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Moonisa: Notizie dal fronte nigeriano post-bellico 
Chi ha morti da piangere li pianga e chi ha da governare governi
05 Dicembre 2008
 

TO RETALIATE…/RETALIATION: ecco il binomio-parola responsabile del sangue versato e di quello che (Dio non voglia!) si potrebbe ancora versare…/ la parola d’ordine degli adepti della violenza/ il grido selvaggio che incendia l’odio e che si spegne soltanto con il sangue (della stessa razza/ dello stesso colore/ della stessa lingua/ dei…fratelli)/ le due parole che varrebbero bene il rifacimento dei dizionari (in Nigeria e… nel mondo).

 

Sarebbe bello, se i dizionari venissero riscritti renaming la terminologia dell’odio con quella della tolleranza/ della convivenza pacifica e dell’amicizia… È triste, però, essere consapevoli del fatto che questo sarebbe un sogno possibile (nulla vieta al mondo di riscrivere i dizionari…) e che non sarebbe, invece, possibile sradicare il senso di quelle due parole e di tutte le altre relative alle inimicizie/ agli odi e alla violenza dalle menti e dai cuori degli uomini…

 

La Nigeria sta facendo la conta degli scomparsi e delle tombe; sta dando sfogo all’antica usanza del racconto e dell’ascolto; si sta commuovendo per i vari ‘casi’ dei sopravvissuti vicini e lontani (ovvero delle mutilazioni familiari e degl’indicibili drammi) e… sta ancora trattenendo il fiato, perché il brivido di assestamento della mattanza (come un serpente con la testa e buona parte del corpo nel Plateau State e con alcune spire e con la coda posati su altri stati) non si propaghi (a sorpresa o per inerzia). Il mondo esterno non può rendersi conto di cose che, da qui, invece, appaiono ovvie e che trovano spiegazione nelle implicazioni etniche e tribali (da sempre e ancora alfabeto ineludibile del ‘linguaggio’ comportamentale-economico e sociale dei vari punti cardinali di questa nazione e dei suoi innumerevoli Stati). Il Plateau State è lontanissimo dall’Imo State, per esempio. Ci sono molti Stati tra loro, eppure il piccolo Imo State (il più piccolo della Nigeria, a me pare, dislocato nell’estremo Sud) è tenuto sotto ‘sorveglianza’, con grande show di forza militare. La cosa può anche sembrare strana, ma, purtroppo, è reale: gli Ibo che abitano l’Imo State, venendo a conoscenza del dramma patito dai ‘fratelli’ Ibo che nel Plateau State hanno perduto la vita (o si sono ritrovati con i negozi sfasciati e le case bruciate), conoscono un solo modo di reagire (retaliate = rendere la pariglia), i. e. vendicarsi sugli Hausa che convivono con loro nell’Imo State. Nulla e nessuno sa come hammer into their brain (martellare nel loro cervello) la verità e cioè che quei poveretti nulla sanno di ciò che è accaduto tanto lontano da loro (né ne hanno colpa): agli occhi di chi vuole vendetta (gli ‘Ibo’ di turno diciamo così) appartenere alla stessa ‘razza’-categoria tribale è ‘patente’ sufficiente a guadagnarsi la retaliation (ritorsione).

 

I postumi dell’ubriacatura da sangue umano versato hanno vari modi di essere recepiti (anche ciò, purtroppo, è legato ai dati culturali che formano l’habitus vivendi recente della gente e che non possono, alas, essere scissi dai semi remoti delle provenienze etnico-tribali e persino antropologiche).

  

