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Rocco e i suoi discepoli. Notarella sui delitti e sulle pene della diffamazione 
di Enzo Marzo (Critica liberale)
02 Ottobre 2012
 

Per l'interesse che suscita e la chiarezza degli argomenti, pubblichiamo l'editoriale che uscirà sul n. 202 di Critica liberale, dedicato in gran parte alla questione della diffamazione, ringraziando l'Autore per averlo anticipato e messo a disposizione per la diffusione. Leggendolo potrete notare che Enzo Marzo, benché con ogni probabilità non a conoscenza delle nostre vicende, arriva a lambire, in specie nei 'corollari' 5 e 7 e con ipotesi di soluzione magari ancora da approfondire, anche la nostra storia. Che ci vede da ormai troppi anni dentro e fuori dai tribunali, alla mercé appunto dei discepoli di Rocco.

 

 

1. Per riassumere il fulcro del caso Sallusti è sufficiente una sola frase. Però il caso ha tanti corollari. La frase è questa: la logica del codice Rocco applicata contro Sallusti è un residuo fascista che inchioda il nostro paese nella cerchia dei più retrogradi del mondo. La prima responsabilità della sua sopravvivenza è dell'attuale e delle passate classi politiche, della destra cialtrona e della sinistra conservatrice, che in sessanta anni si sono disinteressate del problema. A loro cosa importa? Dopotutto è solo una questione di libertà.

Da anni giacciono in Parlamento alcune proposte di legge sull'argomento, ma dormono nei cassetti. Anche il governo Monti – pur sollecitato - fino allo scoppio del caso Sallusti se ne è solennemente infischiato. Quindi la responsabilità primaria è chiarissima. Adesso c'è solo da augurarsi che le forze politiche, pressate dallo scandalo, non si limitino ad abolire la medioevale sanzione del carcere ma affrontino l'intera questione della diffamazione, che è complessa perché mette in gioco diritti più o meno importanti, spesso in contrasto tra di loro. Sul proscenio, non dimentichiamolo, ci sono la libertà d'espressione e il diritto di cronaca che, alla fine, meritano più tutela di qualunque altro diritto.

 

2. La vicenda Sallusti ha alcuni corollari. Avverto i lettori che io che sto scrivendo, come tutti coloro che scrivono ed esprimono giudizi, non posso che essere di parte, e nel caso specifico lo sono ancor di più perché come Portavoce della Società Pannunzio per la libertà d'informazione, negli anni scorsi ho denunciato sia Sallusti sia Farina, lo spione Betulla, all'Ordine dei giornalisti della Lombardia per i loro comportamenti deontologicamente scorretti. L'Ordine ci ha dato ragione e Farina, lo spione Betulla, ha polemizzato con noi sulla prima pagina di Libero, minacciando persino azioni legali e rivendicando un preteso “diritto all'oblio”, quando a farsi ricordare periodicamente ci pensa da solo. Aggiungo, per chiarezza, che sono convinto che entrambi svolgano un lavoro che ha poco a che vedere con quello giornalistico. Detto questo, cercherò di rimanere ai fatti accertati e di motivare ogni giudizio. Un giornale, Libero, pubblica un commento firmato “Dreyfus” in cui si chiede addirittura la pena di morte per quattro persone, tra cui un magistrato, fondandosi su una notizia falsa. E che la notizia fosse falsa era emerso ancora prima della scrittura del commento, ed è incontestabile. (Sul Giornale è stato scritto che Libero “non aveva l'agenzia Ansa”, ed è un vero peccato che il quotidiano più foraggiato dallo Stato non possa dotarsi di quello strumento fondamentale. Fare colletta!). Dopo le prime proteste (non è ben chiaro se sia pervenuta al quotidiano una richiesta formale di rettifica), il Direttore di Libero avrebbe dovuto sentire il dovere professionale di rettificare motu proprio. Non lo ha mai fatto. Evidentemente, oltre all'Ansa, Libero non può permettersi il lusso di comprarsi gli altri giornali e leggerseli. Così rimane a corto di notizie, anche di quelle ormai vecchie. In questi sei anni i lettori di Libero non hanno mai avuto il piacere di conoscere quali fossero veramente i fatti, né di valutare un commentatore che li aveva presi in giro aizzandoli a reazioni invero scomposte con una notizia falsa. Nessuno ne ha parlato in questi giorni, ma l'offesa più grave compiuta da Sallusti è nei confronti dei propri lettori. Chi li risarcisce per il prodotto adulterato che è stato propinato loro dietro pagamento di moneta contante? Il resto è noto. I vari tribunali hanno applicato la legge vigente con eccessiva severità, compiendo anche dei pasticcetti. Ma le leggi vigenti, la magistratura, le deve applicare. Se sono sbagliate vanno cambiate. Abbiamo già detto di chi è la responsabilità di questo scandalo.

