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Felice Besostri. Verso il Referendum: Perché No
18 Giugno 2016
 

Il mio NO rotondo e motivato, fermo, deciso e intransigente, ma sempre sereno e pacato. Affinché l’ANPI e il PD passino dallo scontro al confronto

 

 

Lunedì 30 maggio si è tenuto uno dei pochi confronti tra sostenitori del SÌ e del NO al referendum costituzionale di ottobre. Luogo di incontro, promosso dall'ANPI e dalla sezione PD “Pietro Calamandrei”, la Sala Trasparenza in Via della Libertà a Cesano Boscone. Il mio interlocutore è stato un deputato del PD, Matteo Mauri. Ho esordito parlando della necessità che si moltiplichino i confronti tra il Sì e il No, come al tempo del referendum sul divorzio per avere un voto consapevole. Ai banchetti per la raccolta delle firme mi è capitato di incontrare elettori convinti che il Senato fosse stato abolito e non ridotto ad un dopolavoro per consiglieri regionali e sindaci.

All'incontro partecipavo come relatore designato dall'ANPI per il NO. Non capisco perché gli organizzatori mi abbiano qualificato come ex senatore DS: nostalgia del passato o soddisfazione che non sia più in Senato? Comunque preferisco essere un ex senatore che un ex di sinistra se fossi rimasto nei DS per confluire nel PD. In effetti una proposta di revisione costituzionale, come la Renzi Boschi non avrebbe avuto alcuna probabilità di passare in una Commissione Affari Costituzionali, dove ero il capogruppo dei DS ed era presieduta dal prof. Massimo Villone e non dalla senatrice Finocchiaro.

In questa riscrittura di 48 articoli della Costituzione manca la trasparenza: il primo ministro è di fatto eletto direttamente, grazie ad un ballottaggio, cui si accede senza quorum di partecipazione al voto e/o di percentuale delle liste ammesse, ma formalmente facendo salve le prerogative del Presidente della Repubblica come prevede la forma di governo parlamentare: quella scelta dai padri costituenti. Malgrado l'art. 92.2 Cost. potrebbe il Capo dello Stato nominare Presidente del Consiglio dei Ministri un personaggio diverso da quello indicato come capo politico della lista, che dispone almeno di 340 seggi su 630 della Camera? No!

La preoccupazione maggiore è che questa revisione sia un antipasto di quella vera, fatta non più da un Parlamento di 945 parlamentari eletti più 6 senatori a vita o di diritto, ma da una Camera di 630 deputati e da un Senato a mezzo servizio di 100 membri. I principi fondamentali sono già stati toccati e proprio l'art. 1.2 Cost. togliendo al popolo sovrano il potere di eleggere il Senato. L'elezione diretta di un Senato di 100 membri non avrebbe migliorato la situazione. La vera soluzione, che avrebbe avuto ampio consenso, era la riduzione della Camera a 400 deputati e del Senato a 200 in totale 600 invece di 730: un risparmio maggiore dei costi della politica. L'altra soluzione sensata era di passare davvero ad un Parlamento monocamerale con una legge elettorale proporzionale, corretta da una soglia di accesso. Per dare stabilità ai governi basta la sfiducia costruttiva.

I premi di maggioranza non sono conformi alla Costituzione, perché se vincolano il parlamentare, eletto grazie al premio, sono in contrasto con l'art. 67 Cost., che vieta il mandato imperativo. Se, invece, non lo vincolano, come è avvenuto nelle legislature conseguenti alle elezioni del 2006, 2008 e 2013, si sacrifica gravemente e inutilmente la rappresentatività. L'attuale Senato è composto da 315 senatori eletti su base regionale più i senatori di diritto, gli ex Presidenti della Repubblica e i senatori a vita, massimo 5. Il nuovo «Senato della Repubblica è composto da 95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica» (art. 57.1rev).

L'art. 57 Cost. revisionato è inapplicabile perché richiede che i consigli regionali e di provincia autonoma eleggano i senatori «con metodo proporzionale», impossibile quando i senatori siano 2 o 3 in totale, di cui uno sindaco. Ebbene è il caso di 11 regioni e 2 province autonome su 21, cioè la maggioranza. Con i sindaci tutti e i 5 di nomina presidenziale, il totale dei senatori non eletti con sistema proporzionale è il 36% del nuovo Senato.

