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25 aprile. Festa della Liberazione 
di Anna Lanzetta
Renato Guttuso,
Renato Guttuso, 'Fucilazione a Roma', 1944 
25 Aprile 2019
 

25 aprile 2019: festa della Liberazione. Un giorno importante per la storia del nostro Paese perché simbolo della lotta sostenuta dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista. «Arrendersi o perire!» fu la parola d’ordine dei partigiani.

La Resistenza è l’insieme dei movimenti sorti durante la II guerra mondiale nei vari paesi europei, contro gli occupanti tedeschi e le forze fasciste ad essi alleate.

Dal 1933 al 1945 furono i Nazionalsocialisti a decidere le sorti dell'Europa. Molti giovani morirono in Grecia, Polonia, Italia, Russia, Francia, Spagna, Germania in nome della libertà. Nel 1954, Thomas Mann nella prefazione a Lettere di condannati a morte della resistenza europea scriveva: «Dobbiamo sempre ripensare e nel farlo ci si stringe il cuore a cosa ne sia stato della “vittoria del futuro”, della Fede e della Speranza di questa gioventù e chiederci in che mondo viviamo. In un mondo di regressione maligna, in cui un odio fatto di pregiudizio e di mania persecutiva si accoppia ad un' ansia panica - Invano sarebbero dunque state La fede, la Speranza, la Capacità di sacrificio della gioventù Europea, che porta il bel nome di Resistenza internazionale, avanguardia in lotta per un mondo migliore? Privo di senso i suoi ideali? Ed anche la morte sarebbe stata per nulla? No, non può essere».

La Resistenza in Italia e in Europa, vide impegnati uomini, donne, giovani e ragazzi che combatterono con coraggio nello spirito di libertà e che per essa sacrificarono la propria vita:

Compagni fratelli Cervi

(Gianni Rodari, 1955)

Sette fratelli come sette olmi,/ alti robusti come una piantata./ I poeti non sanno i loro nomi,/ si sono chiusi a doppia mandata:/ sul loro cuore si ammucchia la polvere/ e ci vanno i pulcini a razzolare./ I libri di scuola si tappano le orecchie.

Quei sette nomi scritti con il fuoco/ brucerebbero le paginette/ dove dormono imbalsamate/ le vecchie tavolette/ approvate dal ministero.

Ma tu mio popolo, tu che la polvere/ ti scuoti di dosso/per camminare leggero, tu che nel cuore lasci entrare il vento/ e non temi che sbattano le imposte, piantali nel tuo cuore/ i loro nomi come sette olmi: Gelindo, Antenore, Aldo, Ovidio, Ferdinando, Agostino, Ettore?/ Nessuno avrà un più bel libro di storia,/ il tuo sangue sarà il loro poeta/ dalle vive parole,/ con te crescerà/ la loro leggenda/ come cresce una vigna d'Emilia/ aggrappata ai suoi olmi/ con i grappoli colmi/ di sole.

La Resistenza ci accomuna e la lettera di Chaìm tocca tutti i cuori, un ragazzo di 14 anni, rinchiuso nel campo di sterminio di Pustkòw e ucciso nel 1944. Dal campo dove era rinchiuso, Chaìm lanciò una lettera, scritta in yiddish, oltre il filo spinato di recinzione. La lettera fu fortunatamente raccolta e conservata fino alla liberazione.

Miei cari genitori,

se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe. Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra-ci hanno portato via anche i nostri mantelli.

Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno, e il mio corpo è nero di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato. Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui.

Dico addio a tutti e piango.

Chaìm (Virginia Niri)

«Il messaggio in quelle lettere di condannati a morte è scolpito nel mio cuore come nei cuori di tutti quelli che considerano queste lettere come testimonianze d’amore, di cosciente determinazione e responsabilità verso la vita e come esempio di spirito di sacrificio e di resistenza al nazismo, questo mostro dell’irrazionalità, che tentò d’annientare la ragione». Così si esprime Luigi Nono, compositore, politico e scrittore. Egli utilizzò spesso testi politici nei suoi lavori: Il canto sospeso (1955) è basato su frammenti di lettere di condannati a morte della Resistenza europea.

Dice Claudio Abbado: «So, dal mio lavoro a contatto con molti musicisti, quanto sia importante ed anche bello che persone di diversa cultura, religione ed estrazione si incontrino senza remore per completarsi a vicenda nel lavoro come nella vita. Ed è proprio questo spirito di tolleranza e di umanità a costituire il fulcro de Il Canto sospeso».

«Questi innumerevoli morti, questi torturati, questi massacrati, questi offesi sono affare nostro. Chi parlerebbe di loro se non ne parlassimo noi? I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà». Così si espresse Vladimir Jankélévitch, filosofo, esperto di musica e pianista che partecipò attivamente alla Resistenza.

Io penso che chi nega la Resistenza non conosce la storia. Penso e con tristezza che chi nega la storia non ha memoria e non vive. Il modo migliore per ricordare è partecipare, ascoltare e leggere. La Resistenza riguarda tutti con l’impegno di mantenerne viva la memoria contro ogni atteggiamento malsano. Riprendiamo allora i libri di coloro che hanno suggellato con i propri scritti personaggi, momenti e situazioni, tasselli di storia cari alla memoria: Uomini e no, di Elio Vittorini (1945), Il partigiano Johnny, di Beppe Fenoglio (1968), La casa in collina, di Cesare Pavese (1949), Ultimo viene il corvo, di Italo Calvino (1949), La ragazza di Bube, di Carlo Cassola (1960), Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi (1945), Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani (1962), L’Agnese va a morire, di Renata Viganò (1949), La storia di Elsa Morante (Einaudi, 1974), Tre amici di Mario Tobino (Mondadori, 1988); delle poesie di Franco Fortini, Giorgio Bassani, Giuseppe Ungaretti, Gianni Rodari, Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Davide Lajolo “Ulisse”, Primo Levi, Corrado Govoni, Elena Bono e anche alcune delle epigrafi dettate da Piero Calamandrei. Epigrafi che poi furono riportate sui monumenti e sulle lapidi.

Il cinema, il teatro e ogni forma di comunicazione renda vivi per noi chi non c’è più, risvegli le coscienze spesso intorpidite e renda tangibile in ogni momento la storia del nostro passato, che ha consacrato i nostri eroi, inscindibile dal presente.


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