 

3. Dopo l'ultima sentenza e dopo essere stato smascherato da Feltri, Farina riconosce d'essere l'autore dell'articolo infame. I suoi amici e maestri si mostrano particolarmente irritati con lui. Ma non vedo come possano lamentarsene. Farina, ovvero Betulla ovvero Dreyfus (il povero martire della giustizia e del razzismo francese, dopo 113 anni non meritava certo l'estrema offesa di vedersi scippare il nome da chi incarna esattamente il contrario dei suoi valori), è il prodotto più puro dell'intreccio perverso di berlusconismo, feltrismo e fanatismo cattolico. Di che si lamenta Feltri? Da quel trivio era ovvio che nascesse un simile monstrum. Mentana lo definisce “un infame”. Per noi resta il Farina di sempre. Lo spione Betulla premiato da Berlusconi con un seggio parlamentare nella più indecente legislatura della storia repubblicana. Comunque il trino Farina-Betulla-Dreyfus nel periodo in questione era già nei guai giudiziari e disciplinari. L'Ordine dei giornalisti aveva già adempiuto al suo dovere radiandolo perché contemporaneamente giornalista (si fa per dire) e spia dei Servizi. Sallusti lo fece scrivere anche dopo la condanna, ma mettendogli una maschera. E per questo si meritò a sua volta una sospensione di due mesi. È ridicola l'argomentazione che se Farina-Betulla-Dreyfus si fosse autodenunciato avrebbe salvato il suo Direttore, perché, come dovrebbe essere noto alla gente del mestiere, le due responsabilità – del Direttore e dell'autore – non si elidono ma si sommano. Né ci pare in questo caso valido l'argomento contro la “responsabilità oggettiva” del Direttore. Il Direttore di un quotidiano (ingiustamente) si deve far carico di colpe non sue, giacché certamente non può leggere decine e decine di pagine del giornale ch'egli firma come responsabile, ma qualunque Direttore sente il dovere di leggere almeno i commenti e gli editoriali. Sallusti in questo frangente si è dimostrato anche professionalmente un giornalista che non sa fare il suo mestiere. O no?

 

4. Sallusti, però, è stato bravo nell'approfittare del deprecatissimo scandalo della sanzione “carcere” per auto-martirizzarsi. Se i politici saranno costretti a correre ai ripari, e lo faranno di certo, sarà un suo merito che nessuno gli potrà mai negare. Anche i giornalisti glielo dovranno riconoscere. Noi lo facciamo per primi. Senza, però, dimenticare che le sue responsabilità nell'episodio incriminato sono comunque gravissime e hanno diffamato l'intera professione giornalistica. Sallusti – come peraltro tutti i Direttori di giornali italiani – ha l'arroganza di considerare i lettori meno che niente. Regolarmente i Direttori violano da sempre la legge sulla stampa del 1948 che prescrive norme severe e precise sulla rettifica. Sallusti ha fatto di più e ha ritenuto di non dover rettificare alcunché, anche di fronte a una falsità eclatante e indiscutibile. Adesso tutti si stracciano le vesti contro una sanzione cosi sproporzionata come il carcere per dei reati di stampa, e fanno benissimo; tutta la destra si è sollevata come un sol uomo, abbiamo letto fascisti incalliti scandalizzarsi per l'utilizzo della logica del codice Rocco, dimenticandosi che proprio il Pdl (l'ha fatto notare Carlo Federico Grosso e alcuni parlamentari) sta facendo in questi stessi giorni fuoco e fiamme in Parlamento “per ampliare la previsione del carcere nei confronti dei giornalisti che infrangono il divieto di pubblicare notizie attenenti ad atti processuali”.

 

5. Molti hanno accusato o difeso il magistrato che si è sentito offeso dallo scritto di Farina-Betulla-Dreyfus. Ma l'atteggiamento del querelante è del tutto irrilevante. Egli si è solo appellato alla legge. Però involontariamente ha aperto una questione sottovalutata da tutti, e che invece è centrale. È giusto che in casi, come per la diffamazione, in cui massima è la componente soggettiva del giudizio sia soltanto un magistrato a giudicare su un altro magistrato? Crediamo proprio di no. E lo possiamo dimostrare con le cifre. Secondo un'indagine dell'Ordine dei giornalisti di Milano, di cento “offesi” che si sono visti dar ragione in tribunale ben 23 sono magistrati e solo 3 sono giornalisti. I magistrati sono al primo posto con “l'onore risarcito”. Non è un dato inquietante che la dice lunga? Io stesso ricordo il caso di un famoso magistrato che rilasciò una intervista a un quotidiano: querelato, lui fu assolto pur avendo confermato lealmente i giudizi espressi e il giornalista che li aveva riportati fu condannato da un giudice davvero troppo zelante e corporativo. Vogliamo tutti rifletterci sopra con pacatezza, ma senza chiudere gli occhi?