Gli attuali senatori a vita non spariranno, ma resteranno in carica vita natural durante e con tutte le prebende ed indennità garantite a loro e agli ex Presidenti della Repubblica da una norma transitoria. Teoricamente il Presidente Mattarella, finché non promulgherà la legge di revisione costituzionale nel deprecabile esito positivo del referendum ex art. 138 Cost., ne può nominare ancora uno, come lascito del suo mandato: l’ultimo mohicano senatore. La superficialità, che ha accompagnato l’arroganza, con la quale è stata approvata la revisione costituzionale ha fatto alcune vittime specifiche, come i 5 senatori, che possono essere nominati dai Presidenti della Repubblica per 7 anni, man mano che muoiono – o si dimettono per scaramanzia – i senatori a vita in carica: non rientrano nella norma transitoria e quindi niente indennità di carica.

Se la logica è che i consiglieri regionali e i sindaci senatori non ricevono indennità perché già ne godono di un'altra, che succede se i 5 senatori a tempo non sono né consiglieri regionali, né sindaci? Devono essere ricchi o pensionati d'oro? E l'uguaglianza dei cittadini dove la mettiamo? Per persone che hanno illustrato la Patria per meriti artistici e letterari ve ne possono essere di indigenti: proprio per loro si è fatta una apposita legge, chiamata legge Bacchelli, dal primo romanziere che ne beneficiò. Contrariamente a quanti molti pensano, avendo erroneamente interpretato l’espressione dell’art. 57.1rev. «rappresentativi delle istituzioni territoriali» come «maggiormente rappresentativi» non è detto che i senatori sindaci debbano essere sindaci di grandi città: è pura invenzione. Essi devono essere «sindaci dei comuni dei rispettivi territori» (art. 57.2rev.), cioè devono essere sindaci di un comune della regione o provincia autonoma quali che sia il numero degli abitanti.

Penso che sia facile prevedere che nelle regioni (per es. la Sardegna) dove non c'è incompatibilità tra consigliere e sindaco di comune sotto i 5.000 abitanti sarà più probabile che sia eletto senatore un consigliere regionale sindaco di piccolo comune che il sindaco del Capoluogo di regione o di un capoluogo di un’ex provincia. All’interno di un partito per esempio uno scambio tra un posto di assessore e consigliere regionale o per far tornare i conti all’interno di una coalizione al governo di una regione, quando i senatori assegnati, ai sensi dell’art. 57.3 rev., siano pochi, al massimo 6, vale a dire in ben 15 regioni/province autonome su 21. Bisogna poi tenere conto che le indennità dei sindaci variano da 2.500 € mensili per i più piccoli fino a 15.100€ per i più grandi, ma chi prende di più non può pensare di andare a Roma non diciamo 2/3 giorni la settimana, ma nemmeno un giorno intero.

Non solo ci sono queste controindicazioni, come ha detto il Sindaco di Cesano Boscone, una città di 23.000 abitanti, ma i sindaci di Città metropolitana possono essere nominati senatori solo se sono sindaci metropolitani ex lege, come sindaci del comune capoluogo della Città Metropolitana. Se un sindaco metropolitano avesse la cattiva idea di farsi eleggere direttamente dai cittadini insieme con il consiglio metropolitano non può essere nominato senatore, perché cesserebbe di essere sindaco di un Comune. Con l'attuale formulazione dell'art. 57rev. è impossibile, come si è accennato sopra, eleggere il Senato perché ci sono troppe indicazioni contraddittorie: 1) devono i consiglieri regionali/senatori [non i sindaci/senatori] essere eletti dai consigli regionali o di provincia autonoma con metodo proporzionale... tra i propri componenti (art. 57.2rev.); 2) in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma (art. 57.5rev.); 3) i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun consiglio (art. 57.6 ult. periodo rev.). Ogni regione o provincia autonoma (per questa ragione la regione Trentino Alto Adige con poco più di un milione di abitanti ha 2 senatori sindaci, mentre la Lombardia con 9.7000.000 abitanti ne ha uno solo) deve avere almeno 2 senatori (art. 57.3rev.). La ripartizione dei seggi tra le Regioni, tolti i 2 di diritto si effettua «in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall'ultimo censimento generale» (art. 57.4rev.).

