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Moonisa: La Nigeria, di nuovo, si copre di morti 
(Ovvero: …quando una nazione non ha cuore)
03 Agosto 2009
 

La Nigeria si è di nuovo intrisa di sangue umano, ma solo chi ne è rimasto marchiato se n’è accorto.

Il martedì 28 luglio 2009 è un giorno come tanti, in Abuja, ma non lo è per cinque Stati del Nord (in preda alla mattanza e alla distruzione da domenica notte). La Nigeria che non soffre, quella che sta bene e che vive una vita decente, che lavora, si sposta in macchina o a piedi, disegnando, come sempre, la routine giornaliera dei passi usuali, non mostra alcun segno di disagio o di preoccupazione (e ciò mi risulta alquanto disturbing).

Il supermercato Grand Square mi saluta, con la sua porzione di folla serale. Osservo i visi della gente e non vedo alcun segno di distress o d’inquietudine di sorta. Le guardie in divisa controllano e obliterano gli scontrini, all’ingresso, con la flemma di sempre. I nuovi arrivati si dirigono, in maggioranza, al bancone pieno di dolcini, dolcetti, fagotti ripieni di impasti dolcissimi, torte e bun imburrati di ogni tipologia e dimensione, sottoponendosi a code lunghe e pazienti. Nelle corsie m’imbatto in una spilungona, rimarchevole come un’indossatrice, accompagnata da una donna alta la metà e issata su un paio di tacchi-trampoli consumati che le piegano i piedi verso l’esterno in modo pietoso. Quei tacchi mi appaiono come il simbolo della stabilità sbilenca della ‘normalità’ apparente. Noto, subito dopo, un’etichetta, nel bancone della carne (che è lo stesso degli affettati e dei formaggi): dice che qualcosa (tipo un prosciutto) è heart smoked (cioè affumicato al ‘cuore’). Lo spostamento di quella semplice H, che, messa alla fine, avrebbe detto caminetto/ fuoco e che, messa all’inizio, dice, invece, cuore, mi colpisce come un altro segno della bizzarria stonata di questa ‘normalità’ fuori luogo.

Non capisco, in effetti, e non capirò mai, come possano la capitale (non lontana dalle zone colpite) e l’intera nazione fare finta di niente, mentre parte della sua terra viene insanguinata ancora e ancora e molta della sua gente viene trucidata. Sì, la Nigeria è di nuovo funestata da mattanze terribili. Sono iniziate domenica notte, nel Bauchi, e si sono estese al Borno. Kano, come sempre, ha fatto da cassa di risonanza e si è bagnata, a sua volta, di sangue. Il tutto si è esteso al Katsina e a qualche altro Stato. Il Kduna State è in stato di allerta: questa volta non si farà cogliere di sorpresa. Il governatore Makarfi, all’epoca delle stragi religiose, ha chiesto alla popolazione di dividersi e ora Kaduna è mussulmana al Nord e cristiana al Sud: i Cristiani hanno abbandonato il Nord e si sono trasferiti nella zona del raccordo stradale, in direzione Abuja, dove è nato un nuovo grande villaggio, che è una città nella città. Il Kaduna river è la linea di demarcazione naturale, la trincea che divide le genti islamiche da quelle cristiane della città di Kaduna… Un ponte le unisce e… quello stesso ponte le separerà, blindandosi, in caso di insorgere di mattanze nuove. I Mussulmani sanno che, se anche passassero il ponte e sorprendessero i Cristiani, non tornerebbero vivi nella loro metà della città. Questa è la realtà di Kaduna, la triste verità amara che pare mantenere la pace e indurre il fuoco a covare sotto la cenere in attesa di miti consigli veri e duraturi. I commerci proseguono e le due diverse religioni non disdegnano di mescolarsi nei normali scambi di compravendita costante e regolare. Il denaro (dalle monetine più miserabili a quelle più faraoniche) è un lasciapassare atavico infallibile e immortale… (ovunque e sempre, ahimè, imparentato per l’eternità con i trenta biblici denari…).


