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Giuseppe Marco d'Agostino legge “Rondini come formiche” di Barbarah Guglielmana
26 Gennaio 2012
   

«Si chiama Vita./ Racconta di me contadino sul trattore,/ E delle mie rotonde, compatte, gialle, palle di fieno/ E di una, rotondissima, che un giorno/ Mi è caduta addosso,/ Lasciandomi per sempre sdraiato./ Con gli occhi che hanno iniziato a guardare il cielo,/ Davvero bello anche con la pioggia». Esordisce con questo componimento la silloge Rondini Come Formiche di Barbarah Guglielmana (foto), medico con la passione e l'impegno della scrittura che in questa prova si rivela da subito di forte suggestione. Di forte suggestione, perché con pochi versi e quasi programmaticamente, si parla di esistenze scrutate e delineate senza fronzoli ed anzi quasi con un bisturi tagliente che un'amara ironia non manca di evidenziare. Di forte suggestione, perché è facile rintracciare le origini di tale scrivere in un attaccamento fedele alle proprie origini, sebbene esso sia poi capacissimo di confrontare tale orizzonte con gli infiniti linguaggi che oggi percorrono il mondo: si avverte in particolare un impegno a cercare ancora quello che per l'autrice è l'“umano”, a difenderlo e a proteggerlo, nel momento stesso in cui ella avverte tutto il senso del cambiamento epocale che stiamo vivendo, cosciente che ormai della realtà specifica rimangono solo tracce assediate dal consumismo e dall'indifferenza.

È il caso ad esempio dell'allitterante brano conclusivo, dal titolo “Padovanelle O Carretera” in cui «Vago tra l'essere paca e pacciame/ Pacchiando per sopravvivere a una me stessa diversa» esprime tutto il disagio dell'esistenza odierna, della poesia-memento sulla guerra a Sarajevo di fine secolo scorso («Ti ricordi di Sarajevo/ Iniziammo da lì/ Noi giovani di nuova generazione/ A conoscere la guerra»), della splendida «Bambina/ Con la tua bambola senza testa,/ La mamma ti ha lasciata andare/ Sola/ Per il mondo/ Non sei grande per farlo/ Ma crescerai facendolo» o ancora della secca “Mi Licenziano” che chiude con «In qualche modo risolveremo, dicono/ Intanto vivo alla spicciolata,/ Risparmiando sui debiti».

È dunque una poesia che si immerge nella “deriva del presente”, che si confronta con un pullulare di linguaggi, che offre un'immagine densissima, lucidamente critica, della situazione della parola e dell'esistenza nel mondo contemporaneo ed in cui si affacciano segni della vita corporea (come ne «Il mestruo è stato abbondante nella sua dissoluzione/ ...Non tamponerò/ Partorirò la prossima volta»), visioni di paesaggi naturali e storici («La Nebbia incotona il Duomo senza torre,/ La sgretolata Facciata di incisioni in arenaria,/ Il Castello della città antica,/ I cortili degli Studi universitari...», in “Scarnebbia”), tracce di un'origine perduta, momenti della più concreta realtà quotidiana (come la “Città d'agosto” dalle «ombre umane, desolate/ Un tango senza uomo»).

Fino a giungere alla frantumazione dei rapporti sociali de “Il Bacio” («Così appiccicoso instaccabile bavoso, il primo/ Così appiccicoso instaccabile bavoso, il penultimo/ L'ultimo scollato separato, e così secco».) o del freddamente dolente “T'annetterei” («Il prosciugamento/ Avvenne/ Ad opera di un uomo bambino/ Che succhiò/ Fino all'ultima goccia/ La mia linfa»); ma tale rapporto con la negatività non si risolve in una esaltazione della distruzione o dall'accettazione passiva della “deriva”; la scrittrice mira invece a ritrovare un valore essenziale, qualcosa di “caldo” e di autentico, un legame vitale con al terra e con la materia (si pensi a “Tutti Gli Uccelli Del Cielo” che «prendono il volo... distribuendo ignari chiassosi e sublimi canti/ A noi che pesanti non possiamo volare/ O dopo un'effimera leggerezza abbiamo smesso di farlo,/ Sorvolandoci»). Un far versi, quello di Barbarah Guglielmana insomma, particolarmente “poetico” (dal greco antico poiésis, fare, creare), aderente cioè alla realtà odierna e in cui il lettore può facilmente ritrovare se stesso, un far versi che non teme di cercare la terra pur avendo costantemente gli occhi rivolti al cielo, proprio come quelli del contadino schiacciato dalla palla di fieno...

 
Giuseppe Marco d'Agostino

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