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Sergio Caivano. L’ANPI rende onore a Giorgio Bocca
04 Febbraio 2012
   

Quando la morte ci porta via un partigiano, come purtroppo è successo moltissime volte in questi lunghi anni che ci separano dalla Liberazione, non solo perdiamo un protagonista, un fautore della libertà e della democrazia, ma rimaniamo privi di un sicuro punto di riferimento. Quando poi ci porta via un comandante partigiano, un giornalista ed uno storico di assoluto valore come Giorgio Bocca, occorre necessariamente ripercorrere il suo alto ed autorevole pensiero espresso nel corso della sua lunga vita per farne tesoro.

Alla Resistenza aderisce subito, fin dall’8 settembre ’43, aiutato in questa sua scelta da personaggi quali Dalmastro, Galimberti ed altri amici e compagni coi quali costituisce subito il primo nucleo armato di una locale banda partigiana di Italia libera, che darà vita nel ’44 a Giustizia e Libertà operante in Valle Vairata. L’allora ventiquattrenne Bocca ne diventa il comandante rigoroso e fiero, che sviluppa coi tedeschi e coi fascisti una guerra aspra e lunga che lo vede poi diventare prima comandante e poi commissario politico della seconda Divisione G.L.

La sua fedeltà agli ideali che lo spingono ad imbracciare le armi contro il nazifascismo è totale. Lo testimoniano i suoi libri, i suoi scritti, le sue affermazioni. Qualche esempio, al riguardo.

Pochi mesi fa, nel corso di un’intervista rilasciata a Fabio Fazio durante la trasmissione televisiva “Che tempo che fa?”, alla precisa domanda del conduttore «Quale è stato il periodo più bello della tua vita?», senza alcuna esitazione Giorgio Bocca risponde: «La Resistenza».

E quando il cosiddetto revisionismo, inteso non tanto come tentativo di rivisitare la Storia e di approfondirne alcuni aspetti, ma di capovolgerla e usarla come mezzo strumentale da usare politicamente contro gli avversari, si esalta nel corso del berlusconismo, creando una serie di personaggi, anche autorevoli, che voltano le spalle al passato, Bocca risponde per le rime. Così, al senatore Pera, per il quale l’antifascismo è da archiviare tra i robivecchi, e la Resistenza un mito inventato dai comunisti, Bocca replica prima con un articolo su Repubblica e, qualche tempo dopo, con un messaggio inviato alla manifestazione di Milano del 25 aprile 2008: «Insomma, quelli che come me erano in montagna dall’8 settembre ’43, e che il 19 di quel mese erano con Duccio Galimberti a Boves incendiata dalle SS del maggiore Peiper, stavano in un mito. 45.000 partigiani caduti, 20.000 feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica: ecco che tantissimi anni dopo dei professorini e dei diffamatori, ci avvertono che era tutta un’invenzione, una favola, un mito. Ma quel mito non se lo sono inventati dei propagandisti politici, quel mito è nato dai fatti di cui parlano le lapidi e i monumenti in ogni provincia d’Italia». E poi prosegue: «...assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada a una democrazia autoritaria. Non a caso, nel presente, la globalizzazione economica è un ritorno al colonialismo, con cui l’antifascismo dello stato sociale, delle riforme democratiche, non ha nulla da spartire. C’è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica per cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed emarginati. Questa è la vera ragione per cui la Resistenza e l’antifascismo appaiono sempre più sgraditi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge eguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam…»

Giampaolo Pansa, in passato accanito esaltatore della Resistenza, poi passato ad una critica serrata, violenta, cattiva nei confronti dei partigiani, mai basata da documenti ma solo da affermazioni personali da parte di chi si ritiene l’oracolo, avrebbe dovuto partecipare ad una conferenza indetta da un circolo vicino ad AN, mentre Bocca viene invitato nella medesima città a parlare della Resistenza. Le due conferenze, forse per motivi d’ordine pubblico, vengono sospese. Quando Bocca viene a sapere della presenza di Pansa, esprime un’opinione tranchant: «Meglio così. Meno lo vedo, meglio sto».


Non ho mai incontrato personalmente Giorgio Bocca e la cosa mi dispiace molto. Posso dire però di aver letto più della metà dei suoi sessanta libri, alcuni di pregio assoluto, che non ricorderò perché lo ha già fatto la grande stampa, e di averlo seguito col massimo interesse ed attenzione sin da quando scriveva su L’Europeo e poi su Il Giorno di Mattei, sotto la direzione di Baldacci prima e di Italo Pietra (già comandante partigiano dell’Oltrepò pavese) poi, infine come opinionista di Repubblica, e de L’Espresso. L’ho sempre apprezzato per la sensibilità, il pensiero preciso, penetrante che gli faceva vedere ciò che altri non vedevano; per lo suo stile asciutto e rigoroso; per le tesi avanzate, anche se non sempre condivisibili. Soprattutto per l’essere un uomo libero, anche se non scevro da passioni e da ideali. Libertà che lo poneva, talvolta, fuori dal modo di pensare di partiti e movimenti ai quali pur si sentiva vicino. Un eretico, forse, ma un eretico di sinistra non disposto a cedere sui principi, in un mondo politico, quale quello italiano, da troppi anni degradato nell’affarismo e nella corruzione, incapace di operare nell’interesse comune. Forse in questi anni ci siamo tutti abituati a cose che dovrebbero farci indignare. Giorgio Bocca no, non si è mai arreso. Il suo ultimo libro, uscito postumo, non a caso è titolato: Grazie NO.

In una cosa però Bocca si è sempre identificato totalmente. Nella Resistenza, nei suoi valori, nei suoi ideali, in quel grande sogno che ha rappresentato, ed anche in quanto di positivo ha prodotto quell’esercito di trecentomila combattenti impegnati nel riscatto della loro e della nostra dignità. E quando alcuni dei tanti voltagabbana di casa nostra si permettono di sminuirla, di criticarla, di delegittimarla, Giorgio Bocca scrive uno dei pezzi taglienti e incisivi che, come ho ricordato con qualche esempio, colpivano il segno. Un uomo onesto, integro, degno del massimo rispetto. Lo hanno capito i tanti che hanno presenziato alla sua cerimonia funebre applaudendolo con convinzione, al canto partigiano di “Bella ciao”, consci della scomparsa di una persona che farebbe tanto bene al Paese.

Tutti noi dell’ANPI lo rimpiangiamo e lo ricordiamo per la coerenza, la dignità, la fedeltà ad una causa sacrosanta. E lo ringraziamo per quanto ha fatto e per quanto ha detto. Grazie ancora, Giorgio.

 

Sergio Caivano

(p. 'l Gazetin, febbraio 2012)


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