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Carlotta Caldonazzo. Terrorismo e guerra al terrorismo: una controproposta
18 Novembre 2015
   

Sei attentati sincronizzati scuotono Parigi nella serata e fino alla tarda notte tra il 13 e il 14 novembre; è giunto il momento di elaborare una strategia efficace per fermare la logica del terrore e della sopraffazione.

 

 

Probabilmente, l'aspetto che più preoccupa dell'ondata di attentati di Parigi è la loro sincronia quasi assoluta, prova evidente del fatto che a commetterli siano state almeno otto persone ben addestrate, al punto da essere in grado di compiere attacchi secondo una modalità tipica delle zone di conflitto, come Siria o Iraq, ma in una capitale europea e a pochi giorni dalla visita del presidente iraniano Hassan Rohani in Europa, prontamente annullata. La strage di Parigi, inoltre, segue di un giorno il doppio attentato suicida che ha colpito la periferia meridionale di Beirut, dove vive una parte dei dirigenti e dei militanti del partito sciita libanese Hezbollah (è l'attentato più sanguinoso dalla fine della guerra civile).

In particolare, suscita inquietudine il trinomio costituito da coordinazione strategica, facilità di reperimento di armi pesanti e uso di esplosivi artigianali di facile reperimento. Per ottenere il perossido di acetone (utilizzato dall'attentatore suicida che tentava di entrare nello Stade de France di Parigi), non c'è bisogno neppure di ricorrere alle reti criminali, da cui spesso provengono le armi da fuoco. La tattica degli attentati coordinati contro paesi considerati ostili era emersa già negli attentati rivendicati da al-Qaeda e gruppi affiliati, a partire da quelli dell'undici settembre 2001 negli Stati Uniti, fino a quelli di Madrid del 2004, e di Londra e Sharm el-Sheikh del 2005. Al-Qaeda, tuttavia, a differenza dei cartelli del jihad del cosiddetto “Stato islamico” (Daesh), non controllava porzioni cospicue di due stati del Medio Oriente (Siria e Iraq) e, soprattutto, non si poneva come alternativa ai confini e alle istituzioni di questi stati. L'intenzione dichiarata da al-Qaeda era seminare il terrore, non reclamare il potere assoluto su una qualche regione del mondo.

Dunque, i cartelli del jihad (che con al-Qaeda non hanno sempre relazioni positive, almeno ufficialmente) uniscono alla strategia qaedista quella dei movimenti armati che lottano contro un “invasore” per spodestarlo e prenderne il posto, applicandola a livello trans-nazionale anziché in un solo paese. Per questo la loro propaganda, a differenza di quella di al-Qaeda, mira ad attrarre sempre nuovi adepti attraverso una propaganda esplicita e supportata da sofisticati mezzi di comunicazione, pubblicità e marketing. La loro è una retorica che, come in tutti gli estremismi che si rispettino, trova un terreno particolarmente fertile nelle zone e tra le fasce sociali economicamente e socialmente emarginate. Un aspetto che li accomuna ai movimenti criminali di stampo mafioso, al pari del ricorso a traffici illeciti (droga, armi, esseri umani) per rifornirsi di denaro e armamenti vari. Considerando strategie e mezzi di “sostentamento”, Daesh accorpa dunque elementi provenienti da diverse organizzazioni terroristiche e criminali, corredandoli con una propaganda fondata su motivi dalla forte connotazione ideologica, come la rabbia (e la riscossa) degli oppressi e i sentimenti di ostilità nei confronti del “sistema occidentale”. E lo fa in un momento in cui il senso di frustrazione, impotenza e risentimento è piuttosto diffuso anche tra i cittadini europei o statunitensi. A chiunque salga su un qualsiasi mezzo di trasporto pubblico a Roma sarà capitato almeno una volta di sentire discorsi traboccanti di ira repressa, talvolta persino un qualche “altro che l'Isis...” (Isis è uno degli acronimi con cui è conosciuto il cosiddetto “Stato islamico”).

Se non secondo la logica, almeno per esperienza è evidente che un'organizzazione simile non si può fermare manu militari. Tutte le guerre condotte finora, e presentate come “umanitarie” o “preventive”, non hanno prodotto che un aumento dei fenomeni riconducibili al terrorismo e, soprattutto, hanno preparato il terreno alla sua diffusione, al punto che una buona parte dei miliziani di Daesh ha un passaporto europeo. Inoltre, tutte le misure di sicurezza finora messe in campo si sono rivelate inefficaci, anche perché non si può perquisire chiunque e, per quanto si possano intensificare i controlli, il margine di errore resta alto. Combattere i cartelli del jihad significa anzitutto privarli del consenso che riscuotono, oltre che dei mezzi di rifornimento bellico e finanziario, ovvero lavorare sui mezzi di reclutamento e sui traffici illeciti. Una strategia che vale al contempo anche per ridurre (e - perché no? - eliminare) le attività delle organizzazioni criminali e che ha tra le priorità quella di creare sviluppo. Dove c'è sviluppo economico (quello vero, inscindibile dalla giustizia sociale) la propaganda mafiosa e terroristica è meno incisiva. Gli attentatori sono in genere giovani, quindi proporre loro un'alternativa di emancipazione sociale e civile potrebbe essere un buon modo per sottrarli all'orbita dell'estremismo.

Se si vuole davvero combattere il terrorismo non ci si può sottrarre ad una riflessione autocritica sul sistema economico e sociale attualmente in vigore. Un sistema che troppo spesso produce ingiustizia, discriminazione ed esclusione, ma soprattutto relazioni sociali basate sulla competizione e sull'egoismo. Al terrorismo e all'estremismo si risponde con la garanzia dei diritti inalienabili dell'uomo, con la giustizia sociale, con l'inclusione e la partecipazione collettiva alla vita politica. Una via che finora la comunità internazionale non è sembrata disposta a seguire, schierandosi, al contrario, contro guide politiche in grado di proporre modelli sociali alternativi, soprattutto per quanto riguarda i meccanismi di produzione e la gestione delle risorse del pianeta: si pensi, ad esempio, a Thomas Sankara in Burkina Faso o a Mohammad Mossadeq in Iran. Inoltre, la repressione (più o meno diretta) delle forze politiche di sinistra e, in generale, dissidenti, che rappresentavano le fasce sociali più esposte all'ingiustizia, ha provocato un sentimento diffuso di frustrazione e di solitudine in chi si vedeva negati i diritti fondamentali. Ciò, a sua volta, ha sgretolato progressivamente il tessuto sociale, alimentando ulteriormente la tensione. Due esempi fra tutti: il primo, Anders Behring Breivik, che il 22 luglio del 2011 provocò una strage, prima a Oslo, con un ordigno artigianale, poi sull'isola di Utøya, sparando su una folla di studenti; il secondo esempio è invece Yassin Salhi, che il 26 giugno 2015, in una fabbrica vicino Lione, ha decapitato il suo datore di lavoro. Due casi che rivelano una pericolosa diffusione del sentimento di disperazione nei confronti del futuro, fino alla perdita della lucidità (evidente soprattutto nel caso di Breivik, che si dichiarò convinto del suo gesto). Creare sviluppo significherebbe quindi evitare sia gli episodi di follia “interni” che i fenomeni legati al terrorismo, ma anche alla corruzione e alla criminalità.

Che sia vero che l'obiettivo più nobile che un governo possa prefiggersi sia di favorire quel grado di sviluppo economico, sociale e culturale, che renda le istituzioni quasi superflue?

 

Carlotta Caldonazzo

(da Free Lance International Press, 15 novembre 2015)


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