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Sergio Caivano. Discorso del 25 aprile 2011 a Tirano
(foto d
(foto d'archivio AltaReziaNews) 
27 Aprile 2011
 

Celebriamo oggi il 25 Aprile, giorno nel quale, 66 anni fa, l’attesa, l’ansia, l’angoscia la trepidazione, la rabbia anche, a lungo represse, si scaricano nel comunicato del CLNAI col quale si ordina l’insurrezione generale. Scendono i partigiani dalle montagne e dalle colline, escono dai casolari, anche dalle fabbriche delle città e, spesso dopo aspri scontri, conquistano in pochi giorni tutto il Nord del Paese.

Il 25 Aprile costituisce la data convenzionale della Liberazione. Poche volte la parola, una sola parola, evoca un sentimento così radicato, profondo, diffuso tra gli italiani in quel fatidico giorno.

Significa Liberazione dalla barbara invasione nazista, dall’infame e fanatico totalitarismo del Terzo Reich che occupa, comanda, uccide, spesso civili inermi ed indifesi, costringe il Paese ad essere diviso in due parti. E che, per dimostrarci amicizia, ci espropria del Trentino, dell’Alto Adige, e del Friuli.

Significa Liberazione dalla dittatura fascista, col suo ventennale e lugubre elenco di violenze compiute, di condanne inflitte, di esiliati, di torturati, di fucilati o di impiccati, di ebrei perseguitati ed inviati nei lager nazisti, di renitenti alla leva che non vogliono più combattere per Hitler o per Mussolini mandati nei campi di lavoro in Germania, dai quali molti non tornano più. E di soldati affranti, sfiduciati, malconci reduci dai vari fronti di guerra che portano negli occhi la visione della disfatta dovuta a mancanza di vestiario, di viveri, di armi e di mezzi adeguati che sottolineano l’impotenza, l’incapacità, la leggerezza con le quali sono stati inviati a combattere.

Liberazione che produce finalmente la riunificazione del Paese sotto un’unica bandiera, un unico Stato indipendente e sovrano. Liberazione che realizza, soprattutto, la fine della guerra voluta dal fascismo, guerra dissennata e stolta, che produce un cumulo di macerie, distruzioni e lutti. Cessano allarmi bombardamenti, mitragliamenti, deportazioni, rastrellamenti, fucilazioni senza motivo, angherie d’ogni tipo.

Questo spiega la gioia irrefrenabile dei cittadini in tutto il Paese, al momento della Liberazione tanto attesa. Si espongono le bandiere tricolori sui balconi e ci si stringe attorno ai partigiani chiamandoli per nome, abbracciandoli, baciandoli.

Una gioia incontenibile, indescrivibile. Per molti giorni le nostre piazze, le nostre strade restano invase da una folla festante e plaudente. Si balla si scherza, si canta. Ritorna, prepotente, la voglia, la gioia di vivere! Un futuro radioso si apre davanti a tutti. Questo succede a Milano come a Torino o a Genova, ovunque.

Le nostre valli vengono liberate quando gli Alleati sono lontani, non sono ancora giunti a Milano o stanno per arrivarci con gli avamposti. Chiavenna e Morbegno il giorno 27, Sondrio il 28. Tirano, già distintasi nell’opera prestata a favore degli ebrei, lo stesso giorno 28, qualche ora dopo. La battaglia di Grosio del 18 aprile, che vede i nostri partigiani respingere i miliciens di Darnand, purtroppo con la perdita dei due comandanti, Emilio Valmadre e Guglielmo Pini, e che chiude definitivamente la possibilità di realizzare il progettato ridotto alpino della Valtellina, costituisce il preludio della vittoria a Tirano. Vittoria conseguita dopo una battaglia lunga e aspra che si protrae per tutto il giorno e che vede i tedeschi già fuggiti verso la Svizzera, i numerosi miliciens e i fascisti costretti alla resa. Cadono Ermanno Balgera e Nello Braccaioli, quest’ultimo colpito mentre si reca col medico ad assistere i feriti. William Marconi in L’aprile del 1945 tra Tirano e Grosio, e Giuseppe Rinaldi che ha preso parte alle due battaglie, su Il Graffito, ci offrono una dettagliata descrizione dei fatti. Resta solo, a questo punto, il presidio tedesco dello Stelvio, che si arrende il 3 maggio. Sono i partigiani guidati da Cesare Marelli a convincerli a sloggiare. Tutta la Valtellina è finalmente libera! Abbiamo tutti, io credo, un debito di riconoscenza nei confronti di quanti hanno fatto una scelta così difficile e all’inizio così incerta, che comporta sacrifici, privazioni e dure sofferenze. Ci hanno restituito l’onore e la dignità perduti. Abbiamo il dovere di ricordare quelli che caddero per la conquista della libertà, i tanti che nel corso di questi lunghi anni sono scomparsi, quanti per fortuna sono ancora tra noi, e dire a tutti loro una sola parola: grazie!

Il sogno di quei giorni, in seguito, viene in parte stemperato dalla realtà concreta. Ma la Resistenza rende possibile la Repubblica prima e la Costituzione poi. Da allora ha inizio un progresso di crescita civile democratica ed economica che dura lunghi decenni.