Le mattanze attuali non sono dirette verso i Cristiani (e la cosa non fa differenza alcuna, ai fini dell’umana pietà che duole nelle fibre universali del mondo). La mattanza reclama vite mussulmane, questa volta, ma sempre si serve di mani insanguinate da sangue fraterno (seppure non da sangue cristiano, che sempre fraterno sarebbe…). Gl’Integralisti non possono più sopportare, pare, la occidentalizzazione dei costumi e ‘chiedono’ (si fa per dire, perché chi macella i suoi fratelli tutto fa fuorché ‘chiedere’ e tutti i diritti ha tranne quello di ‘chiedere’) il ritorno alle origini delle tradizioni. Lo ‘chiedono’ incendiando posti di polizia e trucidando gl’innocenti che incrociano il loro cammino. Gl’Integralisti ‘chiedono’, ho appena detto, ma… devo precisare che le ‘menti’, che partoriscono i piani (aborti informi contronatura) con cui assassinano a cuor leggero centinaia e centinaia di poveri diavoli senza colpa alcuna, non espongono al pericolo neppure un mignolino delle loro malefiche persone, perché indottrinano (o assoldano) e armano le frange miserabili e affamate (la carne da macello indifesa e a buon mercato, che non manca mai in tutte le strade). Gli ex bambini randagi (la parola almajeries è urbi et orbi nota), portati nelle città dalle campagne e abbandonati lì dai genitori mussulmani dei villaggi (che li vogliono esperti in arabo e in accattonaggio), sono cresciuti senza istruzione e senza beni di fortuna e ora sono adulti o adolescenti pronti a tutto per poche naira. Non è difficile armarli e mandarli a fare qualunque cosa, in nome di Allah o di qualunque presunto principio. I mandanti, questa volta, sembrano essere i seguaci del gruppo islamico integralista BoKo Haram, ma il malessere ha un’identità che di nuovo non ha proprio nulla (e che ha il volto colpevole di chi si nasconde dietro i disperati e li trasforma in arma di attacco e di offesa e in giudizio universale sanguinoso per gente che non ha commesso colpe e che non merita di essere massacrata a sorpresa e di cadere riversa nel sangue). Le ‘eminenze’ che si nascondono dietro i miserabili sono, in genere, persone molto orgogliose e piene di amor proprio, capaci di parlare agli altri e di infiammarne il cuore, con parole di coraggio indomito e di religioso fervore. Mi domando perché quel religioso fervore non lo paghino di persona, rischiando di far squarciare il loro petto, anziché quello dei poveracci vestiti di stracci che non posseggono nulla di valore (neppure la vita).

La vita di coloro che lavano le strade con il sangue dei loro corpi straziati, come la vita di coloro che li trucidano a migliaia non vale niente nei luoghi in cui cresce una gramigna-indifferenza così tenace da togliere la voce persino alla disperazione.

La polizia ha arrestato a centinaia i ‘responsabili’ delle mattanze efferate. Disarmati e distesi, davanti alle forze dell’ordine, paiono già stracci morti e senza vita (e non riesco a vederli come criminali seriali/ non riesco a non provare una pena infinita). Sono adolescenti e giovani e sono vittime, prima di essere assassini. Sono vittime di un sistema sociale che li ha condannati a sopravvivere come cani senza padroni, a mancare di affetto, di letti, di cibo e di dignità di esseri umani. Sono vittime della miseria e del bisogno endemico che li ha abitati sotto forma di fame, di ricerca delle briciole della sopravvivenza, di espedienti, di ignoranza, di abbandono, di misconoscimento, di indifferenza e di assuefazione all’abbrutimento totale. Sono figli della nazione alla pari di coloro che, vestiti di stoffe damascate, ricamate, lussuose e appariscenti, credono di poter disporre delle vite dei disperati come della polvere su cui camminano. Sono figli negletti di questa nazione grande soltanto per l’estensione (eguagliata dalla cecità incipiente con cui partorisce figli bisognosi e diseredati, che misconosce e svende a ogni tipologia di sciacalli crudeli). Sono figli di una nazione troppo grande per avere un cuore e troppo ingiusta per imparare alfabeti che compendino la parola amore.

