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Rod Nordland e Alissa J. Rubin. Afghanistan. Bambine vittime di matrimoni forzati
16 Giugno 2010
 

Kabul, Afghanistan. Le due ragazze afgane avevano tutte le ragioni di aspettarsi che la legge sarebbe stata dalla loro parte, quando un poliziotto ad un posto di blocco ha fermato l'autobus su cui si trovavano. Travestite da ragazzi, le due fanciulle di 13 e 14 anni stavano scappando da due giorni lungo strade sconnesse e passi montani, per sfuggire ai loro illegali matrimoni forzati con due uomini molto più anziani, ed ora erano arrivate alla relativamente più liberale provincia di Herat.

Invece, riconosciutele come ragazze, il poliziotto ha ignorato le loro implorazioni e le ha immediatamente rimandate indietro, nel loro remoto villaggio della provincia di Ghor. Le due ragazze sono state fustigate pubblicamente per aver osato scappare dai loro mariti. I loro aguzzini, che hanno filmato l'abuso, non erano talebani, ma mullah locali ed un ex signore della guerra, oggi una figura pro-governativa che ha largamente in carico il distretto dove le ragazze vivono.

Nessuna delle due ha battuto ciglio durante i pestaggi, e subito dopo si sono allontanate a testa alta. Simpatizzanti delle vittime sono riusciti ad inviare due video delle fustigazioni alla Commissione indipendente afgana per i diritti umani, che li ha resi pubblici sabato dopo aver tentato senza successo di far intervenire il governo centrale.

 

L'odissea delle due spose bambine in Afghanistan illustra una sconfortante verità.

Secondo uno studio dell'Unicef, dal 2000 al 2008 il 43% delle spose afgane aveva meno di 18 anni. Sebbene la Costituzione afgana proibisca i matrimoni di ragazze sotto i 16 anni, i costumi tribali li accettano non appena la pubertà sia raggiunta o persino prima. Il caso di Khadija Rasoul, 13 anni, e Basgol Sakhi, 14 anni, del villaggio di Gardan-i-Top, nel distretto di Dulina della provincia di Ghor (Afghanistan centrale), rimarca il fallimento delle autorità nel fare qualsiasi cosa potesse proteggere le ragazze, nonostante vi fosse l'opportunità di agire.

Forzate in un cosiddetto “scambio matrimoniale”, dove ogni ragazzina è stata data ad un uomo anziano della famiglia dell'altra, Khadija e Basgol hanno dapprima lamentato i pestaggi subiti dai mariti poiche' entrambe resistevano alla “consumazione” del matrimonio. Vestite da maschi, sono fuggite sino alla provincia occidentale di Herat, dove sono state arrestate. Nonostante nella provincia vi siano rifugi per donne e ragazze maltrattate o che fuggono da matrimoni imposti, la polizia ha immediatamente contattato l'ex signore della guerra, Fazil Ahad Khan, che i membri della Commissione per i diritti umani descrivono come “l'auto-eletto comandante e moralizzatore” del suo distretto nella provincia di Ghor, ed hanno reso le ragazzine alla sua custodia. Dopo un processo farsa tenuto dal signor Khan e da leader religiosi locali, le fanciulle hanno ricevuto la sentenza di condanna a 40 frustate, che è stata eseguita il dodici gennaio scorso.

Nel video il mullah, sotto lo sguardo di approvazione del signor Khan, somministra la sentenza con una striscia di cuoio, e sembra maneggiarla con la maggior forza possibile, colpendo a turno le ragazze sulle gambe e sulle natiche, producendo ad ogni colpo un forte schiocco. I pesanti chador rossi invernali sono stati rovesciati sulle teste delle due ragazze, che hanno solo le gonne a proteggerle dalle frustate.

Gli spettatori sono per lo più uomini armati in uniforme mimetica, e almeno tre riprendono la scena con le videocamere. Nessuna donna è presente.

Il mullah colpisce le ragazze con tanta forza che ad un certo punto si fa male al polso, e passa la striscia di cuoio ad un altro uomo. “State ferme”, ammonisce le vittime, sebbene nessuna delle due si sia mossa. Il volto di una ragazza è mostrato brevemente in lacrime, ma entrambe restano in silenzio per tutta la durata del filmato. Quando la seconda ragazza viene flagellata dall'uomo anziano che si sostituisce al mullah i suoi colpi appaiono meno potenti e subito dopo il mullah si riprende la frusta. Gli spettatori contano i colpi a voce alta, ma più volte sembrano perdere il conto e ricominciano daccapo o forse non sanno contare a lungo.

