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Chiara Moscatelli. Il punto sull’accesso per gli stranieri alla sicurezza sociale ed analisi sulla parità di trattamento
30 Settembre 2015
 

In questo articolo si vuole proporre la questione dell’accesso alla sicurezza sociale delle persone straniere, là dove con sicurezza sociale si intende un insieme di settori, di cui i principali sono 11: «l'assistenza sanitaria, le prestazioni di malattia in denaro, le prestazioni di maternità e paternità, le prestazioni di invalidità, le prestazioni e pensioni di vecchiaia, le prestazioni ai superstiti, le prestazioni in caso di infortuni sul lavoro e malattie professionali, le prestazioni familiari, la disoccupazione, il reddito minimo garantito e l'assistenza di lunga durata».1

Secondo l’ultimo rapporto di Caritas Migrantes del 2014 in Italia vi sono circa 5 milioni di stranieri residenti, di cui più della metà concentrati tra Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna. La Liguria, invece, ne ospita più di 138 mila, in cui i principali Paesi di provenienza sono, in ordine, Albania, Equador, Romania, Marocco e Perù.

Sulla base di quanto sta accadendo dall’inizio dell’anno 2015, però, si stima che i migranti ospitati nel Paese italiano e collocati tra centri governativi, temporanei e nel processo di Servizio centrale di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) sono circa 86.000; mentre le regioni che ospitano il maggior numero di migranti in strutture temporanee sono la Sicilia (19%), il Lazio (11%), la Lombardia (10%), Puglia e Campania, entrambe al 7%.

L’immigrazione italiana è costituita prevalentemente da giovani, tanto che la media dell'età degli stranieri è di 30 anni e solo poche migliaia all'anno superano i 65 anni.

Il sistema di sicurezza sociale italiano è suddiviso in tre settori: Servizio Sanitario Nazionale (SSN), Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS), Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL); di cui l'INPS assicura quasi tutti i lavoratori dipendenti del settore privato e pubblico, l'INAIL assicura i lavoratori nell'ambito della salute e della sua sicurezza, mentre il SSN assicura le cure mediche.

A tal proposito vi sono quindi delle norme che regolano la fruizione del sistema previdenziale agli stranieri: tutti coloro che lavorano con un contratto a norma di legge sono soggetti alla legislazione italiana in tale ambito (assistenziale e previdenziale), secondo il principio della territorialità dell'obbligo assicurativo; mentre tutti i lavoratori stagionali possono accedere solo ad alcune forme di assicurazione, quali maternità, malattia, pensioni ed infortuni, poiché in questo caso i versamenti forniti dal datore di lavoro sono diretti al Fondo nazionale per le politiche migratorie, che fornisce assistenza socio-assistenziale ai migranti a livello locale.

Sia il lavoratore dipendente che autonomo, al pari degli italiani, devono versare dei contributi necessari per il godimento della sicurezza sociale, nel primo caso però questi sono versati in parte dal datore di lavoro, mentre nel secondo dal lavoratore stesso sulla base del suo reddito.

L’Italia, inoltre, ha stipulato delle convenzioni in materia di sicurezza sociale con alcuni Paesi esteri, permettendo così, in alcuni casi, al lavoratore straniero di godere della propria pensione, a patto che non sia di tipo assistenziale, all'estero.

Solo in presenza di questi patti bilaterali la persona in questione potrà godere di tutta la pensione in caso abbia già raggiunto l'età pensionabile ed il diritto a vedere accumulati i contributi versati sino a quel momento tra gli Stati contraenti se ancora lavora.

Se invece il lavoratore straniero rimpatria definitivamente in un Paese che non è convenzionato con l'Italia non potrà godere di questi benefici, non potendo usufruire dei contributi versati sino a quel momento nel nostro Paese (legge 189/2002 Bossi-Fini): lo straniero rimpatriato al momento può godere in realtà dei diritti di sicurezza maturati solo se ha raggiunto il contributo minimo e solo all'età di 66 anni, corrispondente all'età pensionabile. In caso contrario potrà godere, dall'età di 66 anni, solo della pensione ridotta.

Per quanto riguarda la salute, invece, sono obbligatoriamente iscritto al SSN tutti i lavoratori autonomi, stagionali o dipendenti, i disoccupati ed i familiari a carico, purché in possesso di permesso di soggiorno. Chi soggiorna regolarmente in Italia da almeno 3 mesi e non rientra nelle categorie precedenti invece può stipulare una polizza privata oppure iscriversi al SSN pagando una tassa; tale modalità è richiesta anche agli studenti stranieri ed alle persone alla pari.

Gli stranieri che non sono regolari, al contrario, non possono iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale e sono tenuti a pagare le prestazioni sanitarie che gli vengono fornite, avendo però diritto ad usufruire di cure urgenti ed essenziali, che quindi potrebbero causare la morte della persona o un danno grave permanente o che potrebbero causare danno a lungo termine. Tra questi si ricordano le cure durante la gravidanza, le cure di un minore, le vaccinazioni e la profilassi di malattie infettive.

Per tutelare al meglio la persona non regolare che necessita di cure mediche, è previsto il divieto di denunciarla alle autorità da parte degli operatori della struttura che lo ha in cura.2

A tal proposito è fondamentale evidenziare che è stata prevista la consegna di un codice STP (Straniero Temporaneamente Presente), che funge da tessera sanitaria per la persona straniera ed irregolare. A questo viene fornito un codice della durata di sei mesi e rinnovabile in caso di ulteriore permanenza in Italia, assicurandogli l'anonimato e permettendogli di poter godere dei farmaci su ricettario regionale per le prescrizioni. Questo codice è anche valido nel caso in cui l'ente che ha erogato le cure mediche non abbia ricevuto il compenso dalla persona curata e debba chiedere il rimborso al Ministro dell'Interno.

