Governo USA. È accaduto venti anni fa quando l’assenza di ogni seria politica di apertura europea nei confronti della federazione jugoslava ha creato le condizioni di una crisi balcanica generalizzata con le guerre civili, le pulizie etniche, i genocidi e le stragi che abbiamo visto svolgersi e realizzarsi sotto i nostri occhi, nella nostra inerzia e quindi anche con la nostra complicità.

 

Non siamo dei pazzi e non siamo neppure dei velleitari. Sappiamo che da soli non ce la potremo mai fare. L’obiettivo di una Europa che, riconquistando una piena soggettività politica, si coinvolga senza esitazioni nella crisi balcanica e si apra ai paesi del Nord Africa, del Medio Oriente e del Mediterraneo, l’obiettivo di ottenere che le democrazie occidentali, a cominciare degli Stati Uniti, dopo il fallimento della politica neocon, non abbandonino ma rilancino con forza e con mezzi pacifici la promozione del diritto e della democrazia, della libertà e dei diritti umani ovunque nel mondo sono apparentemente oggi fuori della nostra portata. Per smuovere i macigni che si oppongono su questa strada, occorrerebbero ben altre forze di quelle che può mettere in campo una minoranza oscurata ed emarginata come quella radicale. Dunque l’obiettivo realistico del Satyagraha non può che essere quello di promuovere ed organizzare, intorno ad alcune idee-forza, la convergenza internazionale di energie culturali, politiche, religiose intenzionate ad accendere la speranza di una politica radicalmente diversa di fronte ai nuovi problemi e alle nuovi crisi del mondo globalizzato.

Il recente convegno di Bruxelles ha dimostrato quanto, oltre ogni speranza e aspettativa, il Partito Radicale sia diventato su questi temi il punto di riferimento anche organizzativo di minoranze etniche, popoli non rappresentati, opposizioni politiche liberali e democratiche, minoranze religiose, stati non rappresentati dal Turchestan cinese alla Cecenia, dal Laos al Vietnam alla Birmania, da Taiwan a Cipro Nord, da Israele alla Palestina, dalla Cina all’Egitto, dall’Albania alla Macedonia al Kosovo con la partecipazione di ex primi ministri, ex ministri, ministri in carica di alcuni di quei paesi, autorità religiose, organizzazioni e gruppi che hanno operato la scelta della nonviolenza. E, positivamente, come è accaduto in Italia, accenna a formarsi anche sul piano internazionale, una galassia di altre organizzazioni che si affiancano al Partito Radicale: l’UNPO (l’organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati), la Freedom House, il Centro Internazionale per la soluzione nonviolenta dei conflitti, la Drug Policy Foundation, mentre si sono affacciate, insieme all’intellettuale egiziano costretto all’esilio, Saad Eddin Ibrahim, le prime significative presenze palestinesi e comincia a muovere i primi passi l’Associazione Arabi Democratici Liberali promossa da Giuseppe Rippa e dall’italo marocchina Anna Mahjar Barducci. C’è dunque ovunque nel mondo una grande domanda di Pace, Nonviolenza, Giustizia, Democrazia. Ma quando si tratta di organizzare e concepire risposte efficaci a queste domande il Partito Radicale è sostanzialmente solo se si esclude qualche rispondenza nel Parlamento Europeo soprattutto nei gruppi liberali e socialisti e, grazie al ministero di Emma Bonino, per la prima volta una attenzione non distratta del Governo.

Organizzare efficacemente questa risposta in Europa e nel mondo Occidentale è dunque l’obiettivo realistico e preliminare del Satyagraha. Non sarà possibile perseguirlo senza la comunicazione e la conoscenza. Ed è proprio la possibilità di comunicare che viene negata ai radicali e la possibilità di conoscere e quindi di scegliere che viene negata alle opinioni pubbliche. Solo durante la campagna “Nessuno tocchi Saddam” riuscimmo a penetrare, attraverso le televisioni e la stampa araba, nelle opinioni pubbliche di quei paesi. Proprio per questo abbiamo richiesto all’autorità morale e religiosa del Dalai Lama di aiutarci in questo sforzo. Quanto all’Italia la campagna di espulsione dei radicali da qualsiasi forma di comunicazione televisiva da parte della RAI come di Mediaset è la manifestazione più evidente di una volontà di estromissione e di isolamento dei radicali in misura diversa ma convergente, consapevole o inconsapevole, da parte delle altre forze politiche, dal Partito Democratico alla Cosa Rossa agli stessi socialisti dello SDI fino a ieri alleati della Rosa nel Pugno ed oggi impegnati nella Ri-costituente socialista.

Come altre volte nella storia radicale, all’indomani di una grande successo della loro iniziativa politica, la lotta deve ricominciare da qui: innanzi tutto dalla riconquista della possibilità di comunicare le loro idee, le loro proposte, le loro iniziative.

 

Gianfranco Spadaccia

(per Diritto e Libertà, da Notizie radicali, 2 gennaio 2008)


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