Nella legge del sesto comma non si può fare un’elezione diretta del consigliere regionale senatore perché bisogna tenere conto anche della composizione di ciascun consiglio: cosa succede se il più votato per il Senato appartiene ad una lista minoritaria della coalizione al governo o comunque della minoranza o addirittura di lista, che non superasse la soglia per entrare in consiglio regionale? Si può obiettare che questo è un caso di scuola, ma è un fatto, come già detto, che in 8 regioni e nelle 2 province autonome ci sono solo due senatori di cui uno sindaco, come si fa ad eleggerli con metodo proporzionale? Per colmo di scarsa rappresentatività, anche indiretta, della popolazione le leggi elettorali regionali sono tutte maggioritarie con premi di maggioranza tra il 55 e il 61% per cento e, come l’Italikum, la partecipazione al voto non altera l’entità del premio. Nel 2015 in Emilia Romagna ha votato meno del 38% degli aventi diritto, quindi la proposta di governo dei vincitori, ma anche quelle alternative delle opposizioni, non hanno convinto nemmeno la metà degli aventi diritto a recarsi al voto: governabilità imposta contro la volontà della maggioranza dei cittadini elettori.

In Germania nel 2012 la Merkel, candidata Cancelliera dell’Unione CDU-CSU, ha ottenuto il 43,7% dei voti. Se avesse avuto come legge elettorale un bel Germanikum, traduzione tedesca dell’Italikum, gli sarebbe spettato il 54% del Bundestag, invece ha dovuto penare 2 mesi per trovare una maggioranza con la quale redigere in buona e dovuta forma un Contratto di Governo, non un programma dell’Ulivo (1966) o dell’Unione (2006), con dentro di tutto e il suo contrario, ma impegni precisi e un cronoprogramma. Quando si chiede a politici o costituzionalisti tedeschi. Perché non fanno come da noi? La risposta è semplice: se la Merkel ha il 43,7%, significa che il 56,3% non è s’accordo con lei e in democrazia il 56,3% è di più del 43,7%. Elementare, Watson.

La pretesa di sapere la sera delle elezioni chi governerà per tutta la legislatura stabilmente e senza pericolo non è condivisa dagli Stati Uniti, che pure hanno un sistema presidenziale. Il prossimo 4 novembre, alla sera, si saprà il nome del prossimo Presidente USA. Se poi ella/egli potrà realizzare il suo programma, questo dipenderà dalle elezioni della Casa dei Rappresentanti e del Senato. Nel primo mandato, conquistato nel 2008, Obama aveva una maggioranza al Senato, e nella Casa dei Rappresentanti, ma nella Midterm Election del 2010 mantenne la maggioranza nel solo Senato. Nelle elezioni del 2012 Obama fu riconfermato, ma sempre in minoranza nella Casa dei Rappresentanti. E finì “azzoppato” totalmente nelle Elezioni di Mezzo Termine del 2014, perdendo la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso USA.

Quando si chiede la ragione di ciò la risposta è semplice: il Presidente degli Stati Uniti è molto potente, quindi i controlli e i contrappesi devono essere forti. A metà mandato spetta al popolo mandare un segnale al Presidente. La nostra revisione, invece, lascia il Presidente del Consiglio dei Ministri senza controlli e contrappesi, padrone dell’agenda parlamentare e della Camera dei deputati, che dà la fiducia – dimenticando il monito della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, per la quale «La società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha Costituzione» (Art. 16).