 

6. Al margine del caso Sallusti sentiamo il dovere di non tacere un nostra crescente preoccupazione. Tutti tacciono intimiditi. A quanto ho letto, solo il senatore pd Franco Monaco sommessamente si è posto la domanda retorica: “Il Quirinale ha diritto di sindacato su sentenze definitive?”. In questa occasione Napolitano, con un suo improvviso intervento e con un comunicato ancora più irrituale, ha ulteriormente aggravato una condotta lesiva delle norme costituzionali, delineando di fatto uno stravolgimento delle figura e dei limiti della Presidenza della Repubblica. Soprattutto da qualche mese, Napolitano interviene sulla legislazione, pretende di fornire quotidianamente all'esecutivo l'indirizzo politico, dà giudizi sulla produzione legislativa passata, presente e futura, e ora si erge a “controllore” persino delle sentenze della Corte di cassazione e concorda provvedimenti direttamente col ministro competente sottolineandone ufficialmente e per iscritto il carattere ad personam. Si pone così in atto una vera e propria prevaricazione nei confronti degli altri poteri dello Stato e quindi si opera la distruzione del liberale “stato di diritto”. Tutto ciò non trova alcun appiglio nella lettera e nella sostanza della nostra Carta fondamentale e costituisce un precedente di “sistema presidenziale autoprodotto e autogestito” che potrà essere utilizzato pessimamente dai prossimi inquilini del Quirinale.

 

7. Ugualmente occorre riflettere che l'attuale legislazione in materia di diffamazione (e non certo per la sola presenza di una sanzione come il carcere) è sconcia anche per quanto riguarda l'attuale procedimento civile. E va totalmente rivista perché in questi anni è servita e serve come arma di ricatto contro la libertà di stampa. Molti, troppi, autori ed editori sono stati intimiditi da pretese di risarcimenti milionari pendenti per anni sul loro capo. In tempi berlusconiani la libertà di espressione nel nostro paese è stata gravemente limitata proprio grazie a questa normativa. Se il berlusconismo è stato davvero accantonato, perché non mettere mano a una legge davvero liberale? E già che ci stiamo perché non si approfitta per fare piazza pulita anche di tutti quegli altri residui illiberali che sono i reati d'opinione? Occorre per la diffamazione una legge che tenga conto dell'eventuale lesione dell'onore, dei diritti dei lettori e del diritto di cronaca. Oggi la parte che si sente lesa ha la possibilità di optare (con tempi abnormi e di per sé ricattatori) per la via penale, la via civile o entrambe. La tesi che qui avanziamo bada alla sostanza e parte dal principio che se sono stati lesi l'onore o la verità dei fatti ciò che è più importante non è certo un risarcimento in quattrini ma la immediata riparazione del torto e la pronta restaurazione dell'onore. Una delle prove più significative del declino della nostra civiltà è la teoria che l'onore personale sia monetizzabile e possa essere ripristinato da un risarcimento economico. Semmai dopo anni e anni di processo durante i quali il passare del tempo ha consolidato e perpetuato la non-verità e l'offesa. Da qui la proposta di eliminare la sanzione penale della diffamazione, residuato dell’impianto repressivo del Codice Rocco, per nulla funzionale alla tutela degli interessi in gioco. Anzi, proprio la inevitabile lunghezza del processo penale vanifica la effettiva tutela della personalità del preteso diffamato e prescinde da ogni garanzia del diritto dei lettori ad essere informati. (Bisognerebbe introdurre forme di tutela del singolo o dei molti che sono danneggiati da un'informazione scorretta, anche se non li riguarda direttamente ma in quanto lettori). Molto meglio, quindi, far ricorso ai soli rimedi civilistici, a condizione che in questo caso si escluda la risarcibilità con equivalente monetario del preteso onore ferito. In sede civile, infatti, ben si potrà consentire la tutela d’urgenza in caso di informazione imprecisa e/o diffamatoria, ottenendo l’ordine giudiziario in forma specifica, magari nelle forme del decreto d’urgenza e salvo il successivo contraddittorio, con l’obbligo per la testata di pubblicare, in tempi ravvicinati rispetto ai tempi del processo penale, la rettifica o l’intervento del soggetto leso. Solo qualora il comportamento lesivo, e provato come tale, produca un danno ulteriore si potrà chiedere, con onere della prova a carico del danneggiato, un risarcimento, legato però ai tradizionali criteri del danno patrimoniale e non al principio ormai tradizionale dell’automatismo del danno da diffamazione. Ma prima ancora di dare inizio a un eventuale iter processuale, si dovrebbe cercare in ogni modo di evitare il litigio o di risolverlo senza aggravare ulteriormente l'appesantita macchina della giustizia. E quindi prevedere tutte le forme possibili per un ripristino il più possibile immediato della verità e dell'onorabilità (giurì d'onore, rettifiche finalmente efficaci, diritto di replica ecc).

Ma i discepoli di Rocco sono in grado di rivoluzionare l'attuale e antico modello repressivo che è nei codici e nelle loro teste?

 

(in fcl fondazione critica liberale, 2 ottobre 2012)


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