Ascoltare l’intervista a un uomo chiamato Joshua ha commosso la Nigeria, ma sono sicura che la commozione individuale della gente di ogni Stato nigeriano abbia parametri poliedricamente sfaccettati (e sicuramente più complessi e completi e decisamente diversi da quelli della commozione che ho provato io, aliena all’ampiezza delle nozioni ambientali-tribali-sociali-geografiche che è parte integrante del modo di pensare e persino di respirare di chi è nato e vissuto qui). Un uomo del Sud della Nigeria, Joshua, versa fiumi di lacrime (e ha dichiarato che non potrà smettere mai di versarle). Aveva tre figli, quell’uomo: due ragazzi e una ragazza. Mandò al Nord della nazione chiamata Nigeria, che credeva la nazione dei suoi figli e sua, il suo figlio primogenito. Egli studiava all’università di Kano, perché Joshua era pronto a fare grossissimi sacrifici, per dare ai suoi figli cultura sufficiente a un futuro migliore per loro e per il loro paese. I riots sanguinosi del 2004, che ebbero come epicentro sempre il Plateau State e si propagarono a Kano (com’era ‘fisiologico’ che accadesse), uccisero quel figlio di Joshua e con lui tutti gl’investimenti-speranza/sogni/stenti. Joshua non si arrese: si rimboccò le maniche e mandò il secondo figlio maschio all’università di Jos. Ha ricevuto una telefonata Joshua, dall’Ospedale di Jos, dove il suo secondogenito è ricoverato; con voce rotta suo figlio gli ha comunicato che gli hanno tranciato una gamba a colpi di machete: «What am I going to do, father, with one only leg, now, what am I going to do… (Che farò, padre, con una gamba sola, ora, che farò…)?» La disperazione racchiusa nelle parole di quel ragazzo strazia il cuore di quell’uomo e attanaglia la gola di chiunque ne venga a conoscenza, ma… c’è una domanda più grave (che colpisce al cuore, va molto oltre la commozione momentanea, porta a meditazioni profonde e coinvolge i governanti locali e quelli mondiali), quella di Joshua: «Shall we, now, go back to every State we belong to (Dobbiamo ‘noi’- Nigeriani- adesso, tornarcene ai nostri Stati di appartenenza)…?» Questa è una domanda grave, dalle implicazioni enormi e poliedricamente preoccupanti. La domanda apparentemente semplice di un uomo qualsiasi del popolo nigeriano è una lezione a più piani di lettura per i politici a vari livelli (vari meridiani): “Dobbiamo tornarcene tutti nei nostri Stati ed evitare di mescolarci, viaggiando, studiando, commerciando?” “Dobbiamo”, in altri termini, “smettere di considerarci ‘Nigeriani’ e cominciare a considerarci cittadini degli Stati cui apparteniamo?”

  

Una domanda di questo tipo è qualcosa di tanto composito da scoraggiare le parole spieganti; è, praticamente, una domanda la cui risposta troverebbe chiarezza soltanto in una specie di terremoto-maremoto a cerchi concentrici (in cui la Nigeria si sfalderebbe-riassemblerebbe e risfalderebbe a catena, attraverso passaggi vari, infiniti e complessi, che hanno richiesto decenni e decenni e decenni di ‘sistemazioni’-confini-cessioni-acquisizioni-convincimenti-ribellioni-pressioni-autoritarismi-aggiustamenti), perché molti sono i passaggi-metamorfosi geografici e socio-amministrativi che hanno portato ai vari Stati e alla configurazione dell’attuale Stato Federale Chiamato Nigeria.

         