Con 3 membri della Corte Costituzionale eletti dalla Camera e 2 dal Senato, non è più necessario trovare un’intesa in un Parlamento in seduta comune, più semplice eleggere a maggioranza i 2 giudici di competenza del Senato, male che vada la lista beneficiaria del premio di maggioranza ne eleggerà uno al Senato. Con un Presidente della Repubblica espressione della stessa maggioranza politica della Camera sono assicurati almeno 8 membri su 15, la maggioranza della Corte Costituzionale.

Non basta: con il metodo di elezione indiretta del Senato, già sperimentata, senza reazioni popolari, con la legge Delrio per province e città metropolitane, si è scoperto più facile non abrogare Senato e/o Province, ma la democrazia nella loro elezione: con le elezioni di secondo grado si saprà chi governerà… la sera prima delle elezioni! Nelle passate elezioni provinciali era legittima la candidatura di un solo presidente di provincia e di una sola lista di consiglieri provinciali pari ai posti da eleggere: tutti insieme appassionatamente.

C’è un semplice test: confrontare i testi degli art. 57 e 70 Cost. vigenti e quelli revisionati. Del 57 ho parlato, il 70 vigente era comprensibile da tutti, con licenza elementare: «La funzione legislativa è collettivamente esercitata dalle due Camere». Un comma di nove parole: quello revisionato è di 6 commi e di diverse centinaia di parole. I costituzionalisti, titolari di insegnamento universitario, non si sono ancora accordati su quanti siano i procedimenti di approvazione delle leggi, si va da 4 a 7: una bella semplificazione! Voti SÌ chi ha capito i nuovi articoli 57 e 70, chi non li capisce o ha dei dubbi voti NO al referendum di Ottobre, se non altro per il principio di precauzione.

E non abbiamo parlato della legge elettorale, che si chiama Italicum (io preferisco Italikum), perché in nessuna altra parte del mondo si cumulano premi di maggioranza e soglia di accesso. Inoltre il premio di maggioranza è inversamente proporzionale al consenso elettorale. In altre parole, se hai il 40% dei voti validi espressi, quindi comprese le schede bianche e i voti per liste sotto soglia del 3%, riceverai in premio un 15% di seggi in più, se sei ammesso al ballottaggio con il 25% dei voti espressi, escluse bianche e voti per liste sotto soglia, e lo vincessi, più che raddoppieresti i seggi di tua spettanza.

Ci sono italiani di serie A, quelli delle regioni Val d’Aosta e Trentino Alto Adige, quelli di serie B, tutti gli altri italiani residenti sul territorio nazionale, ed infine quelli di serie C, quelli della Circoscrizione estero. I primi eleggono i loro rappresentanti al primo turno in collegi uninominali con recupero proporzionale di 3 seggi su 8, che nessuno può toccare, ma partecipano al ballottaggio, decidono quale lista prende il premio di maggioranza, come nel 2006 e nel 2013 con il porcellum e quindi decidono chi governerà gli altri 60 milioni di italiani.

Quelli di serie B subiscono i capilista bloccati, non sanno chi sarà eletto nel proprio collegio con le preferenze, perché li decide l’algoritmo, che distribuisce i seggi del premio di maggioranza su scala nazionale e se appartengono ad una minoranza linguistica diversa dalla francese della Val d’Aosta o tedesca della Provincia di Bolzano, per esempio sei un sardo, un friulano, uno sloveno o un occitano identitario non hai garanzia di rappresentanza.

Infine se siete italiani della Circoscrizione estero vi possono rubare il voto, alterare i risultati e siete esclusi dal ballottaggio, anche se siete molti milioni in più dei trentin-altoatesini.

Con un popolo informato, la vittoria dei NO è scontata, ma va da sé: questo dovrà essere evitato ad ogni costo con il controllo dei mass-media, senza alcun rispetto del pluralismo informativo. Ma neanche questo basterà. Quindi nella parte finale della campagna referendaria ci sarà il terrorismo politico-finanziario sulle famiglie che hanno un mutuo a tasso variabile: il diritto di voto dei cittadini sarà espropriato dalle agenzie di rating, dal FMI e dalla BCE: alla faccia del voto libero, uguale e personale previsto dal nostro art. 48.2 Cost.

 

Felice Besostri

(da L'avvenire dei lavoratori, 16 giugno 2016)


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