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Luciano Canova. La stagione del gelsomino
28 Ottobre 2007
 

Ieri sono stato all'Assemblea Nazionale del Partito Democratico: che piaccia o no, è stato un momento storico e mi fa un certo effetto essere tra i costituenti di un partito italiano.

Cose belle, cose brutte, una babele di emozioni: giornata comunque unica.

Dietro il cartellino da delegato, pochi sparuti appunti: innanzitutto, il colore. Il colore di ieri, infatti, è stato il verde: un verde oliva, profondo e non elettrico. Che trasmette pace e non attacca. Per uno che viene dalla Valtellina, è bello restituire finalmente dignità, tra le proprie emozioni, ad una sfumatura che l'aveva persa, stinta nella centrifuga del disgusto della Lega Nord.

Le parole d'ordine: creatività, innovazione, continuamente ricordate. La grinta di Veltroni e delle tante persone semplici che c'erano e che si sono conosciute, annusate, indovinando simpatie e future amicizie.

Mai, e questo mi è piaciuto molto, è stata fatta da Veltroni la parola CATTOLICO: ispirazione laica e riformista, con una rivendicazione della tradizione socialista. So bene che il PD nasce anche dagli sforzi e dalla passione della Margherita, ma mi fa piacere che non nasca (almeno ieri è stato così) anche dalla Passione di Cristo.

Il momento più brutto, forse, è stata la fretta con cui si è proceduto alla lettura delle commissioni che lavoreranno per lo statuto e per il manifesto dei valori: scelte dalle segreterie regionali, hanno fatto sentire un po' tagliati fuori i delegati. L'errore, a mio modo di vedere, è stato semplicemente quello di non comunicare prima quello che, certo, immaginavo come necessario: la realizzazione a latere di strutture più snelle per procedere nei lavori. Era anche impensabile che 2.800 persone, ieri, svolgessero una consultazione per operare la stessa decisione: troppi contrasti, vecchi e nuovi giochi di parte. D'altra parte, se sono contento che a scrivere il codice etico ci siano persone come Pierfrancesco Majorino, Ettore Scola, Moni Ovadia, Ozpetek...

Non posso non esprimere una perplessità sul nome di Ciriaco De Mita alla commissione manifesto delle idee.

Niente drammi, però, è la stagione del gelsomino e significa semplicemente che c'è molto/moltissimo da lavorare.

Mi spiego: in Francia, in questo primo mese, ho apprezzato infatti una curiosa variante delle vendite di rose degli ambulanti a Milano. Spesso, infatti, il classico immigrato pakistano si avvicina al tavolo di una brasserie (birreria, ndr) bardato di una corona bianca che, a prima vista, si direbbe fatta d'aglio.

'Perché mai va in giro vendendo aglio? Sono forse un vampiro?' e mentre ancora ti fai la domanda, il profumo intenso ti avvolge insieme con la risposta: gelsomino. Il gelsomino è il fiore della timidezza, di chi si butta ma non esagera, dell'affetto sincero e dell'ardire ragionato.

Ecco, questa è la stagione del gelsomino: il PD che sembra rovinare l'alito, da lontano, spero che non ci succhi il sangue e che ci avvolga, al contrario, con il suo profumo. Che sappia proporci e farsi proporre. Dev'essere il partito dei cittadini, del protagonismo: basta con parole come società civile, mille volte lontane dalla vita vera. Dev'essere il partito delle scelte profumate.

E ieri, cercando il profumo di nuovi amici, di Sesto S. Giovanni, di Chiavenna, di Monopoli, Bari e Lecce... Di Milano e di Messina... Ieri ho provato l'emozione di sentirmi protagonista, mentre parlava Maria Falcone, l'ultima ad intervenire prima delle conclusioni di Veltroni.

Maria ricordava suo fratello e il RISPETTO DELLE REGOLE. Il valore della democrazia come libertà di scelta e di parola. E ricordava che la mafia vince dove lo Stato non sa dare risposte di regole e di creatività alle necessità dei giovani e di tutti.

La mafia vince dove c'è paura e disillusione: la paura di essere se stessi, di confrontarsi anche a costo di qualche rischio; di denunciare le ingiustizie e difendere con convinzione le proprie idee. La mafia è anche e soprattutto questo. Mentre parlava, ricordavo quando, avevo 14 anni, proprio in quel 23 maggio esplose in me la paura. E per un'intera estate la lasciai guidarmi, perché non volli andare a Palermo, stupidamente.

Lasciai vincere la mafia, allora, come l'ho fatto (e faccio autocritica) ogni volta che ho ceduto alla paura. Non bisogna avere paura: e per non avere paura una buona strategia è quella di non essere soli. È quella di pensarsi come membro di una comunità e per la comunità pensare. È quella di non cedere al disimpegno, al disinteresse, alla mediocrità di calcoli banali. È quella di non diventare complici di un disegno autodefinendoti, senza motivo, comparsa. È quella di essere veri. E semplici nella difficoltà.

Avvolgendo noi e il mondo di human security (che non è la sicurezza della Lega Nord e di Penati). E del profumo di gelsomino.

 

Luciano Canova


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