L’identità nazionale di questo luogo è un macrocosmo che sarebbe già difficile da gestire per governi lineari, corretti, onesti, coerenti, lungimiranti, attenti, sensibili, preoccupati dei loro cittadini-figli e disposti a sacrifici e sforzi, per dare a tutti la dignità di persone che i diritti umani mondiali ‘garantiscono’ su carta a chi nasce da genitori umani. Simili governi sono utopie, sulla terra, e lo sono milioni di volte di più qui, dove tutto è ingigantito e amplificato e… dove, per colmo di sventura, la volontà decisionale eventuale deve diramarsi passando attraverso frammentarietà di uffici governativi federali-enclavi di governi locali-ramificazioni di distretti e di chiefdom vari (e, dulcis in fundo, di capi-villaggio tribali e familiari).

Certe realtà (dove la maggioranza degli esseri umani ha meno diritti di quelli garantiti agli animali del mondo occidentale) sembrano concepite per restare invisibili all’occhio di Dio (e non saprei come dire in altro modo che una nazione non ha il diritto di definirsi tale se ha figli con ricchezze inverosimili, che vivono in case nababbe, mangiano cibi importati indicibilmente cari e accedono persino alla chirurgia plastica, figli che guadagnano quanto basta per vivere una settimana, figli che guadagnano quanto basta per vivere un giorno e figli che non guadagnano altro che piedi senza scarpe, corpi senza vestiti, pance senza cibo, vite senza dignità e senza diritti, menti disturbate e cuori disperati).


I FATTI

Una setta islamica integralista ha creato caos e terrore in almeno cinque Stati nigeriani, tra domenica e lunedì, uccidendo e incendiando con ferocia inaudita. Il nome della setta (comunque citato) è irrilevante, perché i nomi, sempre ispirati al Corano, cambiano di volta in volta: l’integralismo resta e diffonde spore tenaci e dure a morire.

La furia devastatrice di questa insurrezione mirava a impadronirsi dei governi locali, per poter imporre al governo federale le richieste degli integralisti, che vorrebbero instaurare un regime islamico chiuso e totalitario (peccato che il capo della setta non disdegni nessuno dei comfort e delle facilities occidentali ed educhi i suoi figli su tale falsariga, alla faccia dei poveri diavoli che manda a morire e a fare stragi con la testa farcita di condizionamenti deliranti). Gl’insorti hanno quasi preso il controllo dello Stato del Bauchi, poi i militari li hanno scacciati da Maiduguri, Galdima, Kasuwan Shanu e dalla zona Low Cost. Si dice che siano morti in 100 tra Borno, Yobe e Kano e in più di 50 nel Bauchi, ma le cifre, come sempre, sono da prendere con il beneficio del dubbio (e da vedere destinate ad aumentare di molte centinaia).

Le forze governative hanno fatto incursione, oggi- 28 luglio 2009, nelle enclavi della setta islamica radicale Boko Haram di Maiduguri, per fermare le violenze che hanno causato centinaia di morti, tra civili e militari (perché i rivoltosi hanno incendiato i posti di polizia).

Esercito, polizia mobile e polizia regolare, armati fino ai denti, e con tanto di carro armato hanno attaccato, con l’intento di distruggerla, l’abitazione del capo della setta (Malam Muhammad Yusuf- il mandante ‘noto’ delle mattanze) e non mi dispiace affatto che uno di coloro che seminano morte, sangue e distruzione senza rischiare di persona non sia rimasto immune dai suoi misfatti.

I governi locali, intanto, vantano i loro eroi vivi e morti (che si sono battuti, dietro trincee improvvisate, per lunghissimo tempo, immemori della stanchezza e del sonno arretrato, lasciandoci anche la vita) e la gente comincia a domandarsi donde provengano i ‘volontari’ di questo ennesimo esercito di Allah (e pare che ci voglia la zingara per indovinare la ventura…).