Stato’ (in Nigeria) è qualcosa che non sempre e non ovunque ha (e ha avuto) una chiara delimitazione di confini territoriali e che non vede coincidere detti confini con una omogeneità di lingue-usanze-tradizioni-abitudini di vita spicciola e di ‘portamento’ umano. Lo ‘Stato Federale’ chiamato Nigeria è un territorio immenso nel quale si è conglobato un numero infinito di antichi emirati/ piccoli regni/ villaggi/ chiefdoms e di popoli dalle radici-tradizioni-culture-religioni diverse (che parlano più di 250 lingue diverse). Ognuno degli Stati che formano la grande nazione è lo Stato Federale in miniatura, oserei dire, ed è formato da città e ancora anche dai villaggi riuniti insieme in varie strutture organizzative piramidali. Ciò vuol dire, in termini spiccioli, quanto segue: 1- ogni nuova famiglia che nasce dà origine a una capanna (nella quale abita colui che sarà capo del piccolo villaggio familiare, che nascerà attorno); attorno a detta capanna, infatti, nasceranno le capanne dei vari figli che si sposeranno e che formeranno un piccolo villaggio patriarcale, legato ad altri piccoli villaggi patriarcali dello stesso ‘clan’ familiare (di cui il più anziano è capo indiscusso). Ogni clan familiare, perciò, è un vero e proprio villaggio abbastanza grande; vari clan-villaggi riuniti insieme formano un grande villaggio variegato (fatto di pluralità di clan familiari, con capi diversi, antenati diversi e diverse celebrazioni-tradizioni-lingue) e sono un sito abitativo vasto (un vero e proprio universo sociale a sé stante, con i capi-villaggio individuali dei vari clan familiari riuniti sotto il capo del villaggio grande); 2- vari villaggi grandi, riuniti insieme in agglomerati (ancora chiamati chiefdoms in molte zone), hanno un’autorità-capo superiore di riferimento (al di sopra dei vari capi-villaggio –che, a loro volta controllano i capi-trribali dei clan familiari, come ho già detto); 3- ne scaturisce una gerarchia piramidale di ‘amministrazione’ del potere civile-sociale e giuridico. L’insieme di villaggi grandi (di vari chiefdoms) divenuto troppo vasto assurge a dignità di Stato. Molti Stati si sono spaccati e hanno dato origine a due (o più) Stati, anche perché, a volte, le etnie, che formano i grandi agglomerati di villaggi che fanno riferimento a un unico capo (che è alla cima della piramide dei capi-villaggio e dei capi-clan) si espandono a tal punto che desiderano staccarsi e governarsi da soli (o vengono ‘aiutate’ a staccarsi, onde attivare strategie più efficaci di controllo- in caso di etnie ‘irrequiete’). Faccio un esempio: lo Stato che si chiama Akwa Ibom altro non era che un grande agglomerato di villaggi del Cross River State e che da esso si è staccato, divenendo Stato. Altri esempi sono quello di Bakasi, l’insieme di villaggi che era parte del Cross River State e che è stato ceduto dalla Nigeria al Camerun, che lo reclamava per diritti di antiche radici (e che non mi stupirebbe, se, da un giorno all’altro, impugnasse i machete e reclamasse il ritorno al Cross River State, poiché le genti di Bakasi, che nulla hanno in comune con i Camerunensi e tutto con le genti del Cross River, si sentono sold out to be slave to Camerun), e quello del Benue State, che prima era quasi lo Stato più grande della Nigeria e che ora è ridotto a meno della metà (la parte maggiore è diventata Stato con il nome Taraba – questo nome evoca ancora pratiche tribali antichissime -di adorazione del capo -sarki- portate a punti così estremi da raccoglierne i liquidi di decomposizione, in morte, e da farli bere ai giovani, come iniziazione guerriera- con tutto ciò che ne consegue a livello sanitario). Mi piacerebbe annoverare il Benue e metà del Taraba State nella fascia definita Sud, anziché nella fascia definita Middle Belt, immaginando di dividere in modo aritmetico la cartina geografica della nazione che, invece, vede il ‘Sud’ schiacciato in una punta di pochi centimetri di mappa, il Middle Belt in una striscia strettissima e larga e il ‘Nord’ sistemato leisurely in tutta ‘spaziosità’ (ma… la dea geografica è sovrana, ahimè).

 