Ottimo lavoro signor mullah”, dice uno degli uomini ed il signor Khan guida tutti in preghiera.

«Sono rimasto allibito quando ho visto il video», dice Mohammed Munir Khashi, che ha indagato sul caso per conto della Comissione. «Pensavo che in questo XXI secolo un simile criminale incidente non potesse accadere nel nostro paese. È disumano, anti-islamico e illegale».

Fawzia Kofi, importante membro femminile del Parlamento dice che il caso può essere scioccante, ma che di certo non è unico: «Sono sicura che dei casi peggiori neppure sappiamo nulla. Matrimoni precoci e matrimoni forzati sono le due forme di violenza più comuni contro donne e ragazze». La Commissione per i diritti umani ha consegnato i video ed i risultati della propria indagine al governatore della provincia di Ghor, Sayed Iqbal Munib, che ha istituito un gruppo per investigare ma non ha intrapreso alcuna azione concreta. Una coalizione di gruppi della società civile della provincia chiede le sue dimissioni proprio per questo.

Neppure il Ministro degli Interni afgano ha risposto alle richieste della Commissione di intervenire, ha detto la presidente della Commissione stessa, Sima Samar. Un portavoce del Ministero non ha risposto neanche alle nostre richieste di commento.

 

I matrimoni forzati di bambine e ragazze afgane non sono limitati alle zone rurali.

Nella città di Herat, un rifugio per le donne finanziato dall'Unicef e gestito da un gruppo di donne afgane (La voce delle donne) ospita almeno 60 ragazzine che sono fuggite da matrimoni precoci. Un altro gruppo di donne, Donne per le donne afgane, gestisce centri nella capitale Kabul, nella vicina provincia di Kapisa e nella città di Mazar-i-Sharif, tutte aree relativamente tolleranti, ed hanno accolto 108 spose bambine solo da gennaio ad oggi, ci ha detto la direttrice esecutiva Manizha Naderi. La povertà è la motivazione per molti matrimoni precoci, sia perché un marito facoltoso paga una dote cospicua, sia perché il padre della sposa dopo ha un bambino in meno da mantenere. «Nella maggior parte dei casi le ragazzine sono vendute», spiega la signora Naderi. «E sempre nella maggior parte dei casi il marito è un uomo molto, molto più vecchio».

 

Sabato, nel rifugio di Donne per le donne afgane di Kabul, in una località segreta, c'erano quattro ragazzine fuggite dai loro matrimoni. Tutte sono state picchiate, e hanno pianto raccontando le loro esperienze. Sakhina, quindicenne di Bamian, è stata venduta come sposa per pagare i debiti del padre quando aveva 12 anni. La famiglia del marito la usava come domestica. «Non appena potevano, trovavano una scusa per battermi», ricorda. «Mio cognato, mia cognata, mio marito, mi picchiavano tutti».

Sumbol, diciassettenne, è una ragazza pashtun. È stata rapita e condotta a Jalalabad, dove è stata posta di fronte a questa scelta: sposare il suo aguzzino, o diventare un'attentatrice suicida. «Lui disse: se non mi sposi, fisserò una bomba al tuo corpo e ti manderò alla stazione di polizia», racconta Sumbol.

Roshana, una tajika che ora ha 18 anni, non sa ancora perché la sua famiglia l'ha data via, come sposa di un vecchio a Parwan, quando di anni ne aveva quattordici. I pestaggi erano brutti abbastanza, dice, ma infine suo marito ha tentato di darle da mangiare veleno per topi.

 

In qualche modo, le due ragazze di Ghor sembrano stare fra le spose bambine più fortunate: dopo le fustigazioni, il mullah le ha dichiarate divorziate e le ha fatte tornare alle loro famiglie. Due anni prima, nel vicino distretto di Murhab, due ragazze che erano state vendute come spose alla stessa famiglia fuggirono a causa degli abusi subiti, dice un rapporto della Commissione per i diritti umani.

Purtroppo persero l'orientamento, furono catturate e riportate indietro a forza. I loro padri, uno dei quali era il mullah del villaggio, le portarono in montagna e là le uccisero.

 

Rod Nordland e Alissa J. Rubin

(da New York Times, 30 maggio 2010)

Traduzione di Maria G. Di Rienzo

(da Telegrammi della nonviolenza in cammino, 16 giugno 2010)


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