I Boko Haram followers, disseminati ovunque, hanno ucciso un poliziotto (l’ispettore Adule) nel bush del villaggio Mamudo, della città di Potiskum, nello Yobe State. La stampa riporta che l’uomo è morto «mentre riceveva le cure del caso nel Potiskum General Hospital». La sua vedova (A’isha Aliyu Adule), disperandosi accanto al marito morto, ha gridato ai quattro venti la sua disperazione, senza fare mistero della completa incuria in cui il ferito è stato lasciato, in ospedale, fino alla morte sopraggiunta (altro che ricevere ‘cure’!). La signora Adule non è che un esempio di ciò che accade agli anelli più poveri e deboli della catena sociale. Il suo pianto («I miei bambini e io siamo perduti; abbiamo perso l’unica fonte del pane quotidiano») potrà facilmente essere accantonato come una nenia-verso di una retorica poesia antica (ma… il dolore autentico e abbrutente è retorica pura, nonché antico quanto le origini dell’ingiustizia preponderante e dei paradossi senza quartiere/ Chi tocca il fondo e non ha più nulla non ha neppure la velleità d’inventarsi le modernità anti-retoriche sofisticate, che sono appannaggio del benessere lezioso e viziato).


Il governo federale rassicura la nazione, con le dichiarazioni ufficiali del presidente Yar’Adua: le security agencies nazionali avrebbero tenuto d’occhio per anni le infiltrazioni capillari e le vie di approvvigionamento d’armi degli elementi ‘a rischio’ estremismo-insurrezioni-mattanze; le security surveillance nigeriane sarebbero pronte a sistemarli con mano ferma, pesante, una volta per tutte (chissà perché queste ‘rassicurazioni’ riescono soltanto a darmi il batticuore…); la nazione potrà dormire sonni tranquilli, perché gruppi armati non saranno più tollerati in nessun angolo della nazione; i tentacoli ideologici sono stati seguiti e i responsabili stanno cadendo, uno a uno, nella rete degli arresti metodici e inclementi come schiacciasassi.


CONCLUSIONE

Mi pongo parecchie domande (che si traducono in altrettanti timori). Eccone giusto qualcuna semplice, semplice: 1) Perché non hanno provveduto agli arresti prima che il sangue scorresse a fiumi, se già sapevano chi-dove-come? 2) Intendono ‘sistemarli’ eliminandoli fisicamente dal pianeta? 3) Uccideranno tutti i giovinastri indottrinati e brain washed, per impedir loro di formare i gruppi armati?

Non ho sentito nessun discorso sensato. Non ho sentito parlare di recupero delle frange disperate che, sprofondate nel nulla del non futuro-non vita, sono mine vaganti facili da indirizzare- robot vergini da riprogrammare.

È già difficile che le nazioni abbiano un cuore e, quando ce l’hanno, è ancora più difficile che i loro governi ne sentano il battito; devo ancora inventarmi la speranza che si possa parlare di cuore in questa nazione che di governi ha uno stuolo intero.

Ben venga il pugno di ferro contro la violenza indiscriminata e cieca e contro i massacri tra fratelli e fratelli, ma… dove la mano che colpisce è, spesso, inerme quanto quella di chi viene colpito, come distinguere tra vittime e assassini? Dove non è garantito il diritto al cibo, all’assistenza medica, alla dignità e alla vita/ dove le medicine più efficaci possono arrivare a costare cento euro (e gli ospedali mandano il paziente a comperarsele fuori), come far ‘quadrare’ i conti del ‘garantismo’ di macchine militari ‘sicure’?

Pare che i problemi si susseguano, s’inseguano e si sovrappongano con velocità disarmante (in realtà, nessuno di essi scompare; sono tutti terribilmente reali e contemporaneamente presenti). La Nigeria stava parlando or ora di pace, amnistia e sviluppo nel Delta del Niger e questa nuova ferita è imputridita. Viene voglia di domandarsi come guarirà ogni piaga, tra le infinite altre piaghe/ come troveranno soluzione i problemi che paiono buchi così numerosi da fare della nazione un colabrodo…


Dio salvi la Nigeria dal caos completo e… salvi i poveri da artigli disonesti indottrinanti e… da governi indifferenti-rapaci-annientanti…


Moonisa da Abuja


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - ISSN 1124-1276 - R.O.C. N. 32755 LABOS Editrice
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