Il mio umile punto di vista vede il Sud come soggetto a frantumazioni-Stati molto ‘possibili’, poiché ricco di fermenti etnico-tribali mai sopiti. Il grande villaggio chiamato Ugep, per esempio, è formato da genti (dalle usanza tribali a dir poco ‘particolari’), temuto dalle altre etnie. Gli abitanti dei villaggi confinanti evitano i contatti con i ‘vicini’ di quell’agglomerato di villaggi e coloro che hanno la sfortuna di coltivare le terre poste sul confine si privano di larghe strisce dei loro possedimenti e le lasciano incolte tra un confine e l’altro, onde evitare dispute con gli abitanti di Ugep. Quell’etnia fa così paura, perché, quando uno di loro dovesse ritenere che il confinante stesse lavorando in un terreno di loro interesse potrebbe ipso facto ucciderlo, portarne via la testa (da mostrare al capo, cioè all’autorità che sovrintende alla piramide dei vari capi-villaggio, per una regolare richiesta di dichiarazione di guerra) e lasciarne il corpo con gli arti recisi incrociati sopra (a monito e messaggio della guerra tribale che seguirebbe e che interesserebbe tutta la comunità). La gente di quell’insieme di villaggi riuniti sotto lo stesso nome (che i popoli del Sud evitano di nominare) è ancora dedita a usanze terrificanti (che qui evito di citare, perché non hanno attinenza con l’argomento in questione e perché non voglio creare imbarazzo aggiuntivo alla Nigeria che mi è ospitale). Sono convinta che ove e se, Ugep decidesse di reclamare la scissione dal Cross River State, molte sarebbero le voci unanimi consenzienti e molte quelle spaventate dall’esito finale di un provvedimento che porterebbe in quel luogo il potere (e le ‘turbolenze’) di uno Stato (ma ciò non accadrà mai, perché ci sono agglomerati-villaggi enormi e con molto ascendente che, caso mai, sarebbero pronti prima a staccarsi e perché lo Stato di appartenenza è già piccolo abbastanza e non ha bisogno di altre scissioni). Un altro Stato, un tempo grande e ora divenuto piccolo, è il River Sate, che ha dato origine al Delta State e al Bayelsa State. Difficile è comprendere (per chi è distante ‘mille miglia’ mentali e culturali) i cataclismi che avvengono in certi luoghi e i ‘provvedimenti’ adottati dal governo centrale. Nessuno sa le cose ‘interne’ che il governo federale si trova a dover gestire, a volte, e che non osa far trapelare, per non scendere nella ‘considerazione’ mondiale al di sotto del livello già quasi inaccettabile (come dargli torto?). Non so se faccio bene a scrivere qui una notizia riservata (che nella nazione di riferimento soltanto pochi sanno e che il mondo non sa): c’è un villaggio (nel Bayelsa State) in cui la gente aveva l’abitudine di dipingersi con i colori di guerra e attaccare il villaggio vicino, per fare prigionieri e mangiarseli; qualche anno fa (mentre io ero qui), sotto la presidenza Obasanjo, il governo inviò una pattuglia di soldati federali (una dozzina di uomini armati) a pattugliare il villaggio cannibale, per impedirgli di attaccare i vicini e di praticare la macabra usanza. I soldati intervennero e liberarono i prigionieri, impedendo al villaggio di effettuare la celebrazione rituale, di tirare fuori i suoi idoli tribali, scatenarsi nelle danze frenetiche e dopanti e di cucinare e ‘consumare’ esseri umani in gran festa. I prigionieri tornarono ai loro villaggi (sani e salvi e grati) e… i soldati furono uccisi e mangiati al loro posto (perché il cerimoniale ‘avviato’ doveva avere le sue vittime immolate e consumate, onde scongiurare l’ira delle divinità locali worshipped). Il governo federale, cercando i suoi soldati dispersi, trovò le loro ossa ammonticchiate sfacciatamente e senza timori, nel cuore di quel villaggio ‘convinto di far bene nel seguire le vie degli antenati’; non seppe inventarsi processi e/o mezze misure contro una comunità intera (colpevole dai piedi ai capelli e fino al midollo osseo, in tutte le sue componenti) e, fatti salvi i bambini e le donne, inviò l’esercito a uccidere tutti gli uomini adulti di quel villaggio terribile (che è, ora, abitato da donne e bambini). Il tentativo di sradicare una volta per tutte quella piaga innominabile (con lo sterminio di coloro che la praticavano) avrà funzionato? Sapranno quei bambini crescere dimenticando di aver mangiato carne umana e di aver visto i loro genitori ‘immolare’ esseri umani come capre e montoni? Lasciarli alle loro madri, capaci quanto gli uomini, di sgozzare, uccidere e smembrare (e, soprattutto, di cucinare) esseri umani loro vicini di casa, sarà stata una saggia decisione? La risposta si saprà tra pochi anni; intanto la Nigeria, questa grandissima distesa di territorio fisico che ospita una awesome mescolanza di Stati (ognuno comprendente universi pullulanti di contrasti e di molteplicità indescrivibili) ha molte scommesse da fare e da vincere.

 

Il Plateau State sta scoprendo ancora i vari risvolti dell’orrore lasciato nell’aria dallo swish delle lame affilate e dal male annidato nel malcostume e negli animi corrotti dalle basse passioni (come l’invidia e il tornaconto personale). Nel cofano di una macchina sono state trovate (morte soffocate) cinque bambine (figlie al proprietario dell’auto e a una delle sue mogli). Si sospetta che alcune delle mogli dell’uomo abbiano ‘eliminato’ le figlie della loro ‘rivale’, pensando di avvantaggiarsi dell’orrore generale. Il male ha vie infinite, ma, per fortuna, ‘il diavolo fa le pentole e non i coperchi’ e, quasi sempre il boomerang torna al mittente. Mi auguro che sia così per chi ha lasciato morire senz’aria ben cinque creature innocenti e per tutti coloro che arrivano a togliere la vita ad altri esseri umani.