Di grande importanza è che anche lo straniero, come il cittadino italiano, può chiedere un risarcimento in caso di danno alla propria salute.

Anche in questo caso l’Italia ha stipulato degli accordi bilaterali con alcuni Paesi in materia di sanità, così che il cittadino straniero che fa parte di uno di questi Stati potrà godere dell'assistenza sanitaria italiana come d'accordo tra i due Paesi.

Nonostante gli elementi normativi, ancora non si può parlare di parità di trattamento tra autoctoni e stranieri, evidenziandosi così una certa discrasia tra teoria e pratica.

Analizzando il mondo del lavoro è evidente che ancora oggi quello degli immigrati possieda determinate caratteristiche: è poco remunerato, è di pura manovalanza, e quindi di scarso prestigio, ed in molti casi è svolto in condizioni di sicurezza carente.

Di tutti gli stranieri solo l’11% lavora regolarmente, di cui la retribuzione media è di 993 euro, contro i 1.326 euro degli italiani. I dati dimostrano anche ciò che è stato detto relativamente a impieghi di bassa manovalanza: quasi l'80% dei lavoratori immigrati è operaio, contro il 30% degli italiani mentre solo lo 0,8% svolge attività dirigenziali, contro il 7,7% degli autoctoni. Solo il 10% degli stranieri extra UE possiede una propria attività, contro il 15% italiano.

Le donne svolgono prevalentemente lavoro di sostegno familiare presso famiglie di privati, da badante a baby sittere donna delle pulizie. Con l’avvento della crisi la loro presenza è diventata di importanza estrema, in quanto permette l'esistenza stessa del Welfareitaliano.3

Complessivamente si possono così riassumere i dati: i lavoratori stranieri UE ed extra UE impiegati in lavori di bassa manovalanza sono il 22,6% del totale, contro lo 0,4% italiano; mentre gli italiani che svolgono un lavoro di carattere dirigenziale, intellettuale o tecnico sono l'83,4% contro il 34,9% degli stranieri laureati.

Non necessariamente, inoltre, il lavoratore migrante possiede un’istruzione elementare, ma anzi, i dati dimostrano che più del 30% degli operai stranieri ha conseguito un livello di istruzione elevato.

Date queste caratteristiche, questi ultimi sono più insoddisfatti di quelli italiani del proprio lavoro, per turni pesanti, orari e stipendio.

Dalle ricerche svolte dal Ministro dell’interno e per le politiche sociali, emerge anche che il lavoro migrante è ancora caratterizzato da una scarsa esperienza e formazione adeguata contro gli infortuni, tanto che l'incidenza di questi è più alta tra i lavoratori stranieri, evidenziando che quindi la maggior parte di questi venga ancora usata per lavori manuali e pericolosi, come nel settore agricolo, delle costruzioni e metallurgico.

Proprio in funzione del lavoro prettamente manuale, le malattie più spesso denunciate sono osteo-articolari e muscolo-tendinee.

Attraverso questi dati si dimostra così che non vi è ancora una parità di trattamento reale tra stranieri ed italiani.

Per quanto riguarda il settore della salute invece è necessario porre un confronto tra la teoria e la pratica. Se gli stranieri regolari non possiedono particolari problemi nell'accedere al sistema di cure tramite il SSN, questo non è sempre valido per chi è presente in Italia in modo irregolare. Questi ultimi, infatti, tendono ad essere diffidenti nel richiedere le cure necessarie, in quanto temono di venire denunciati alle autorità, nonostante sia vietato per legge. Da ciò emerge una scarsa informazione, a cui si aggiungono le barriere culturali e linguistiche.

Emerge quindi la necessità di implementare ulteriormente il tema della cura e dell'immigrazione, attraverso, prima di tutto, la formazione del personale, medico e non, che lavora negli ospedali e che giornalmente ha a che fare con persone straniere.

Tra le pratiche auspicabili vi sono una maggiore informazione-mediazione tra stranieri e comunità ospitante, nonché una promozione maggiore, da parte di chi ne ha le competenze, dei diritti che gli stranieri possiedono.

Immigrati, sicurezza sociale e diritti quindi non sono ancora sincronizzati. È auspicabile e necessario che si inizi a mettere in pratica il concetto di intercultura, fondamentale per un incontro efficace tra comunità straniere ed ospitanti, iniziare a vedere esseri umani oltre la diffidenza e soprattutto promuoverne i diritti, che, in quanto esseri umani, sono inalienabili ed innati in ogni persona.

 

Alcune segnalazioni bibliografiche

Caritas Migrantes, XXIV Rapporto Immigrazione 2014, 2015

Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Quarto rapporto annuale. Gli immigrati nel mondo del lavoro in Italia, 2014

www.integrazionemigranti.gov.it

 

Chiara Moscatelli

 

 

1 Si veda questa pagina web sulla Sicurezza Sociale al sito governativo Integrazione Migranti.

2 Art. 5, comma 5, Testo Unico sull’Immigrazione.

3 È interessante notare come, tra gli stranieri, la componente maschile e femminile nel mondo del lavoro è più equamente distribuita rispetto agli italiani: tra gli operai il 55% sono uomini e le donne il 45%. Questi tassi sono completamente sproporzionati nel caso italiano, in cui i due terzi degli operai sono uomini.




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