La guerra di Liberazione non è indolore: solo nelle nostre valli, 140 patrioti e 48 civili perdono la vita, e 144 rimangono feriti mutilati invalidi. Il Presidente della Repubblica ha voluto consacrare la Resistenza armata dei partigiani valtellinesi e quella disarmata ma essenziale delle popolazioni, senza la cui solidarietà fattiva e costante la lotta dei patrioti non sarebbe stata possibile, concedendo la medaglia d’argento al valor militare alla provincia di Sondrio. Medaglia che brilla sul suo gonfalone e che viene sbandierata ad ogni occasione, spesso dimenticandosi, però, di specificare che quella medaglia è stata conquistata dalla Resistenza, non da altri.

Occorre anche ricordare il ruolo importante, essenziale, esercitato dalle donne valtellinesi. Inizialmente rappresentano l’anello di congiunzione tra i patrioti e le famiglie. L’amore per i propri cari si trasforma col tempo nel pieno coinvolgimento per la causa. Non solo postine, staffette ma anche incarichi rischiosi, come il trasporto d’armi, il sostegno agli ebrei, ai ricercati, ai forestieri. Anche la guerra. Lina Selvetti si allontana da Buglio dopo la battaglia. Braccata, si sposta a Milano dove si batte con i GAP fino a che viene uccisa in uno scontro il 4 febbraio ’45. Altre sono arrestate, torturate, portate a S. Vittore. Molte ottengono il riconoscimento partigiano. Ma moltissime, patriote invisibili, restano sconosciute. Credo che la storiografia dovrebbe meglio ricostruire la loro partecipazione alla lotta

Questa è la storia, la nostra storia. Non quella che ci viene propinata da alcuni anni, tesa alla delegittimazione della Resistenza, alla rivalutazione dei Savoia e dello stesso fascismo, ad onta dei disastri compiuti. Ci vengono descritti un fascismo mai esistito, una dittatura all’acqua di rose, e persino i peggiori fascisti, quelli della Repubblica di Salò come dei combattenti per la Patria. Ma l’Italia aveva già dichiarato la guerra alla Germania il 13 ottobre ’43! Noi possiamo comprendere la confusione di giovani irretiti dal fanatismo ideologico e dalle menzogne del regime dissoltosi il 25 luglio ’43. Che non spiegano però la ferocia dimostrata verso i partigiani e soprattutto nei confronti dei civili. Siamo persino disposti ad ammettere la buona fede di alcuni di loro. Fede, ma, quanto alla Patria, per favore, non raccontiamoci favole. La Patria stava da un’altra parte. Stava dalla parte di chi combatteva per la libertà e per la democrazia, non dalla parte di chi era per la dittatura e per il nazismo e risulta corresponsabile delle atrocità commesse!

Viviamo oggi in un Paese che ha smarrito la bussola, ha perso la propria memoria storica, non capisce il presente, non sa progettare il futuro. Un Paese in cui si insultano le Procure, colpevoli solo di fare il loro dovere, accusandole di brigatismo giudiziario e trovando subito eco in scritte ignobili. Si incrementano le leggi ad personam, coi processi brevi e con quelli lunghi. In questo clima, si chiede persino di abolire il divieto di riorganizzazione del partito fascista, si vuole concedere poteri speciali al Parlamento. Il tutto fa parte di una strategia provocatoria che innesta una rissa perenne attorno ai principi costituzionali. Bisogna stare attenti. Le parole sono pietre. La violenza verbale è pericolosa. Non a caso il Capo dello Stato, garante dell’unità del Paese, ha dovuto lanciare un severo monito al fine di evitare possibili degenerazioni.

In una giornata di festa come questa, non voglio sviluppare questi temi. Dico solo che, da Montesquieu in poi, la democrazia si regge a condizione di tener ben distinti e bilanciati i tre poteri: il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario. Abbatterne o limitarne uno solo significa svuotare la democrazia di qualcosa di essenziale, e porta allo sconquasso della Costituzione.

Ricorre quest’anno il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, alle cui celebrazioni l’ANPI, sia nazionale come provinciale, ha partecipato con assoluta convinzione. Perché i partigiani, anche se portavano al collo fazzoletti rossi o verdi o azzurri, si sono sempre battuti per una sola bandiera, il tricolore. Anche noi dell’Anpi da sempre portiamo sulle spalle il tricolore. Non dimentichiamolo mai: la guerra di Liberazione è stata anche un atto d’amore, un profondo atto d’amore nei confronti della Patria! La Resistenza si lega al Risorgimento, di cui ne rappresenta il necessario completamento. Si parla tanto di radici, oggi. Ebbene, diciamolo a chiare lettere: Risorgimento, Unità d’Italia, Resistenza, Repubblica e Costituzione sono le nostre uniche, profonde radici che continueremo a difendere con tutte le nostre forze. Come continueremo a difendere la democrazia e la libertà di questo Paese.

 

Sergio Caivano

Presidente ANPI provincia di Sondrio

 

(testo del discorso pronunciato a Tirano il 25 aprile 2011)


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