 

I problemi della Nigeria, al momento, ricadono tutti sul suo presidente federale. Il povero Yar’Adua si trova davvero sui carboni ardenti. Molte sono le voci che gridano a squarciagola o pronunciano in sordina implorazioni-richieste-suggerimenti-rimproveri-incoraggiamenti, molte sono le voci che gli chiedono di abolire le votazioni che tanto sangue hanno versato e di non ratificarne la «macabra danza che i nuovi eletti effettuerebbero sulle tombe dei morti da loro causati con la disonesta trama di appropriarsi di una vincita altrui». Avevo auspicato, nell’altro articolo, che il presidente Yar’Adua facesse qualcosa di eclatante e spero che davvero invalidi quelle votazioni, ma qualcosa di eclatante sta accadendo: il presidente ha preso le distanze (e in modo netto e chiaro) dal governatore Jang (e ciò, di per sé, è già un gesto abnorme, poiché Yar’Adua appartiene allo stesso partito che si è così vergognosamente proclamato vincitore e che è quello di Jang). Non vorrei, comunque, essere nei panni di questo presidente: se molti sono coloro che chiedono giustizia (e l’annullamento dell’esito delle elezioni), molti sono quelli che fanno pressioni perché egli non lo faccia; comunque egli decida, perderà metà del consenso che aveva. L’opinione internazionale era, a suo tempo, del parere che l’elezione che ‘diede alla luce’ la presidenza di Yar’Adua fosse frutto di elezioni poco chiare (e, forse, di brogli). Io posso dire, in coscienza, che egli proviene da una famiglia che ha pagato letteralmente ‘sulla sua pelle’ il fio di volersi impegnare in prima persona nel tentativo di apportare cambiamenti reali a questo paese (quando gli oppositori senza scrupoli hanno capito che quella famiglia ‘aveva la stoffa’ per ‘andare da qualche parte’ realmente, al top della politica nazionale, hanno dimostrato fino a che punto possono essere ruthless e criminali: hanno approfittato del ricovero in ospedale del giovane fratello di Yar’Adua e, con la complicità dei medici, lo hanno assassinato). Nessuno (tranne gli assassini) conosce bene lo svolgimento dei fatti, ma tutti sanno che il fratello del presidente Yar’Adua è stato assassinato in un luogo che ora porta il suo nome. Non so neppure come siano andate le faccende elettorali, a quel tempo, e posso anche pensare che in esse si possa annidare la coda remota della vipera incendiaria dei fatti sanguinosi e orrendi appena accaduti. Ciò che so è che ora la Nigeria ha bisogno di tregua e che sarebbe tempo di chiudere le ‘pendenze’ politiche e di protendere gli sforzi verso il bene comune (a tutti i livelli) e di smetterla di ‘risvegliare il can che dorme’ (a livello tribale-etnico-politico e sociale). La naira ha perso sette punti e mezzo, con quest’ultima strage. Gli affari ne hanno già risentito; per dare un’idea delle perdite farò un esempio: su diciotto milioni di naira uno è di perdita (su 180 milioni delle vecchie lire italiane, dieci sono di perdita/su 90 mila euro cinquemila sono di perdita). La Nigeria, che non navigava nell’oro neppure prima, ha bisogno di rimboccarsi le maniche e di occuparsi dei problemi dei tempi di pace. Il presidente Yar’Adua sa tutto questo, il suo operato lo prova (oltre ad aver sguinzagliato, con ordini perentori, tutti i capi della sicurezza nazionale nel Plateau State, ad accertare la verità dei fatti, sta scatenando una sorta di terremoto ai vertici del governo federale: ha ‘licenziato’ ben 20 ministri del suo gabinetto e li sta rimpiazzando; i vari ‘rimpiazzi’ che vengono annunciati on the Senate floor di ora in ora stanno tenendo il governo e la nazione con il fiato sospeso). Onore a Yar’Adua e al coraggio senza confini che sta dimostrando (God bless him e… lo protegga, perché, se ha degli amici, sicuramente non gli mancheranno i nemici). La Nigeria raccolga il messaggio del suo presidente e si dia da fare, per uscire dal tunnel.

 

Chi ha morti da piangere li pianga, chi ha crimini da accertare li accerti, chi ha condanne da applicare (secondo la legge del diritto locale-nazionale e/o internazionale) le applichi, chi ha da governare governi, chi ha da risollevare le sorti economiche le risollevi e chi ha da avere pietà dei poveri ‘si passi una mano sulla coscienza’ e prenda decisioni tese a salvare le vite e non le tasche (peraltro già piene da scoppiare) di chi gioca a ‘asso piglia tutto’ da troppo tempo.

 

Moonisa

 


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